Collana: I NOSTRI SOLDI, LE NOSTRE FATICHE

www.SIGNORAGGIO.com
Banca d’Italia,
Banca Centrale Europea,
Federal Reserve:
la
grande truffa
volume 1
di 3
release 0.6
Girovagando
su Internet e visitando i cosiddetti “Siti Alternativi di Informazione”, si
scoprono cose incredibili ! Provate quindi ad inserire, in un qualunque motore
di ricerca (www.yahoo.com, www.google.com, www.lycos.it, ecc…) le parole: “SIGNORAGGIO”,
“BCE”, “BANCONOTE” e scoprite su cosa camperebbero i Signori Banchieri…
Il diritto di
“signoraggio” è il potere del “signore” di emettere biglietti con un valore
nominale ampiamente superiore al valore intrinseco e quindi di ricavare un
guadagno dalla sovranità sulla moneta.
Perché debba farlo
una Banca PRIVATA è un mistero…
Prefazione
Effettuando
le ricerche suggerite, ci appaiono tantissimi siti che, all’unisono, dicono
tutti la stessa cosa: esisterebbe una Pratica Mondiale, che, se confermata,
rappresenterebbe la più grande truffa mai perpetuata, mai inflitta a essere
umano.
Senza
cadere vittime di allarmismo o catastrofismo, andiamo ad analizzare la scoperta
che più voci indipendenti (e provenienti da TUTTO il Mondo) portano alla
ribalta, grazie a questi Siti di Altra Informazione. Infatti risulta pressoché impossibile trovare traccia di questo
argomento sui normali Media (televisione, giornali, ecc).
Poniamoci
qualche domanda:

Alto
Tradimento:
una
cittadina italiana sta aspettando una risposta dal Presidente Ciampi
Da una
cittadina italiana, Barbara Sacchiero
(inviata
come Raccomandata A.R. il 2 novembre 2004)
Egregio
Presidente,
Le
scrivo perché, sia come cittadina italiana che come cittadina europea, mi sento
tradita dall'attuale non redistribuzione del signoraggio sull'emissione di
banconote e sulle aperture di credito.
Ho cioè
l'impressione che l'euro non sia la moneta degli europei ma bensì la moneta di
alcuni furbacchioni parassiti che profittano dell'ignoranza della popolazione.
Sarebbe
bello e probabilmente nel Suo caso rappresenta anche un vero e proprio debito
morale, se Lei apparisse in televisione a reti congiunte e ci spiegasse perché
mai un popolo Sovrano debba pagare a dei privati per poter usare la sua moneta.
Ci
spieghi dove vanno a finire quei due miliardi di euro al giorno di signoraggio
sulle emissioni della BCE.
Ci spieghi perché alcuni
italiani più furbi, i soci delle società socie della Banca d'Italia, possano
imporre al resto della popolazione questa tassa privata.
Ci
illustri, La prego, il meccanismo di funzionamento della riserva frazionaria,
dove la moneta cartacea viene moltiplicata per cinquanta a beneficio dei soci
di certe banche, sottraendo anche in questo caso il signoraggio al popolo
Sovrano.
E' una
lezione civica che spetta a Lei tenere se non come presidente almeno per la
carica di governatore onorario di quella fortunata "Banca d'Italia"
che - diciamocelo - proprio dell'Italia non è.
Se Lei
ci farà questa lezione, dissolverà un grande clima di sospetto iniziato con la
denuncia effettuata dal Professor Giacinto Auriti.
E' nostro diritto, di italiani,
sapere se siamo in una situazione di alto tradimento o se possiamo continuare a
fidarci ciecamente delle istituzioni.
La
ringrazio per l'attenzione ed in attesa di una Sua presa di posizione in
merito, Le porgo cordiali saluti.
Con
perfetta osservanza,
Barbara
Sacchiero
cittadina
italiana impoverita
(altra
lettera inviata come Raccomandata A.R. il 15 gennaio 2005)
da più
parti sento stranissime ed inquietanti voci riguardanti il nostro (?) sistema
finanziario ed economico.
Cosi mi
sono detto: “Chi meglio di Lei può dissipare queste voci?”
Chi
meglio di Lei può far chiarezza?
Lei che
è stato anche Governatore di quella Banca, a cui ora guardiamo con sospetto,
sospetto più che legittimo, date le informazioni di cui veniamo quotidianamente
a conoscenza...
Chi
meglio di Lei può spiegarci e svelarci la verità?
Lei che
si batte sempre contro l’omertà, le ingiustizie e la disonestà…
E cosi Le giro una lettera che
una concittadina italiana Le ha già inviato, facendo mie le sue paure, e i suoi
timori, ma anche le sue speranze, che poi sono quelle di tutti i Cittadini
Italiani (ed Europei).
Ecco,
quindi, cosa le chiediamo:
“Le
scrivo perché, sia come cittadino italiano che come cittadino europeo, mi sento
tradito dall'attuale non redistribuzione del signoraggio sull'emissione di
banconote e sulle aperture di credito.
Ho cioè
l'impressione che l'euro non sia la moneta degli europei ma bensì la moneta di
alcuni furbacchioni parassiti che profittano dell'ignoranza della popolazione.
Sarebbe
bello e probabilmente nel Suo caso rappresenta anche un vero e proprio debito
morale, se Lei apparisse in televisione a reti congiunte e ci spiegasse perché
mai un popolo Sovrano debba pagare a dei privati per poter usare la sua moneta.
Ci
spieghi dove vanno a finire quei due miliardi di euro al giorno di signoraggio
sulle emissioni della BCE.
Ci spieghi perché alcuni
italiani più furbi, i soci delle società socie della Banca d'Italia, possano
imporre al resto della popolazione questa tassa privata.
Ci
illustri, La prego, il meccanismo di funzionamento della riserva frazionaria,
dove la moneta cartacea viene moltiplicata per cinquanta a beneficio dei soci
di certe banche, sottraendo anche in questo caso il signoraggio al popolo
Sovrano.
E' una
lezione civica che spetta a Lei tenere se non come presidente almeno per la
carica di governatore onorario di quella fortunata "Banca d'Italia"
che - diciamocelo - proprio dell'Italia non è.
Se Lei
ci farà questa lezione, dissolverà un grande clima di sospetto iniziato con la
denuncia effettuata dal Professor Giacinto Auriti.
E' nostro diritto, di italiani,
sapere se siamo in una situazione di alto tradimento o se possiamo continuare a
fidarci ciecamente delle istituzioni.
La
ringrazio per l'attenzione ed in attesa di una Sua presa di posizione in
merito, Le porgo cordiali saluti.
Con
perfetta osservanza,
Sandro
Pascucci
cittadino
italiano impoverito”
15/1/2005
Duisenberg,
costose per l'Italia le piccole banconote di euro
La
risposta della Banca centrale europea alla proposta di Giulio Tremonti
(Conferenza
stampa presidente BCE 12.9.2002)
La Banca centrale europea sta
valutando le implicazioni dell'introduzione di banconote da uno e due euro
suggerita dal nostro ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Lo ha rivelato il
presidente della BCE Willem Duisenberg rispondendo il 12 settembre a una
domanda sull'argomento nel corso di una conferenza stampa a Francoforte.
L'introduzione di queste due nuove banconote non sarebbe però un affare né per
l'Italia né per gli altri Paesi che attualmente godono del diritto di
"signoraggio" sulle monete. (13 settembre 2002)
Estratto
della conferenza stampa del presidente della BCE Willem F. Duisenberg
Francoforte 12.9.2002
Domanda
[1]:
Mr Tremonti, il ministro italiano dell’Economia, ha
proposto l’adozione delle banconte da 1 e 2 euro, insieme con le monete allo
scopo di impedire ulteriori aumenti dei prezzi. Il 74% degli italiani è
d’accordo con questa proposta e noi vogliamo sapere che cosa pensa lei di
questo e se ne avete parlato alla Banca centrale europea. Grazie.
“Duisenberg: non abbiamo progetti di
introdurre banconote da 1 o 2 euro, ma ne abbiamo sentito parlare.
Naturalmente, ne abbiamo discusso. Stiamo valutando le implicazioni di
introdurre tali banconote. In linea di principio non abbiamo niente contro
questo progetto, ma stiamo valutando le implicazioni e spero che Mr Tremonti si
renda conto che se tale banconota dovesse essere introdotta, egli perderebbe il
diritto di signoraggio [2] che si accompagna ad essa. Dunque se egli, come
ministro dell’Economia, ne sarebbe contento non lo so.”
[1] Ecco il testo originale in inglese:
Question:
Mr. Tremonti, the Italian finance minister, proposed the adoption of EUR 1 and
EUR 2 banknotes together with coins in order to prevent more rises in price.
74% of Italians agree with this proposal, and I want to know what you think
about it and if you have discussed this in the European Central Bank. Thank
you.
Duisenberg:
We have no plans to introduce EUR 1 or EUR 2 banknotes, but we have also heard
those noises. Of course, we have discussed it. We are assessing the
implications of introducing such a banknote. In principle we have nothing
against it, but we are assessing the implications and I hope that Mr. Tremonti
realises that if such a banknote were to be introduced, he would lose the
seigniorage which goes with it. So whether he, as a minister of finance, would
be all that pleased, I do not know".
EURO:
Ciampi e Prodi mentono sapendo di mentire (di Marco
Saba)
La recente polemica sull'euro,
innescata dalla raffica di fallimenti ed indagini sui bond "allegri"
(Argentina, Cirio, Parmalat, etc.), è scatenata anche dal fatto che la spesa
per le famiglie sta raddoppiando. Cosa che lascia il lettore confuso e
brancolante nel buio monetario. Occorrerebbe aver letto i testi della Scuola
Austriaca di Economia, pubblicati in inglese e liberamente disponibili sul sito
www.mises.org, per capire il bandolo della matassa: l'attuale sistema bancario
è in perenne bancarotta fraudolenta a causa della riserva frazionaria. (Nota di
Nereo)
A monte,
l'emissione monetaria è lasciata ad una banca centrale privata, ad un monopolio
di privati che ne sono soci, e che si arricchiscono con la truffa del signoraggio.
La Banca Centrale Europea, di cui sono socie le banche centrali tra cui
Bankitalia, è una tipografia che stampa banconote, e fin qui tutto bene.
Dopodiché, invece di cederle al popolo dell'Unione Europea, al prezzo di costo
e aggiungendo un minimo margine di utile - il margine che normalmente applicano
le tipografie in tutti gli altri casi - le affitta AL VALORE DI FACCIATA più un
interesse annuo denominato "tasso di sconto". Ad esempio, una
banconota da 100 euro che potrebbe essere ceduta a 0,05 euro, viene a costare
alla comunità 102.5 euro. Questo furto si chiama "signoraggio".
(Il diritto di "signoraggio" è il
potere del 'signore' di emettere biglietti con un valore nominale ampiamente superiore al valore
intrinseco e quindi di ricavare un guadagno dalla sovranità sulla moneta)
Gli stati membri dell'UE
lasciano pagare ai propri cittadini questo sovrapprezzo tassandoli col
cosiddetto "debito pubblico". Siccome la BCE stampa banconote
garantite solo da aria fritta, ne stampa quante ne vuole senza alcun controllo
nei confronti del debito pubblico.
La Federal
Reserve (la privata banca centrale americana) esagera nella stampa del dollaro,
poiché deve anche acquistare le azioni delle multinazionali USA, onde evitare
il crollo delle borse americane. Quindi, in Europa, percepiamo un fittizio
"aumento" di valore dell'euro rispetto alla valuta americana. In
realtà, il meccanismo di stampa "a go go" è proprio quello che
innesca l'inflazione. Questo spiega perché, a fronte di progressi nell'economia
europea, invece di acquistare valore, l'euro ne perde. Se la moneta
deflazionasse, non sarebbero più nemmeno necessarie le lotte sindacali per
riadeguare gli stipendi. Questo spiega anche perché, negli anni sessanta, con
uno stipendio da operaio si poteva mantenere una famiglia di 4 persone. Il
sogno dei padroni privati delle tre principali banche centrali, quella europea,
quella americana e quella giapponese (euro, dollaro e yen) è di arrivare ad una
unica valuta mondiale in modo da inflazionare a piacimento senza che il
pubblico abbia più alcun valore di raffronto. Non si potrà più confrontare il
valore relativo dell'euro rispetto alle altre due valute. Questo sistema
conduce al fenomeno dell'iperinflazione, un dramma che portò la Germania ad
entrare nell'epoca del Nazismo. E' questo che vuole la sinistra opposizione? Ma
vediamo, in un modo molto semplificato, come l'intero sistema delle banche, che
ruotano intorno alla banca centrale, sia legato a doppio filo alla truffa
monetaria. Alle banche normali viene regalato il sistema della riserva
frazionaria.
Quando
il Signor Brambilla versa 100 euro nella sua banca, questa corre a versarli
alla banca centrale nel "conto riserve". La banca centrale si
affretta ad acquistare titoli del debito pubblico monetarizzando il debito
degli stati. Questi ultimi rimborseranno i titoli alla banca centrale tassando
i cittadini. Si tratta di amministrazioni statali che ben si guardano dallo
spiegare questi meccanismi ai cittadini. A questo punto, la banca del signor
Brambilla, con i 100 euro versati a riserva, acquisisce dalla banca centrale il
beneplacito di stampare 2.000 (duemila) euro di credito. In questo caso,
consideriamo che la riserva frazionaria sia al 5%. Dunque, alla fine dell'anno,
il signor Brambilla avrà in conto corrente i suoi cento euro più, diciamo,
l'uno per cento d'interesse. La sua banca avrà prestato i 2000 euro creati con
la riserva frazionaria chiedendo, diciamo, il 10% d'interesse a vari altri
signor Brambilla. Questo meccanismo di creazione dal nulla dei 2000 euro è
inflazionario. Mettiamo che, nell'aggregato, si determini una inflazione del
5%. Alla fine dell'anno, il Brambilla avrà 101 euro nominali ma del valore di
95,95 euro a causa dell'inflazione. La banca del Brambilla, da parte sua, avrà
2200 di credito che varranno, sempre considerando l'inflazione, 2.090. Pagati i
101 a Brambilla, Le rimangono 2.099 euro svalutati del 5%. Ma CREATI dal nulla.
Se il signor Brambilla INVECE volesse prendere a prestito i 2000 euro creati da
aria fritta, dovrebbe dare garanzie alla banca, garanzie REALI, ad esempio
immobili, per almeno il 200% dell'importo, ovvero per 4000 euro. Quindi, al
primo Brambilla la banca garantisce il deposito di 100 euro con il 5% di
riserva frazionaria (5 euro realmente in cassa), mentre, quando lei stessa ne
presta duemila, riceve garanzie per 4.000 euro. Questa è la misura del
ladrocinio del sistema bancario a riserva frazionaria, che crea ricchezza, per
pochi furbi, e la povertà di un popolo per sempre incravattato dal "debito
pubblico".
Ma
riflettiamo: se un Popolo è Sovrano, perché mai dovrebbe pagare un "signoraggio"
alla banca centrale o a chicchessia?
Gruppo
Intesa (27,2%),
Gruppo
San Paolo (17,23%),
Gruppo
Capitalia (11,15%),
Gruppo
Unicredito (10,97%),
Assicurazioni
Generali (6,33%),
INPS
(5%),
Banca
Carige (3,96%),
BNL
(2,83%),
Monte
dei Paschi di Siena (2,50%),
Gruppo
La Fondiaria (2%),
Gruppo
Premafin (2%),
Cassa di
Risparmio di Firenze (1,85%),
RAS
(1,33%)...
e siamo
arrivati al 94,35%. E l'altro 5,65% di chi è? Sono tutti debitori del popolo
Sovrano, altro che "creditori". Il batter moneta, come anche il
crearsi un esercito, è una prerogativa del Sovrano: del popolo. Come è anche
suo diritto il ribellarsi al tiranno. Il diritto economico del Popolo Sovrano è
un diritto "inalienabile": non può essere né ceduto né affittato. E'
anche uno dei diritti previsti dalla Carta dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni
Unite, oltreché nel comma 2 dell'Art. 42 della Costituzione. Tutto quanto sopra
detto non può non essere a conoscenza di Carlo Azeglio Ciampi: ha lavorato per
cinquant'anni nella Banca d'Italia, diventandone perfino governatore. Ciampi
non può non sapere che ruolo lui stesso abbia avuto nello sfruttare il popolo -
non Sovrano, ma servo della gleba - rimasto all'oscuro dei propri diritti. Se
continua a fare l'omertoso, si avanza l'ipotesi di alto tradimento.
Specialmente se si scoprisse di chi sono le società proprietarie di Bankitalia.
Dopo un'indagine sul giro del fumo delle scatole cinesi, ci sarà da ridere!
Sarebbe come riscoprire che: uno dei soci dell''800 della savoiarda Banca
d'Italia, per la quale fu "necessaria" l'unità d'Italia, era proprio
il Conte di Cavour! Se Ciampi non vuol cantar chiaro, almeno dia le dimissioni.
Allo stesso modo, Romano Prodi, nella sua funzione di autocratico Presidente
della Commissione europea dei dodici assenti (i popoli europei), non può non
sapere della "truffa del signoraggio".
Essa
appare tra le righe di un recente rapporto della sua stessa commissione, del 14
febbraio 2002, intitolato: "Risposte alle sfide della
globalizzazione" [SEC(2002) 185, pagine 58 e 59]. "Cari"
presidenti, Ciampi e Prodi, non ricordate che il Trattato di Maastricht, dove
si "santificava" la truffa della privata Banca Centrale Europea,
venne elaborato e concluso proprio a cavallo delle stragi Falcone e Borsellino?
Non è che questi ultimi due eroi stessero proprio indagando sulla criminalità
bancaria? Forse cominciavano a chiedersi che cosa fosse il requisito di
onorabilità: il fatto che, per fare il banchiere, bisogna essere "Uomo
d'Onore". A cosa serve "veramente" il segreto bancario? Non è
che, in Sicilia, la gente è talmente disperata che si trova sempre qualcuno
pronto ad ammettere che, sì, il vero capo della mafia era proprio lui? Ma quale
mafia? Non certo quella che ruota attorno ai soci privati della BCE di
Francoforte. E pensare che, quando sopra parlavo dei 100 euro del signor
Brambilla, non ho nemmeno incluso le spese annuali di "tenuta conto"
trattenute dalla banca - mediamente circa 30 euro - né ho incluso tutti i
giorni di valuta rubati, né tutte quelle altre cosucce, tutte quelle piccole
truffe che, ogni tanto, riempiono i giornali e la bocca delle varie
associazioni dei Consumatori. Associazioni che, acchiappando i topolini, si
lasciano troppo spesso sfuggire gli elefanti. Quando mai il vostro bancario di
fiducia vi svelasse che il suo stipendio è automaticamente ancorato al tasso
REALE di inflazione, saprete ora perché. Dice bene Bossi, quindi, che l'euro di
Prodi è la rapina del millennio. Non vi pare?
Nota di Nereo: Per il concetto di "riserva
frazionaria" confrontare nell'articolo di J.G. Hülsmann "Gli undici
miti sulla deflazione"
(http://www.liberanimus.org/hulsman.deflazione.html),
la distinzione di due casi: (A) il caso di un sistema bancario a riserva
frazionaria operante in un contesto di merce-denaro (commodity-money) come
l'oro o l'argento; (B) il caso della moneta cartacea: "Nel primo caso,
l'offerta di oro (o di argento) fisico non può ovviamente dissolversi nell'aria
e perciò stabilisce un fondo robusto nel caso di deflazione delle banconote del
sistema a riserva frazionaria. Tale deflazione generalmente inizia quando un
numero crescente di persone rifiuta d'accettare tali note di pagamento, e
termina normalmente in una corsa alla banca (bank run), nella quale gli stessi
possessori dei biglietti vogliono liberarsene e si precipitano alla banca che
li ha emessi per riscattarli in oro o argento. Al termine di tale corsa,
l'offerta di denaro si è contratta considerevolmente a causa della sparizione di
tutti i biglietti sostenuti dalla riserva frazionaria. Tuttavia la riserva di
denaro metallico rimane e offre un fondo solido, al di sotto del quale
l'offerta di denaro non può scendere.
Non c'è ragione perché questo processo deflazionista
non possa risolversi in poche ore o giorni. Al termine, molte banche e molti
imprenditori saranno in bancarotta, nella misura in cui avranno finanziato le
loro imprese tramite il debito invece che con mezzi propri (equity). Questo
naturalmente spiega perché l'attuale establishment, finanziato col debito, si
oppone ferocemente alla deflazione; ma questo non significa che la produzione
non potrebbe andare avanti senza di questi: di fatto può farlo e lo farà
"sotto una nuova gestione". Nel secondo caso, non esiste alcun fondo
solido che assicuri l'arresto del processo deflazionista all'offerta di moneta
cartacea. Quando la gente non gradisce più possedere moneta di carta e comincia
a venderla a qualunque prezzo, ciò risulterà in un declino ancor più
pronunciato del potere acquisitivo di questa moneta, il che convincerà anche
chi l'ha appena comprata a liberarsene. Il risultato è una spirale
deflazionista che termina quando la moneta svanisce dalla circolazione. Notare
che questo non significa che l'economia retrocederà all'era del baratto. In
questi casi la gente comincia ad usare altre monete come oro, argento o valute
straniere. La spirale deflazionista perciò sottintende l'effetto benefico di
sostituire un tipo inferiore di moneta (inferiore dal punto di vista di chi la usa)
con una moneta superiore. Ripetiamo, non vi è ragione perché questo processo
non possa concludersi in pochi giorni e, parimenti, non vi è ragione
d'aspettarsi che la produzione non riprenda altrettanto rapidamente sotto una
nuova gestione"
Sistema
bancario e rischi per titoli statali (di Nereo Villa -
08/10/2003)
Il 27
settembre del 1964 negli Stati Uniti venne pubblicato il famigerato rapporto
della commissione Warren, incaricata di indagare sull'assassinio di Kennedy. In
tale rapporto si sosteneva che unico responsabile dell'omicidio era Lee Harvey
Oswald. Tale rapporto fa tremare ancora oggi anche i nostri politici più
“coraggiosi”. Su “Libertà” del 27 settembre di 39 anni dopo, infatti si leggono
parole di Bossi sul debito pubblico: "Dal 2008 in avanti il sistema
cambia, perché altrimenti la gente si sparerebbe, perché i titoli di stato
diventerebbero tutta carta straccia". Cosa significano queste parole?
Perché Bossi non chiarisci la questione? Dovrebbe conoscerla, ammesso che abbia
letto gli articoli della stessa "La Padania" in merito a tale
"carta straccia". Il coraggio necessario per attuare una fiscalità
sociale a misura d'uomo non esiste proprio. Lincoln e Kennedy ebbero invece
quel coraggio. Ma ambedue pagarono caro. Lincoln creò le banconote
"green-backs", e venne ucciso poco dopo, nel 1865. Durante la guerra
civile americana, i Rothschild di Londra finanziarono il Nord, e i Rothschild
di Parigi il Sud. Per ridurre il livello del debito che il suo governo avrebbe
affrontato, Lincoln fece quel denaro. Le banconote "green-backs"
erano come dovevano - e come dovrebbero - essere, e cioè prive di interessi
bancari. Ciò si rilevò potenzialmente disastroso per le banche, e se la cosa
fosse continuata dopo la guerra e si fosse diffusa in altri paesi, le banche e
i banchieri avrebbero perso il loro potere. Lincoln fu assassinato da John
Wilkes Booth che, secondo alcuni studiosi, era un agente della Casa Rothschild.
Dopo la morte di Lincoln cessò ovviamente anche la stampa dei green-backs.
Kennedy propose
la stessa soluzione e subito dopo fu anch'egli ucciso a Dallas, in Texas, nel
1963. I suoi obiettivi principali erano di prendere il controllo della moneta
della nazione, togliendola dalle mani delle Banche della Federal Reserve e di
terminare così la guerra in Vietnam. Il vero motivo del suo assassinio è
percepibile ad ogni essere umano pensante. Dopo quello storico omicidio il
vicepresidente J.B.Johnson, appena assunta la carica di Presidente, ordinò
infatti il ritiro di tutte le banconote fatte stampare da Kennedy. Kennedy
aveva infatti ordinato l'emissione, da parte del Tesoro, di 4.292.893.815
dollari, con banconote che non riportavano più la scritta "Federal Reserve
Note", ma quella, invece, di "United States Note". L'ordine
esecutivo di Kennedy (E.O. 11110 del 4 giugno 1963) era un ordine coraggioso,
ed è in fondo quello che bisognerebbe aspettarsi oggi dai nostri politici
italiani. Ma campa cavallo! Costoro tremano di fronte ai banchieri. E'
comprensibile. Ma non bisogna far finta di avere coraggio dicendo le cose a
metà per paura dei banchieri. Infatti, per impedire una commissione
d'inchiesta, libera e indipendente, sull'assassinio di Kennedy, Johnson e il
capo dell'FBI, Hoover, crearono la "Commissione Warren" per fornire
ed avvalorare la versione ufficiale sull'assassinio. Di questa Commissione
faceva parte anche un certo J. McCloy, che non aveva avuto alcuna esperienza
nel campo del crimine, né dell'ordine pubblico, né in quello della sicurezza
della nazione. In compenso però era il Presidente della Chase Manhattan Bank!
Perché
la presenza di un banchiere nella Commissione Warren? Le uccisioni di Lincoln e
di Kennedy testimoniano dunque che per conservare ed aumentare debiti non
dovuti, per questa mega truffa planetaria, non vi è solo lo strumento della
guerra. Per evitare l'estinzione dei debiti bancari, cioè per evitare
l'estirpazione del cosiddetto "debito pubblico", sostituendolo con un
credito sociale o col reddito di cittadinanza che ne scaturirebbe attraverso
l'emissione di biglietti di stato, vi è anche l'assassinio! Kennedy aveva
infatti capito che l'egemonia dell'usura poggiava sull'idea truffaldina della
banca centrale: emettere moneta prestandola al popolo, il quale, creandone il
valore con l'accettazione, avrebbe invece dovuto esserne il proprietario fin
dall'emissione. Per semplice logica umana, tutti infatti possono prestare
denaro, ma non chi lo emette. Se io ti presto una banconota devo averla. Se
non ce l'ho e te la stampo, ti presto casomai la carta, non il valore che stampo
su di essa. In altre parole, se mi presti la tua rete per pescare e mi
indebiti perennemente anche dei pesci che pescherò in futuro, non posso
accettare, perché io devo restituirti solo la tua rete, magari con un grazie o
con gli interessi per l'usura (della rete). Eppure oggi non è così e questi
esempi descrivono esattamente l'attuale sistema bancario mondiale, che tutti
ancora accettiamo, mentre persone e governi stanno affogando in un mare di guai
come è successo in Argentina. Bisognerebbe dunque ricordare quel 27 settembre
di 39 anni fa, altro che aspettare il 2008 quando ci saremo ancora più
invischiati nella melma dell'Euro e dell'Europa.
I grandi
banchieri ossia i pirati e usurai mondiali (di D.E.)
Chiesa
Viva
Mensile
di formazione e cultura, Direzione, Redazione e Amministrazione: “Operaie di
Maria Immacolata” e Editrice Civiltà – via Galileo Galilei, 121 - 25123 Brescia
- c/c postale n° 11193257 - tel e fax: 030-370.00.03 - 20 pp. 24x31,5 ANNO
XXXIV - N° 363 LUGLIO-AGOSTO 2004
Su
queste pagine sono già apparsi illuminati articoli del dott. G. Armenise, del
Prof. Giacinto Auriti, del dott. Bruno Traquini, del dott. Franco Adessa,
sull'iniquo sistema bancario-finanziario nazionale e internazionale (1). Data
l'importanza per tenere viva l'attenzione, ripsopongo l'argomento, cercando di
esporlo in modo semplice e comprensibile anche ai non specialisti. Il vigente
sistema bancario mondiale è il mezzo attraverso cui i grandi banchieri si fanno
proprietari della moneta circolante e si arricchiscono, e dominano sempre più;
e le persone ed i governi nazionali subiscono questo furto e affogano semore
più nell'indebitamento, e nella dipendenza economica, politrica, culturale.
Queste le tappe storiche per giungere ai meccanismi di espropriazione del
capitale, di interessi ed usura, e di dipendenza.
Fino al
Medioevo, il mezzo di credito e di scambio, cioè la valuta, era costituita da
metalli preziosi (l'oro e l'argento) e, per ragioni di sicurezza, i proprietari
cominciarono a depositare le loro ricchezze presso gli orafi, che disponevano
di camere blindate adatte alla loro custodia. Fu loro affidata anche la
possibilità di "conio", ossia di coniare le monete e i lingotti, in
modo di accertare la quantità del metallo prezioso contenuto, ed il valore di
ogni moneta e lingotto. A fronte di questi depositi di oro e argento, gli
orafi/banchieri emettevano "ricevute" di carta che servivano ai
proprietari per i loro pagamenti e acquisti. Constatata la praticità del
sistema, la "carta-moneta" o "banconota" (che era garantita
dal deposito equivalente di oro/argento nelle banche degli orafi) si diffuse
grandemente e si impose come il mezzo prevalente di scambio. Già a questo punto
iniziò una prima forma di furto e usura: gli orafi/banchieri capirono che in
qualsiasi momento, solo una frazione dell'oro e dell'argento veniva ritirata
dai proprietari; allora, pensarono, "perché non prestiamo delle
"ricevute", "carta-moneta" anche ad altre persone che non
possiedono l'equivalente in oro e argento e inoltre le tassiamo
d'interessi?". Le autorità statali, o perché non chiaramente consapevoli
della gravità dell'insidia, o perché conniventi e corrotte dai banchieri, hanno
permesso questo. Di conseguenza, i banchieri hanno prodotto "dal
nulla" (cioè senza avere un corrispettivo controvalore di oro o di argento
in deposito) grandi capitali di carta/moneta che a loro è costata solo il
minimo costo di stampa, ma che hanno prestato ai privati ed agli Stati, al
valore nominale, cioè secondo il valore stampato sulle banconote. Ad esempio,
dietro richiesta di un prestito di 200 miliardi di lire, hanno stampato
2.000.000 di banconote da lire 100.000. Il costo della stampa delle banconote è
500 milioni, il valore nominale delle banconote è 200.000 milioni. La
differenza: 199.500 milioni è il guadagno di emissione, o "diritto di
signoraggio". "diritto" che, in realtà, è solo un enorme
"furto". L'aver ristretto il potere di stampare banconote alle sole
banche centrali emittenti, non ha tolto la basilare iniquità di questo
meccanismo, sia in se stesso, sia per la reale identità e proprietà delle
"banche centrali emittenti".
Inoltre,
i banchieri centrali, non contenti di essersi appropriati del valore delle
banconote stampate, concedono il prestito, a un privato, richiedendo poi la
restituzione della somma iniziale, aumentata
dell'interesse
del 10% o del 20% all'anno. Da dove viene questo interesse? Dall'attività e dal
lavoro di chi ha chiesto il prestito. Così, il sistema dei banchieri succhia la
ricchezza prodotta dal lavoro e, per tutelarsi di questa restituzione aumentata
dall'interesse, chiedono pegni e garanzie su terreni, case, attività agricole,
commerciali, industriali, ecc. Se il prestito non viene restituito alla
scadenza, maggiorato dell'interesse, la banca pignora e si appropria dei beni
in garanzia.
...e
indebita anche gli Stati
Difficile
a credersi, ma purtroppo vero: anche gli Stati, dietro pressione dei politici
fiancheggiatori (fatti eleggere dai banchieri, con laute sovvenzioni durante le
campagne elettorali!), si sono prestati a questo furto e usura. Cioè, anche gli
Stati hanno chiesto grandi prestiti ai banchieri centrali, per le spese del
bilancio statale, per costruire opere, per fronteggiare guerre, ecc., e hanno
dato in garanzia ai banchieri, a pari valore nominale delle banconote ricevute,
dei "Titoli di Stato" o a lunga scadenza (es. CCT), i quali, oltre al
dovere della restituzione del capitale, sono gravati di interessi. E da qui è
iniziato il crescente indebitamento anche degli Stati nei confronti dei
banchieri. E la necessità di aumentare le imposte ai cittadini per poter pagare
gli interessi della massa dei titoli di Stato dati in "garanzia" ai
banchieri.(ndt: quando è lo Stato ad essere insolvente, si parla di
"privatizzazioni". Indovinate chi compra?)
Due
settori si sono dimostrati eccezionalmente redditizi per i banchieri: essere
autorizzati quale "banca centrale emittente" ed i "prestiti di
guerra".
Prospettando
l'utilità della moneta unica nazionale, e alimentando ad arte il pubblico
sospetto e diffidenza che, se fosse il singolo governo ad emettere banconote,
lo farebbe secondo i propri particolari interessi politici, i banchieri più
potenti, con l'appoggio dei loro soliti fiancheggiatori politici, sono riusciti
ad ottenere dallo Stato il diritto di fondare la "banca centrale emittente".
Il che significa che lo Stato, per il fabbisogno di moneta circolante, delega
alla banca centrale di stamparla. La banca centrale la stampa (con spesa che è
una percentuale infima rispetto al valore nominale) e la da alle Casse dello
Stato, facendosi dare in cambio un pari valore nominale di "Titoli di
Stato", fruttiferi di interessi. Cioè, la banca centrale, dietro ad un
minimo costo di stampa, con un furto all'intera nazione, si fa proprietaria di
tutta la moneta nazionale, che addebita alla comunità tramite lo Stato,
richiedendo in garanzia dei "Titoli di Stato", che, inoltre, sono
caricati di interessi annui, che sono complessivamente enormi, dato che è
elevatissima la massa di carta-moneta circolante. Quando la massa di moneta
circolante è insufficiente, o quando le Casse dello Stato sono vuote, e lo
Stato non può pagare gli stipendi dei pubblici dipendenti, e non può fare opere
pubbliche, ecc., o si rivolge direttamente ai cittadini chiedendo denaro in
prestito e offrendo loro direttamente "Titoli di Stato" (es. BOT o
CCT) (il che è legittimo, perché corrisponde ad un prestito reale ed
effettivo), oppure chiede nuova carta-moneta alla banca centrale, la quale la
stampa, se ne fa proprietaria, e l'addebita (cioè la ruba) alla Nazione e, inoltre,
chiede a garanzia, a pari valore nominale, dei "Titoli di Stato"
fruttiferi di continui interessi annuali. Ulteriormente incredibile, ma vero,
oltre al diritto di "signoraggio" di stampa e appropriazione del
denaro nazionale, anche maggiorato degli interessi annui dei "Titoli di
Stato" corrispettivi, i grandi banchieri sono riusciti, poi, ad ottenere
dallo Stato (tramite i soliti rappresentanti politici loro compiacenti) il
potere di regolare (secondo il loro interesse) la quantità e la circolazione
del denaro e del credito, come pure il potere di decidere il "tasso di
sconto".
I grandi
banchieri si sono accorti che con oculati "prestiti di guerra" si
fanno i più eccellenti affari. Infatti, per avere a disposizione abbondanti
finanze e speranza di vincere la guerra, ogni Stato è disposto a fare grandi
sacrifici, a cedere le riserve auree e la comproprietà delle attività
minerarie, agricole, commerciali, industriali, nazionali, e a pagare alti
interessi. I grandi banchieri, inoltre, si sono resi multinazionali, per cui le
diverse filiali della stessa banca hanno prestato contemporaneamente agli
opposti contendenti e guerreggianti. Spesso, facendosi persino riconoscere dal
futuro "vincitore" (per questo più lautamente finanziato e armato),
il diritto privilegiato di ottenere la garanzia del pagamento di tutto il
prestito concesso alla parte "vinta" (ovviamente mediante
espropriazione dei beni della Nazione vinta). Un solo esempio tipico, quello
dei rothschild nella Seconda Guerra mondiale. I rami americano, inglese, russo,
ecc. hanno prestato denaro ai loro governanti e hanno fatto ottimi affari. Ma
ha fatto ottimi affari anche il ramo tedesco. I Rothschild tedeschi si sono
offerti di procurare al Reich nazista i rifornimenti desiderati, richiedendo di
essere pagati in oro e valute pregiate che hanno depositato in Svizzera. Alla
fine della guerra, la Germania era semidistrutta, le casse dello Stato
totalmente vuote, i grandi industriali - ad es. i Krupp (produttori di acciaio
e armi) - ridotti sul lastrico, mentre i Rothschild,a nch'essi tedeschi, erano
divenuti ancora più ricchi e più potenti di prima! Ne consegue che, ricevendo
enormi benefici dalle guerre (quali concessori dei prestiti bancari e quali
proprietari dell'industria bellica che vende armi), i grandi banchieri sono i
principali interessati a soffiare sui contrasti nazionali ed inter-etnici ed a
fare scoppiare ovunque le guerre. Come diceva A. M. Rithschild: "la guerra
è la nostra attività e industria più redditizia"!
Note:
(1) G.
Armenise, "Quando Banca fa rima con Usura", Chiesa viva n.325;
G.
Auriti, "Eliminare i debiti o i popoli? L'euro di chi è?", Chiesa
viva n.327;
"Note
di filosofia del valore", Chiesa viva n. 330; "Valore indotto, valore
creditizio e signoraggio", Chiesa viva n. 334; "Giustizia
monetaria", Chiesa viva n. 345;
Bruno
Tarquini, "La moneta, la banca e l'usura", Chiesa viva n.336, 337,
338;
F.
Adessa, "Il governo di A.M. Rothschild", Chiesa viva n. 337, 338.
Il
meccanismo bancario della creazione di denaro costituisce una vera e propria
truffa ai danni dei cittadini. (di Nereo
Villa)
Nessun
economista affronta seriamente il problema: la creazione di denaro è vista
quasi come una conseguenza naturale dell'istituzione delle banche(1) o come una
curiosità con effetti benefici sul sistema economico che tutt'al più dove
indurre i banchieri ad operare con prudenza ed oculatezza per evitare che le
conseguenze della creazione di denaro possano travolgere la stessa banca. Il
meccanismo bancario di creazione di denaro è invece alla base
dell'appropriazione di risorse ingentissime da parte del sistema finanziario ai
danni dell'economia reale e di tutti i cittadini. Per capire come funziona
questo meccanismo, dobbiamo immaginativamente spostarci indietro nel tempo di
un paio di secoli e ritornare nella situazione che favorì la nascita delle
banche moderne, cioè a quei depositi in oro che le situazioni politiche e la
relativa ricchezza indotta dai commerci con l'estremo Oriente e il Nuovo Mondo
avevano generato. Le banche ricevevano l'oro e in cambio, rilasciavano
certificati a vista o al portatore, che erano utilizzati per i pagamenti da
parte dei titolari dei depositi, e, a loro volta, potevano essere utilizzati
per effettuare nuovi depositi. E qui sta l'inghippo. Infatti, finché il
certificato, nominativo o al portatore viene trasferito da un possessore ad un
altro, nel sistema non si crea alcunché, dato che si tratta della stessa somma
che semplicemente cambia di mano. Se invece, sulla somma depositata la banca
emette un prestito, allora si crea del denaro.
Un
esempio: stiamo nel 1884 a Dawson city nel Klondike. Sono appena uscito dalla
banca del West dove ho depositato mille dollari in oro, frutto di un duro
lavoro nelle miniere. La banca offre un buon interesse, e d'altra parte, ci
sono troppi brutti ceffi in giro per portarmi tutta quella somma addosso. La
banca, inoltre, gode di buona fama, e così io sono sicuro che nessuno porterà
via il mio gruzzolo. Tengo con me qualche spicciolo, e riparto per il
giacimento che ho scoperto nel nord del paese. La banca sa che non tornerò
presto a riprendere l'oro. Conta sulla mia avidità e sul desiderio di sfruttare
al meglio la miniera. Così quando si presenta un imprenditore a chiedere un
prestito di ottocento dollari per costruire un casinò per i minatori, la banca
lo concede volentieri, sia perché lo considera un buon investimento, sia perché
l'imprenditore in questione è persona economicamente solida. D'altra parte la
banca deve prestare i denari a qualcuno, perché altrimenti non potrebbe pagarmi
l'interesse che ha promesso, né le proprie spese. La banca non può concedere
più di 800 dollari in prestito perché tiene una riserva del 20%: la percentuale
sui depositi ritenuta sufficiente per coprire eventuali necessità liquide
impellenti dei propri depositanti(2).
Se per
esempio, avessi necessità di denaro per comprare delle nuove attrezzature per
la miniera, la banca sa che non chiederò più di 200 dollari, dato che in media
la percentuale dei depositi che si presume possa essere ritirata è, appunto,
del 20%(3). Tra le migliaia di depositanti, c'è ovviamente anche chi che ritira
per intero il suo deposito senza preavviso, ma in media il denaro che entra ed
esce dalla banca non supera il 20% del totale dei depositi. Se la banca concedesse
prestiti utilizzando una parte delle proprie riserve, rischierebbe di trovarsi
in difficoltà a fare fronte alle necessità correnti e perderebbe il proprio
buon nome. D'altro canto, se la banca tenesse più denaro del necessario a
riserva, non guadagnerebbe abbastanza, e non potrebbe remunerare i depositi
come le altre banche del sistema, che, quindi, le porterebbero via i clienti,
condannandola prima o poi alla chiusura. Quindi, la banca deve concedere
prestiti tenendo la riserva del 20%, così come fanno le altre banche del
sistema, che pure sanno che non più del 20% dei propri depositi sarà ritirato.
Come si può rilevare il sistema si regge dunque sul calcolo delle probabilità e
sul buon nome delle banche. Ma torniamo agli 800 dollari prestati per la costruzione
del casinò. L'imprenditore, ottenuto il prestito, si mette al lavoro di buona
lena, e spende tutti i denari ricevuti dalla banca per la costruzione, pagando
operai, fornitori, barman, ballerine e il pianista. Questi soggetti, ricevono i
soldi e a loro volta o li spendono o li mettono in banca.
Alla
fine, per varie strade, tutti gli 800 dollari prestati al primo imprenditore,
ritornano in banca (dove per banca si intende il sistema bancario nel suo
complesso che, come si è mostrato, si muove di conserva per non rischiare il
fallimento). La banca, a questo punto ha di nuovo 800 dollari, e così è
contenta se un altro imprenditore le chiede un prestito di 640 dollari per
aprire un negozio di alimentari per i minatori. Anche questo pare alla banca un
buon affare, e l'imprenditore che lo propone è un noto commerciante della zona,
munito di solide garanzie. Ricomincia il solito giro e dopo un po' di tempo, i
640 dollari ritornano tutti in banca. Con 512 dollari, il Direttore finanzia
l'apertura di un negozio di armi, e poi con 409,6 dollari una bottega da
maniscalco per i cavalli dei minatori e così via, finché i dollari non sono
esauriti. Ciò che spinge gli imprenditori ad investire rapidamente i denari
ricevuti è che essi devono pagare un interesse alla banca e quindi, prima
cominciano a guadagnare, e prima riescono a restituire il debito senza essere
taglieggiati dagli interessi. Allo stesso tempo la banca paga un interesse ai
depositanti, così che costoro sono invogliati a portare i soldi in banca e lasciarveli
il più a lungo possibile. Ovviamente c'è una differenza (spread) tra gli
interessi che la banca paga e quelli che riceve dai prestiti, differenza
sufficiente a coprire le spese della banca e l'utile dei soci di essa.
Come si
può vedere i miei originari 1000 dollari - che sono sempre depositati in banca
- ne hanno creato, prima 800, poi 640, poi 512, poi 409,6 e così via, tutti che
si reggono sull'originario mio deposito di mille dollari. Tra i miei mille
dollari e i cinquanta dell'ultimo depositante, un vetraio che ha rimesso in
sesto le finestre del saloon distrutte da una sparatoria tra i minatori, non
c'è, però, alcuna differenza: sia io che il vetraio sappiamo che essi sono
frutto del nostro lavoro, ed entrambi ci fidiamo della banca che, d'altra
parte, è una delle più solide del West. Il vetraio sa che in qualunque momento,
può andare in banca e ritirare i suoi 50 dollari in oro, nonostante abbia
versato carta. La banca non avrebbe alcuna difficoltà a pagare. Anche io so che
in qualunque momento posso andare in banca a ritirare i miei mille dollari in
oro senza alcuna difficoltà. In banca, però non ci sono tutti i soldi che sono
stati depositati da me fino al vetraio. In realtà ce ne sono solo il 20%, vale
a dire la riserva ritenuta prudente dalle banche per il ragionamento fatto
prima. La somma di tutti i soldi che sono tornati in banca è infatti ora di
4.000 dollari che, sommati ai miei 1.000, fanno 5.000 dollari, rispetto ai
quali i miei mille sono appunto il 20%. Se la riserva fosse del 10%, i dollari
che la banca potrebbe prestare sarebbero 9.000, se del 5%, sarebbero 19.000. E'
dunque evidente che la massa di denaro che la banca crea dipende direttamente
dalla riserva valutaria che la banca ritiene necessario costituire: minore è la
percentuale della riserva e maggiore è la quantità di denaro che viene
creata(4).
Si può
immaginare cosa potrebbe succedere se all'improvviso un numero rilevante di
depositanti si presentasse davanti agli sportelli a ritirare i depositi! Si
ponga il caso che la miniera - grazie alla quale come si è visto viene promossa
tutta quella attività - chiude per es. a causa di un'inondazione, e che molti
depositanti si presentino, tutti assieme, agli sportelli per ritirare i propri
denari. La banca non ne potrebbe accontentare più del 20%, e per pagare gli
altri sarebbe costretta a richiedere in restituzione con estrema urgenza denaro
a tutti coloro a cui li ha prestati, i quali per definizione non ne hanno.
Quell'oro, infatti, non esiste: c'è una serie di pezzi di carta per mezzo della
quale sono stati costruiti il saloon, la bottega, il negozio e ogni altra
attività finanziata dalla banca, ma l'oro non c'è, per la semplice ragione che
- come è stato mostrato - non c'è mai stato se non nella misura del 20% dei
depositi(5). Oltretutto, l'oro in questione non può essere preso nemmeno da
altre città: se la miniera chiude, saloon, negozio di alimentari, e maniscalco
- che vivevano tutti sulla miniera - non guadagnano più nulla o quasi, e non
possono restituire il prestito ricevuto. La banca cerca di vendere i beni dei
suoi debitori al migliore offerente, ma nessuno compra aziende che non
guadagnano, e così la banca realizza ben poco.
Disperato, il Direttore escogita allora tutti i trucchi per ritardare il
fallimento della banca: apre un solo sportello mandando a casa tutti gli altri
impiegati, sottopone i depositanti a procedure estenuanti per ritirare i
denari, convoca il Consiglio di Amministrazione per chiedere denari ai soci
della banca, e allo stesso tempo si rivolge ad altre banche per ottenere dei
prestiti. In altri termini cerca di diminuire la velocità di circolazione del
denaro, che è uno dei sistemi per far scomparire gradualmente il denaro
virtuale creato dalla banca(6). Nel frattempo, anche a causa di queste tecniche
dilatorie, si sparge la voce che la banca del West ha difficoltà di pagare, e
anche gli altri depositanti, preoccupati per la sorte dei propri soldi,
accorrono agli sportelli della banca, facendo una gran ressa di fronte alla
sede dell'istituto. Alla fine il banchiere getta la spugna e chiude la banca
per fallimento. Il denaro creato dal suo istituto lo ha travolto. Anche se non
ha commesso irregolarità di sorta, e si è comportato seguendo le regole di
funzionamento della banca, anche se non ha commesso errori evidenti, egli
finisce in galera per bancarotta ed è accusato dai suoi depositanti di esser un
ladro(7). La scena di panico descritta in Mary Poppins è molto significativa a
questo riguardo: Mr. Banks, il padre dei bambini cui Mary Poppins faceva da baby
sitter, era un austero funzionario della banca Dawes di Credito, Risparmio e
Sicurtà. Insomma una tipica banca ottocentesca, dove tutti indossano il tight e
le ghette, portano la bombetta, l'ombrello e il garofano all'occhiello.
La crisi
di panico si scatena quando il piccolo Michael cerca di farsi restituire dal
vecchio Dawes i due penny con cui voleva comprare il miglio per i piccioni, e
che invece il banchiere vuole usare per fargli aprire un conto corrente. Non
c'è argomento che riesca a convincere il bambino. Nel suo animo sono entrate
bene le parole di Mary Poppins che l'aveva incitato a donare di cuore. Le sue
grida vengono sentite da due clienti della banca che, preoccupatissime si
affannano a ritirare tutti i propri depositi. Anche gli altri clienti dentro
l'edificio, vista la reazione delle due correntiste si affrettano agli
sportelli per ritirare tutto il proprio denaro. E' il panico, scatenato
apparentemente senza alcuna ragione, da una voce, da uno sguardo preoccupato,
da un passo affrettato. Per convincere il bambino il vecchio Dawes aveva usato
tutti gli argomenti della cupidigia: "Con due miseri penny sarai
proprietario di terreni in America, di navi, di fabbriche, di palazzi. Il tuo
capitale raddoppierà di anno in anno e tu diventerai ricco!". Nulla riesce
a smuovere Michael dal suo proposito di usare i suoi due penny seguendo il suo
cuore, ormai ricco di amore e di generosità. Il discorso di Dawes sul raddoppio
del capitale è, però, il centro della truffa delle banche, il miraggio agitato dinanzi
agli occhi della gente per indurla a lavorare duramente e risparmiare con la
promessa di una felicità che non arriverà mai. E la crisi di panico trova, in
questa scena, la propria ragione profonda. Il dono d'amore, la generosità, sono
i nemici mortali del sistema finanziario.
Lo
stesso concetto lo esprime Keynes che racconta una storia illuminante tratta da
Sylvie e Bruno che, forse, ha ispirato il regista del film.
"E'
solo il sarto, Sir, con il suo conticino" disse una voce querula fuori
dell'uscio.
"Oh,
bene - disse il professore ai bambini, - risolverò subito questa sua faccenda,
se vorrete aspettare un momento. Quant'è quest'anno, buon uomo?" - Mentre
parlava il sarto era entrato.
"Vedete
è stato raddoppiato per tanti anni - replicò il sarto un po' brusco - che
adesso penso proprio di volere i quattrini. Sono duemila sterline, sono!"
"Roba
da nulla - osservò noncurante il professore frugandosi nelle tasche come se si
portasse sempre dietro quella cifra come minimo - ma... non preferireste aspettare
ancora un anno e farle diventare quattromila sterline? Pensate solo a quanto
diventereste ricco! Pensate, potreste diventare un re, se lo voleste!"
"Non
so se mi interessi diventare un re - commentò pensieroso l'uomo - ma sembra
davvero un mucchio di quattrini… Beh credo che aspetterò.."
"Certo
che aspetterete - incalzò il professore - Vedo che avete cervello. Buongiorno,
buon uomo!"
Non
appena la porta si richiuse alle spalle del creditore Sylvie chiese:
"Gliele pagherete mai quelle quattromila sterline?"
"Mai,
ragazza mia! - replicò enfatico il professore - Preferirà raddoppiare fino al
giorno della morte. Vedete, vale sempre la pena di aspettare ancora un anno per
avere il doppio"(8). La scena della crisi di panico venne replicata molto
frequentemente per tutto l'ottocento e fino a qualche anno dopo la grande crisi
del 1929. E non si trattava del fallimento di qualche banca qua e là, bensì di
decine di banche e - nei periodi di crisi - di centinaia: il sistema andava in
crisi periodicamente, in media ogni 15/20 anni, provocando fallimenti a catena
di imprese e di banche. Negli anni della grande crisi, tra il 1931 ed il 1933
fallirono negli USA oltre 10.000 banche, circa la metà di tutto il sistema
bancario. In realtà, nella favoletta della miniera, il banchiere un errore lo
ha commesso: avrebbe dovuto diversificare gli investimenti, in modo da non
fondare tutte le proprie attività sulla sola miniera. Insomma, se oltre ad
avere adocchiato la miniera il banchiere avesse finanziato operazioni relative
alla costruzione della ferrovia, all'allevamento del bestiame, alla
coltivazione del cotone ed alla pesca del salmone, la chiusura della miniera,
probabilmente, non avrebbe causato il fallimento della banca. Quest'ultima
avrebbe infatti potuto - per fronteggiare il ritiro dei fondi dovuti alla
chiusura della miniera - prendere i denari versati per effetto delle altre
attività. Ma per tale operazione, il banchiere avrebbe dovuto disporre di molto
denaro per finanziare tutte le attività... e d'altra parte se fossero andate
contemporaneamente in crisi miniera, pesca, allevamento e coltivazione, il
fallimento sarebbe stato comunque inevitabile... Ed è proprio questo che
accadde nel 1929, quando andarono in crisi contemporaneamente molti settori
dell'economia, e il sistema bancario ne fu travolto e andò in tilt.
Ma, a
parte la diversificazione degli investimenti - che però non salva il banchiere
se la crisi è particolarmente grave ed estesa - è chiaro che non c'è rimedio se
le attività economiche finanziate dalla banca si fermano, o anche solo se
rallentano: se le attività economiche rallentano, la banca si trova lo stesso
in difficoltà. Infatti molti depositanti avrebbero necessità di denaro per fare
fronte ai pagamenti correnti cui non possono più attendere con i propri ridotti
guadagni, e si affollerebbero dinanzi alla banca. Con la diversificazione degli
investimenti, i tempi della crisi sarebbero tutt'al più rallentati e forse la
banca potrebbe salvarsi liquidando le attività in tempo e ad un prezzo tale da
coprire le proprie necessità di cassa. E' già qualcosa. Un'ipotesi in cui una
banca è in grado di fare fronte anche alla crisi più devastante pagando in oro
tutti i suoi debiti, ci sarebbe. E' il caso in cui la crescita di quella banca
abbia attirato versamenti cospicui in oro da parte di altre aree per effetto di
una politica di investimenti e di tassi di interesse più attraente per i
risparmiatori di quella di altre banche. Ma anche questa situazione ha il suo
rovescio della medaglia. La crescita economica di un'area viene fatta ai danni
di altre aree, ovvero una zona dove la crescita è più elevata attira i capitali
da altre zone dove la crescita rallenta o si ferma per mancanza degli strumenti
finanziari necessari.
Insomma,
così com'è stato creato, il denaro della banca scompare lasciando dietro di sé
morti e feriti. Hanno ragione, allora, i clienti della banca a pensare che il
loro banchiere dall'aria così severa e rassicurante, sia in realtà un bel
truffatore, dato che in realtà il denaro da loro guadagnato con un duro lavoro
non c'è più, e la fatica patita per accumularlo si fa sentire tutta assieme,
pesantemente. Indipendentemente dalle sue qualità personali, infatti, il
banchiere è complice di un meccanismo di ridistribuzione della ricchezza che
premia i più furbi e i più svelti e penalizza in genere le persone perbene e
quelle più deboli. Ma c'è dell'altro: finché il gioco della ridistribuzione
coinvolgeva le persone che affidavano alle banche i propri risparmi le
conseguenze negative sul resto della popolazione erano infatti ancora modeste.
Dopo la crisi del '29 la cosa si è fatta certamente più pesante, e da tutti gli
Stati del mondo fu assunta una serie di provvedimenti che modificarono
radicalmente la situazione. Le banche da allora non falliscono più, ma la
creazione del denaro contina ad operare come meccanismo di ridistribuzione
della ricchezza coinvolgendo tutti i cittadini, anche quelli che in una banca
non hanno mai messo piede e che conservano i soldi nel materasso!!! Tra gli
anni trenta e il 1970 infatti si passò - attraverso una serie di provvedimenti
successivi - da un sistema monetario fondato sull'oro ad un sistema monetario
fondato sulla carta. Per evitare il fallimento delle banche, furono istituite
in tutto il mondo le centrali (le banche centrali) e un sistema di
assicurazione interbancario che consentiva di far fronte ad improvvise
necessità liquide di alcune banche eventualmente coinvolte nella crisi in un
qualsiasi settore dell'economia. Ma, soprattutto, venne vietata la conversione
delle banconote in oro da parte del pubblico (la conversione rimaneva tra gli
Stati). Galbraith sostiene che ciò che fece cessare la catena di fallimenti
delle banche fu l'istituzione dell'assicurazione che limitò i comportamenti
scorretti(9) dei banchieri. Questa tesi sarebbe convincente se le crisi delle
banche dipendessero dai comportamenti scorretti dei banchieri. Tali crisi
saranno certamente aggravate da tali comportamenti aberranti, però se la
"miniera" su cui poggia la banca chiude a causa di un'inondazione e i
depositanti si presentano in massa allo sportello per ritirare i propri soldi,
i banchieri qui c'entrano fino a un certo punto. La ragione della fine della
crisi delle banche è - fino a prova contraria - un'altra: si tratta
dell'adozione del divieto di conversione. Per un depositante non c'è infatti
alcuna differenza tra l'avere un pezzo di carta di un colore piuttosto che di
un altro. Se non è possibile avere oro, piuttosto che tenere del contante in
casa, è meglio averlo in banca, dove almeno rende un interesse. Occorre avere
bene chiara la situazione di questi ultimo 50, 60 anni, per accorgersi di che
cosa sta succedendo. Agenzia di notizie AFIMO ha più volte accennato al fatto
che nel 1944, fu istituito a Bretton Woods un sistema di conversione delle
monete nel dollaro e di questo nell'oro, e che tale conversione poteva essere
praticata solo dagli Stati e non dai cittadini, e all'altro fatto che nel 1971
fu abrogato tale sistema del 1944 a causa della crisi petrolifera.
Da
allora le banconote non hanno più alcuna base materiale, e la loro emissione si
fonda sulla truffa del PIL. Ovviamente la creazione di moneta da parte del
sistema bancario non si è affatto fermata con l'istituzione dell'assicurazione
interbancaria né con il divieto di conversione. E' stato infatti mostrato da
Agenzia di notizie AFIMO che il meccanismo di creazione di denaro virtuale
funziona molto bene: l'oro nei forzieri della banca d'Italia assomma a circa
50.000 miliardi, le banconote a circa 100.000, e il denaro dei depositi bancari
ad oltre 2 milioni di miliardi (cfr. per es. la tabella delle attività liquide
degli italiani nell'anno '95). A questo denaro bisogna poi aggiungere anche le
altre attività liquide che vanno considerate anch'esse denaro a tutti gli
effetti, dato che per loro tramite si possono acquistare beni di ogni tipo...
Insomma il miracolo della creazione prosegue al punto che oggi in Italia la
massa monetaria è cresciuta oltre a dieci milioni di miliardi - mentre nel
mondo è arrivata a oltre un miliardo di miliardi - e continua ad esercitare la
propria funzione di ridistributore della ricchezza a danno di tutti, anche se
le banche non falliscono più. Come avviene questa ridistribuzione? Prima del
'29 l'appropriazione della ricchezza avveniva per mezzo del fallimento delle
banche: solo alcuni dei depositanti, in genere i più informati, riuscivano a
riprendere i propri denari, mentre la maggior parte dei depositanti restava
senza denaro.
E
adesso, quando c'è una crisi economica e non si vedono più le file di risparmiatori
fuori le banche per cercare di ritirare più in fretta possibile i propri
risparmi, chi se non tu che stai leggendo queste parole paga(10) quel denaro
virtuale che - come è stato mostrato - necessariamente scompare durante le
crisi? Tu che lavori e paghi le tasse, e magari non hai un soldo bucato in
tasca né, tantomeno, un conto corrente in banca. Da quando le banche non
falliscono più, dato che sono garantite dallo Stato, il denaro creato viene
anch'esso garantito dallo Stato e quindi pagato da tutti. Gli effetti del
meccanismo di creazione di denaro da parte delle banche sono essenzialmente
tre. Primo effetto: abnorme crescita della massa monetaria. Questa massa
monetaria è, a sua volta, produttrice di ricchezza per mezzo del tasso
d'interesse medio che la remunera. Ciò comporta che una sempre maggiore
quantità di ricchezza venga "predata" dai detentori di denaro
virtuale, a danno di coloro che sudano per produrre i beni. Secondo effetto:
l'espansionismo innaturale del sistema, il quale per potersi sostenere deve
essere sempre in espansione. In tale sistema - che potrebbe essere paragonato a
un sistema respiratorio che inpira soltanto essendo terrorizzato all'idea di
espirare - una crisi economica o anche un mero rallentamento del sistema economico,
possono causare con la relativa scomparsa del denaro virtuale creato dalle
banche, anche l'avvitamento di una crisi finanziaria incontrollabile. Terzo
effetto: alla ricchezza di un'area corrisponde la povertà di un'altra area:
ovvero il sistema deve crescere in maniera squilibrata. Infatti, nei momenti di
crisi, il denaro si trasferisce verso le aree dove ha maggiori possibilità di
collocazione e di mantenere il proprio valore. La demonetarizzazione dell'oro
in favore del dollaro ha infatti consentito agli americani di impadronirsi
delle risorse dei paesi finanziariamente più deboli attraverso le manovre sulle
monete. Per queste ragioni le crisi economiche dell'Occidente sono state pagate
dai paesi meno sviluppati. Ed è anche per queste ragioni che è praticamente
impossibile fare uscire dal sottosviluppo e dalla depressione economica aree
del mondo sempre più vaste. Le stesse società dell'Occidente soffrono, in
maniera sempre più evidente, di uno squilibrio crescente tra zona e zona e tra
classi sociali. Nei paesi dell'Occidente in cui le politiche sociali hanno
generato una forte pressione fiscale sul lavoro e sulla produzione, ci si
attenderebbe una maggiore equità ed una minore incidenza degli squilibri
sociali. Com'è evidente, invece, non è affatto così, a riprova del fatto che il
sistema fiscale non opera come un ridistributore di ricchezza tra le classi, ma
essenzialmente come un meccanismo di appropriazione di una classe a danno delle
altre. In realtà oggi ci sono solo due classi, costituite da gente che lavora
onestamente e da gente che lavora per derubare quest'ultima in modo legale.
L'aumento
della massa monetaria ha come effetto non secondario, l'aumento del tasso di
inflazione, a causa del generale effetto al rialzo che i prezzi dei beni subiscono,
ma il meccanismo di trasferimento della ricchezza dal mondo economico a quello
della finanza è relativamente indipendente dall'inflazione, anche se in periodi
di alta inflazione il trasferimento di ricchezza è minore, e in periodi di
deflazione è maggiore. Infatti, un'alta inflazione in genere diminuisce lo
spread tra i tassi attivi e quelli passivi e di conseguenza il trasferimento di
ricchezza dai debitori ai creditori. Allo stesso tempo, un'alta inflazione
accelera la crescita della massa monetaria e accelera i tempi di esplosione del
sistema. Una bassa inflazione, e a maggior ragione una situazione di deflazione
palese od occulta, deprime in maniera drammatica le attività economiche e,
aumentando lo spread, aumenta notevolmente il trasferimento di ricchezza
dall'economia alla finanza(11). Insomma, la creazione di denaro da parte delle
banche ha causato l'abnorme espansione di un mondo di finanza virtuale che
cresce necessariamente ogni anno, ed occupa sempre più spazi del mondo reale,
dato che la ricchezza virtuale da esso creata è in grado di appropriarsi della
ricchezza prodotta dal mondo dell'economia reale. Poiché il sistema finanziario
deve necessariamente crescere per potersi mantenere in vita, esso deve creare
moneta virtuale in misura crescente. Una parte di questa moneta virtuale è
costituita dalla massa monetaria, l'altra - interna al sistema - dai prodotti
finanziari che ruotano intorno a questa massa monetaria.
Recenti
studi hanno infatti dimostrato che anche la massa dei prodotti finanziari
derivati influisce sulla formazione dei prezzi, e quindi dovrebbe essere
considerata anch'essa componente della massa monetaria. Il problema è che la
vita dei prodotti finanziari derivati è assoggettata per definizione al tempo,
la loro emissione è fatta da enti privati, e quindi il loro pagamento non è
garantito dalla generalità dei cittadini, come avviene per la massa monetaria
in senso stretto. D'altra parte, le dimensioni della massa dei prodotti
derivati sono talmente estese, e, peraltro, necessariamente in continua
crescita, che l'eventuale inadempienza di una parte di essa si riverberebbe in
maniera drammatica su tutto il sistema finanziario. Ciò è apparso evidente
nella recente crisi di mercato seguita alla crisi del mercato asiatico: la
Federal Reserve Bank è stata costretta ad intervenire per salvare il fondo LTCM
(Long Term Capital Management), un hedge fund di soli 20 miliardi di dollari di
capitale con investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari in tutto il
mondo. Il meccanismo di moltiplicazione del denaro messo in atto dai prodotti
finanziari derivati, è davvero impressionante. Non si conosce esattamente la
massa di tali prodotti ma si calcola che essi superino la cifra di 300.000
miliardi di dollari, vale a dire la bellezza di 550 milioni di miliardi di lire
(corrispondenti a circa 275 anni di lavoro di tutti gli italiani). Questa cifra
costituisce pressoché la metà della massa monetaria complessiva mondiale che si
aggira intorno al miliardo di miliardi di lire e a cui va aggiunta la massa
delle azioni, oggi valutabile intorno ai 100 milioni di miliardi. Non si può
dunque escludere la massa dei prodotti derivati dal calcolo della massa
monetaria, anche se sarà necessario una loro più precisa definizione giuridica
per evitare che la continua nuova creazione di strumenti possa generare
infinite classi di strumenti finanziari(12). Un derivato consiste in una
operazione generalmente a breve termine, contratta su un'altra operazione in
genere a lungo termine: si pensi a un fondo di investimento che raccoglie tra
gli investitori 100 milioni di dollari. L'operatore finanziario del fondo sa
che deve garantire una redditività del fondo tale da pagare l'interesse
promesso agli investitori, nonché le proprie spese - pur mantenendo una quota
di liquidità di riserva. Decide di effettuare operazioni su titoli a lungo
termine in una valuta che abbia un tasso di interesse basso. Egli compra 100
milioni di dollari di titoli USA con una redditività lorda del 6% e va ad
indebitarsi nelle banche giapponesi depositando a garanzia i titoli acquistati
per ottenere finanziamenti ad un tasso di interesse minore - dato che in
Giappone le banche prestano denaro a un bassissimo tasso di interesse,
equivalente al 3,50% circa. La differenza tra i due tassi è il guadagno del
fondo, che però non è sufficiente per coprire l'interesse promesso agli
investitori.
Allora
il nostro operatore finanziario, col denaro ottenuti mediante l'indebitamento
in Yen giapponese, compra altri titoli americani, e la banca giapponese gli da'
un finanziamento di circa 95 milioni, in quanto il tasso di interesse basso gli
consente di coprirsi con una riserva bassa. Con i 95 milioni di titoli
americani si indebita presso un'altra banca giapponese ottenendo 90,250 milioni
e così via di seguito, ogni volta creando denaro, come nell'esempio sopracitato
della banca del West. Ogni volta egli così lucra sulla differenza di tassi,
corrispondente al 2,50% circa, realizzando così 47,5 milioni lordi di interesse
all'anno. Con questi interessi, l'operatore finanziario può: remunerare il
capitale ottenuto in prestito con un interesse molto alto, equivalente al 18%
circa, attirare altri investitori, assicurarsi contro il rischio di una
variazione brusca dei rapporti di cambio tra le monete e dei tassi d'interesse(13),
pagare le imposte, e magari alimentare una speculazione su titoli o in borsa a
breve termine. Ovviamente il giochetto è replicabile anche su tre o più valute
diverse accettando maggiori rischi sul cambio, ma lucrando un differenziale più
elevato. La banca giapponese, a sua volta, non sta certo ferma. Con gli
interessi sui titoli di Stato USA ottenuti in garanzia, esegue operazioni
futures su titoli coreani e tailandesi che danno un alto tasso d'interesse e
sono familiari alla banca giapponese che conosce il mercato locale. Ricomincia
il ciclo di creazione di denaro, poiché a loro volta le banche coreane e
tailandese con i finanziamenti giapponesi effettuano investimenti su fondi
americani che garantiscono una elevata redditività per coprire i costi del
finanziamento giapponese e garantirsi un differenziale interessante.
Alla
fine, in qualche modo il circolo vizioso si è chiuso generando una gran
quantità di denaro virtuale che, di fronte ad una qualunque perturbazione del
mercato si rivela fortemente instabile, trasformando gli enormi guadagni qui
ipotizzati in enormi perdite, in ipotesi di uno scostamento dei tassi di
interesse di un solo punto in direzioni inverse. Infatti, se i titoli americani
dovessero diminuire la loro redditività di un punto, scendendo al 5% e le
banche giapponesi dovessero alzare i propri tassi di un punto, salendo al 4,5%,
il differenziale diventerebbe di solo lo 0,5%, e gli interessi ricavati sulla
somma investita, diventati di soli 9,5 milioni, non pagherebbero più gli interessi
promessi agli investitori(14). Il fondo comincerebbe ad accumulare perdite e
sarebbe difficile attivare la catena del disinvestimento, dato che la banca
tailandese paga il proprio debito con i denari promessi dal fondo americano e
che non riceve più.
Oltretutto,
la quota di questo giro finanziario che è andata ad alimentare investimenti
nell'economia reale (in media circa il 4% sul totale) sarebbe precipitosamente
disinvestita creando squilibri nel sistema economico. Tali squilibri potrebbero
generare, a loro volta, provvedimenti di restrizione del credito da parte delle
banche interessate, per recuperare con interessi più alti le perdite subite nel
sistema economico. Questo meccanismo, direttamente riconducibile alla scomparsa
del denaro virtuale creato dalle banche, è uno dei possibili scenari di una
delle innumerevoli crisi finanziarie ed economiche che attanagliano sempre più
spesso il nostro pianeta. Il sistema economico del mondo non può sopportare
oltre la crescita di questa massa finanziaria. Il rischio, più volte evocato
dagli analisti finanziari, di un crollo del sistema finanziario per
l'esplosione del mercato dei prodotti derivati è sempre più concreto.
Oltretutto questi prodotti, impadronendosi di ricchezza prodotta dal mondo
economico e intervenendo nei processi di determinazione dei prezzi, determinano
una continua crescita del debito pubblico, necessaria per sostenere la crescita
del sistema finanziario. E' quindi necessario immaginare interventi che
limitino la crescita del sistema finanziario e restituiscano slancio alla
produzione economica, allo stesso tempo garantendo una più equa distribuzione
della ricchezza prodotta. Com'è apparso drammaticamente evidente nella crisi
che ha attanagliato il mondo finanziario tra l'ottobre del 1997 e l'ottobre del
1998, la presenza di questa enorme massa di moneta e di prodotti finanziari,
genera turbolenze violente sui mercati che rischiano di diventare
incontrollabili e di coinvolgere tutti i paesi del mondo.
L'effetto
della globalizzazione del mercato finanziario, indotta dalla crescita della
massa monetaria e dei derivati, è quello di generare da un lato
un'accelerazione dei processi di crescita della massa, e dall'altro di
scatenare crisi ad effetto domino in tutto il sistema finanziario mondiale.
D'altra parte, la tendenza mondiale a tassi di interesse prossimi allo zero,
allo scopo di cercare di frenare la crescita della massa monetaria, è
insufficiente a frenare l'effetto deleterio che hanno le crisi finanziarie
sulla produzione e sul lavoro. Nella recente crisi del Giappone, i tassi di
interesse erano, appunto prossimi allo zero, e non per questo hanno tenuto il
paese indenne dalla crisi devastante che ancora oggi ne condiziona
negativamente tutte le attività economiche.
NOTE -
Bibliografia essenziale
Domenico
De Simone "UN MILIONE AL MESE PER TUTTI, Come e perché sarà introdotto il
reddito di cittadinanza e tutti vivranno felici e contenti", Ed.
Malatempora.
(1) Cfr.
sul punto J. K. Galbraith, Soldi, op. cit. pag. 25 e sgg. oppure, sulla creazione
di moneta bancaria e sull'incidenza del meccanismo della riserva, J. M. Keynes,
Trattato della Moneta, Feltrinelli Editore, Mi, 1979 pagg. 30 e segg., e 300 e
segg.
(2) In
Italia la riserva obbligatoria era del 15% fino alla fine del 1997. In pochi mesi,
però, essa fu portata al 3% per fare fronte alle necessità del sistema bancario
che non aveva più fondi per acquistare i titoli del debito pubblico, e per
cercare di rilanciare in qualche modo un sistema asfissiato dalla mancanza di
liquidità.
(3) Questa
conoscenza della banca definisce la propensione al risparmio. In una zona
agricola ci sarà una maggiore tendenza della gente a risparmiare e quindi le
banche potranno tenere una riserva minore. Intorno a Las Vegas la propensione
al risparmio sarà minore, e quindi la riserva delle banche sarà più elevata.
(4) Marx
comprese che il denaro bancario era meramente illusorio, ma si limitò a
considerare che esso non poteva generare capitale produttivo. Marx considerava
una follia del capitalismo la pretesa di trattare il denaro come una merce, ma
non poteva prevedere lo sviluppo che il sistema finanziario avrebbe avuto nel
secolo successivo. Per quanto riguarda il fenomeno della creazione di denaro da
parte delle banche, si limitò a riportare le considerazioni di Adam Smith
tratte da Wealth of Nations, Cannon, London, Pathuen & Co. 1950, II, cap.
IV, pagg. 333-334: "... Questi capitali possono essere pressoché
illimitatamente più grandi dell'importo monetario che serve come strumento del
loro trasferimento: le stesse monete servono successivamente a numerosi
prestiti diversi, così come a numerosi acquisti diversi. [….] Le stesse monete
d'oro o di carta possono così servire nel corso di pochi giorni a rendere
possibili tre prestiti diversi e tre diversi acquisti, ciascuno dei quali è,
per il valore, uguale all'intero ammontare di queste monete. […] Nonostante ciò
tutti questi prestiti possono essere del tutto sicuri, poiché le merci
acquistate con essi dai diversi debitori sono impiegate in tal modo che esse,
dopo un certo tempo, portano un uguale valore in oro o in carta moneta
unitamente ad un profitto. E come gli stessi pezzi di denaro possono servire a
rendere possibili prestiti diversi per un ammontare corrispondente a tre o
anche a trenta volte il loro valore, essi possono allo stesso modo servire
successivamente come mezzo del rimborso." (K. Marx Il Capitale, Editori
Riuniti, Roma, VIII edizione, 1974, Libro terzo, cap. 29 pagg. 555 e segg., e
cap. 30 pag. 574).
(5)
"Il 12 novembre 1857, la riserva complessiva della banca d'Inghilterra e
delle sue succursali ammontava soltanto a 580.751 L.st.; la somma dei depositi
per lo stesso giorno era di 22,5 milioni di L.st. di cui circa sei milioni e
mezzo appartenevano ai banchieri londinesi" ( K. Marx Il Capitale, op. cit.
pag. 587).
(6)
Oppure emettevano banconote per far cessare la crisi di panico anche oltre la
riserva ritenuta sufficiente, e ovviamente se la legge in vigore glielo
permetteva. "Nel dicembre 1825 non restavano alla banca [d'Inghilterra]
che 1.100.000 L.st. oro all'incirca. Essa avrebbe allora senza dubbio dovuto
fallire se questo Act [del 1844] fosse in quel tempo esistito. In dicembre, io
credo, emise in una settimana 506 milioni di banconote e ciò diminuì
notevolmente il panico allora esistente" (deposizione del Governatore
della banca d'Inghilterra dinanzi alla Commissione dei Lords Commercial
Distress, relativamente all'applicazione della legge bancaria del 1844. In K.
Marx Il Capitale, op. cit. pag. 653).
(7) In
Italia, fu questa la sorte di Tamlongo, direttore generale della banca Romana
che pagò per tutti le responsabilità politiche del fallimento dell'istituto,
travolto dalla memorabile crisi di panico iniziata nel 1887. In quell'anno, la
rottura delle relazioni commerciali con la Francia fece esplodere la crisi di
sfiducia nei confronti del sistema finanziario italiano. Gli investitori esteri
reclamarono la restituzione dei crediti, e le voci sulle difficoltà delle
banche private, che già circolavano da tempo, divennero una valanga che
travolse la banca Generale e il Credito Mobiliare, due grandi istituti privati
dell'epoca. Assediati dai depositanti, le banche sospesero i pagamenti nel
1893. In quella crisi, tra il 1890 e il 1894, fallirono in Italia 19 banche e
il capitale complessivo del sistema bancario ne risultò dimezzato. Alla fine
venne travolta anche la banca Romana che era allora un istituto di emissione di
carta moneta. Cfr. L. Goldschmied, Storia della banca, Garzanti, Milano, 1954,
pagg. 69-72.
(8) Da
J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, citato da C. Napoleoni, Il futuro del
Capitalismo, Laterza, Bari, 1976, pag. 116.
(9) J.
K. Galbraith, Soldi, op. cit. pag. 194 e segg.
(10) Il
denaro creato dalle banche non scompare più, ma viene immesso nel sistema sotto
forma di titoli per il debito pubblico.
(11) Sui
rapporti tra inflazione e sottrazione di ricchezza da parte del mondo
finanziario cfr. W. Wolman A. Colamosca, Il tradimento dell'economia, op. cit.
pag. 202 e segg.. Per gli autori, il mondo finanziario ha imposto il
rallentamento della crescita del mondo economico per mezzo di una politica di
severo controllo dell'inflazione, che incrementa i guadagni del mondo
finanziario anche se ha per effetto un rallentamento della crescita della massa
monetaria.
(12) La
questione è divenuta evidente nel dibattito intorno alla Tobin tax: la proposta
di assoggettare le transazioni sulle valute, ha reso necessario immaginare
l'estensione del sistema di tassazione a tutti i prodotti derivati per mezzo
dei quali si può parimenti ottenere un cambio di valuta eludendo l'imposta.
Vedi in particolare le obiezioni di Kenen e le considerazioni in proposito di
Tobin. Le indicazioni del dibattito sono una prova della necessità di
considerare anche i prodotti derivati come componenti della massa monetaria.
(cfr. Alex Michalos, Un'imposta giusta: la Tobin tax, Edizioni Gruppo Abele,
To, 1999, pag. 81 e segg.). Sulla Tobin tax cfr. cap. 9.
(13)
L'assicurazione contro questo tipo di rischi è la vera ragione della nascita
dei contratti derivati. I contratti futures sono un tipico esempio di tale
forma impropria di assicurazione contro i rischi di brusche variazioni dei
tassi o dei rapporti tra le monete. Essi consistono nell'acquisto di una
determinata quantità di beni ad un prezzo e ad una data prefissati. L'acquisto è
effettuato sul mercato con la mediazione di una stanza di compensazione, la
Clearing House, che mano a mano cerca e fornisce venditori (o acquirenti) per
gli acquisti (o le vendite) richieste. L'ipotesi tipica è che l'operatore
finanziario abbia in portafoglio dei titoli acquistati a 100, e voglia
assicurarsi contro la discesa del prezzo di tali titoli. Così acquista titoli a
98 a scadenza. Se il titolo sale perde sui futures ma guadagna con il
sottostante. Se i titoli scendono perde con il sottostante ma guadagna con i
futures. Poiché per l'acquisto di futures non ha bisogno di tutto il
sottostante ma solo del 10%, l'operatore può utilizzare la restante liquidità
per altri futures o altri acquisti di titoli. Per approfondire l'argomento si
veda l'eccellente lavoro di A. Gligora, Mercati Derivati e rischi sistemici,
IriSS, Roma, 1997.
(14)
Nemmeno le operazioni sui derivati riescono a salvare l'operatore finanziario,
se le cause del calo dei titoli sono diverse da quelle da lui ipotizzate. Anzi,
in questo caso, la perdita si moltiplica. Se per esempio la valuta giapponese
dovesse salire fortemente sul dollaro americano, per es. del 2% e i titoli
americani salissero solo dello 0,5%, l'investitore accumulerebbe le perdite sui
derivati a quelle sui titoli del sottostante con un'amplificazione drammatica
delle perdite per via dell'effetto leva. Nel fallimento della banca Barings (30
miliardi di sterline di capitali gestiti e 4000 dipendenti nel febbraio 1995)
si generò un tale effetto leva, dovuto al sommarsi di posizioni equivalenti in
perdita, assunte peraltro in conformità delle disposizioni operative della
banca da un trader della filiale di Singapore, che operò con contratti futures
sull'indice Nikkei 225. In pochi giorni, la filiale accumulò perdite per 916
milioni di sterline a fronte di un capitale sociale di 200 milioni, il tutto
senza violare le disposizioni di sicurezza della banca che era conosciuta per
la sua serietà e competenza. Nonostante le accuse delle Autorità monetarie
Britanniche al trader, infatti, questi - avendo perfettamente rispettato il
margin call sia con prestiti nell'interbancario che con i premi della vendita
di put options sullo stesso future Nikkei 225, creando posizioni equivalenti e
generando così moneta senza alcuna copertura (Il caso Barings è analizzato con
cura in A. Gligora, Mercati derivati e rischi sistemici, op. cit.) risultava
avere agito in modo legittimo.
I
segreti del Tesoro e le presenze degli uomini di Bankitalia nelle istituzioni
repubblicane. (di Vittorio Soldaini –16/12/2004)
In data
31.12.1995, “Il Sole 24 Ore” in un articolo “Il Tesoro elenca gli atti
sottratti alla trasparenza”, informava che calava il segreto sulle categorie di
atti “comunque rientranti nell’ambito delle attribuzioni del ministero e degli
organi periferici in qualsiasi forma da esso dipendenti”. In deroga alla legge sulla trasparenza degli
atti amministrativi, la 241 del 1990, il decreto n. 561 del 13 ottobre 1995,
pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” n. 302 del 29 dicembre, disponeva “temporaneamente
o senza limiti di tempo”, la più completa riservatezza. Dal quel momento erano top secret i documenti inerenti a
sicurezza difesa nazionale e relazioni internazionali, quelli attinenti alla
determinazione ed attuazione della politica monetaria valutaria; gli atti
relativi all’ordine ed alla sicurezza pubblica nonché alla prevenzione
della criminalità e infine quelli sulla riservatezza di persone, gruppi o
imprese. Tralascio ogni dettaglio sui documenti segretati per un anno e
attiro tutta l’attenzione possibile, su quelli sottratti all’accesso per dieci
e venti anni. Per gli atti relativi alla “posizione
italiana nell’ambito di accordi internazionali sulla politica monetaria e sulla
politica creditizia e finanziaria”, per gli atti “preparatori del Consiglio della Comunità Europea, sui flussi finanziari di entrata e di spesa,
sulle previsioni del fabbisogno dello Stato” e ….”sull’evoluzione, la
consistenza, la gestione e il risanamento del debito pubblico”, la durata è di anni dieci e per altrettanti anni cala il segreto sulle
simulazioni e previsioni che riguardano le misure di contenimento della spesa
per interessi e, in generale, del fabbisogno del settore statale e pubblico.
Il
decreto prescrive la riservatezza per la durata di venti anni dei documenti che
riguardano “persone, gruppi o imprese,
relazioni e denuncie degli organi e dei rappresentanti ministeriali in seno
alle pubbliche amministrazioni e agli enti pubblici e privati, alle banche e
alle società partecipate o controllate”. E’ possibile attivarsi fin da ora
per essere pronti, alla scadenza del decimo anno di segreto, a prendere debita
visione ed intelligenza dei documenti riguardanti i flussi finanziari di
entrata e di spesa, sulle previsioni del fabbisogno dello Stato e sull’evoluzione,
la consistenza, la gestione e il risanamento del debito pubblico, nonché sulle
simulazioni e previsioni che, in tale periodo, hanno riguardato le misure di
contenimento della spesa per interessi e, in generale, del fabbisogno del
settore statale e pubblico. Nel nuovo
anno dobbiamo poter ottenere, da parte dello Stato, disdetta del servizio di
tesoreria che la Banca d’Italia svolge per lo Stato, pena il rinnovo automatico
per altri venti anni dal 2010 ed avere
accesso ai documenti sui quali è stato fatto calare il segreto.
Per la
cronaca, e solo per soddisfare la legittima curiosità, il Ministro in carica
era Lamberto Dini che resse il
ministero dal 10 Maggio 1994 al 18 maggio 1996, giorno in cui gli successe
Carlo Azeglio Ciampi fino al 14 maggio 1999, quando divenne Presidente della
Repubblica. Un giorno si dovrà pur rilevare, a tutto tondo, la nutrita presenza
dei Governatori e di alti funzionari di Bankitalia ai vertici delle istituzioni
repubblicane. Come non ricordare Luigi Einaudi, Governatore della Banca
d’Italia che fu il primo Presidente della Repubblica dopo esserne stato
ministro del Tesoro, dal 31 maggio al 4 giugno 1947. Un altro Governatore,
Guido Carli, è stato ministro del Tesoro dal 23 luglio 1989 al 28 giugno 1992,
in seguito Presidente della Confindustria che se non è un’istituzione pubblica
è pur sempre il ministero dell’Industria del governo ombra dei poteri forti,
senza parlare degli uomini dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia “prestati”
alla Repubblica, da Savona a Draghi ecc. ecc.
Moneta e
Debito (di Josef Hasslberger)
Esiste una verità fondamentale
sul tema moneta e debito, ma la cosa è conosciuta da pochi e quasi nessuno
pensa di realmente poter o dover occuparsene.
Alcuni
personaggi importanti che si mettevano a cambiare la situazione furono
assassinati o sono stati messi a tacere in altro modo, giusto quando la
soluzione era diventata tangibile. La verità è così mostruosa che ci pare
proprio incredibile. Preferiamo non pensarci, specialmente perché abbiamo degli
"esperti" che dovrebbero saperne tutto, allora perché noi "non
esperti" dovremmo cercare di conoscerne i segreti?
Siamo
perfettamente a conoscenza del problema, che peraltro è ben ovvio, ma la
soluzione ci sfugge, forse perché pensiamo il problema è troppo grande perché
lo affrontassimo. Il problema, in poche parole, è che né i governi né la
stragrande maggioranza della gente ha soldi. Forse suona esagerato ma,
pensandoci bene, vediamo che è la verità. I governi, di qualunque colore, siano
essi liberali, socialisti, conservatori, democratici o altro, non hanno soldi.
Ci tartassano quasi a morte e ciò nonostante, fanno altri debiti. E la maggior
parte di essi è così indebitata, che quasi non ci sembra speranza di ripagare
quanto è stato preso in prestito. Una percentuale altissima di tutte le tasse
che entrano nelle casse dello Stato viene spesa per "servire il
debito", cioè per pagare gli interessi sul debito pubblico, prima ancora
di discutere come impostare il capitolo spese della legge finanziaria. Se ai
governi manca la liquidità, i cittadini non sono messi meglio. Basta guardarsi
intorno e vediamo le famiglie alle strette finanziarie, anche se non manca la
volontà di lavorare. Molte volte sia marito che moglie hanno un impiego, a
discapito della vita di famiglia e dei bambini, e spesso anche in quel caso i
soldi bastano a malapena per le spese e le ferie una volta l'anno. Potete dire
che questo è normale, è sempre stato così e non ci si può fare niente. Lo
vedete? E' quella la risposta che siamo stati programmati a dare. Il problema
c'è, ma è così grande ed è così prevalente nella vita di ognuno di noi, ed è un
nodo così "complicato" che dobbiamo per forza lasciare che "gli
esperti" lo sciolgano. Vero? No - non è invece vero per niente. Qual è il
primo passo per risolvere un problema? Dobbiamo renderci conto della sua
esistenza. Cominciate ad osservare la realtà intorno. Provate a sapere quanto
il vostro governo spende ogni anno per gli interessi sul debito pubblico.
Informatevi quanto i paesi in via di sviluppo pagano per gli interessi sui
debiti. Osservate quanta gente dai paesi del terzo mondo emigra ovvero immigra
nel nostro paese cercando solamente un sollievo dalla disastrosa situazione
economica. Avrete una sorpresa.
Adesso
che abbiamo capito che un problema esiste, dobbiamo fare il passo successivo,
cioè dobbiamo individuarne la causa. Una cosa che certamente non possiamo fare
è rimetterci agli "esperti", perché se loro sapessero, ci avrebbero
avvertito tempo fa e saremmo già sulla buona strada per porre rimedio a questo
schifoso stato delle cose. No è che la causa sia sconosciuta. Ci sono alcune
persone ed anche qualche organizzazione che disperatamente cercano di darci
delle informazioni in proposito. Purtroppo non hanno accesso ai media di larga
diffusione, e se avessero l'accesso, e mettessero in piedi una campagna,
potrebbero anche trovarsi di fronte a qualche serio problema. Credo che siate
curiosi ormai di sapere che cosa sia la causa, e se noi, semplici cittadini,
possiamo fare qualcosa per porre rimedio. Non è utile a nessuno trovare la
causa del male se scopriamo poi che niente si può fare. Potevamo risparmiarci
la fatica e fare qualcosa più piacevole. Senza farvi ancora spettare, butto qui
la patata bollente: I soldi vengono messi in circolazione non dai nostri
governi ma da un monopolio privato gestito dalle banche. E così semplice. Ma
come potreste dire ed anche se fosse così, qual è il problema?
Vediamo
- una cosa alla volta.
Sembrerebbe
naturale che la moneta venga creata dallo Stato e infatti, le Banche Centrali
sembrano essere proprietà dello Stato anche se godono di una certa autonomia.
Dico "sembrano" perché le banche centrali, che quasi costituiscono un
quarto potere, oltre a quelli tradizionali dello Stato, sono solo in apparenza
sotto il controllo dei poteri dello Stato. Quando lo Stato ha bisogno di soldi,
non impartisce alla Banca centrale un'ordine di accreditare una somma sul conto
della tesoreria. Lo Stato può ottenere i soldi solo in due modi. Uno è di
tassare i cittadini, l'altro è di prendere un prestito. Quando la Banca
centrale mette soldi in circolazione, lo fa sotto forma di prestito. Lo Stato
deve chiedere questi soldi in prestito e si deve impegnare di ripagarli con
interessi. Lo stesso succede quando un privato ha bisogno di finanziare un
acquisto e gli mancano i fondi liquidi. La banca è felice di dare un prestito,
finché potete portare delle garanzie e finché promettete di ripagare con
interessi. Come possono le banche creare questi fondi? Buona domanda. Non sarà
la Zecca dello Stato l'officina dove vengono fabbricati tutti i soldi? Le
banconote, quando vengono stampate, vengono considerate proprietà della Banca
centrale. Non vengono date allo Stato da utilizzare per le sue spese, ma
vengono invece immesse nella circolazione chiedendo una contropartita. Ognuno
che vuole alcune di queste banconote da spendere, deve "comprarle",
cedendo una parte del suo credito. Ma in ogni caso, la grande maggioranza dei
soldi che circolano (più del 90%) non sono banconote e monete, bensì
"credito".
Quando
andate dalla Vostra banca e chiedete un prestito, questi "soldi"
vengono creati dalla banca lì per lì, scrivendo delle cifre sul vostro conto.
Questi soldi si possono ritirare in banconote, cosa che succede raramente, o si
possono spendere scrivendo degli assegni. Le banche tengono solo una piccola
parte dei loro crediti in contanti, il resto viene movimentato spostando delle
cifre da un conto ad un altro. La cosa più importante da sapere: I soldi
vengono creati immettendo dei numeri in un computer. Nella pratica, succede
così: Per ogni 10.000 che la banca concede in prestito, deve depositare 1000 o
2000 nella Banca centrale. Questo significa, se una banca raccoglie 100.000 in
depositi, potrebbe tenersi 10.000 in contanti e depositare 90.000 con la Banca
centrale. In seguito, la banca può creare 900.000 di soldi freschi
semplicemente scrivendo queste cifre sul conto di alcuni suoi clienti. Nel caso
il governo abbia bisogno di soldi, la procedura è leggermente diversa, ma
sempre con lo stesso risultato. Il governo deve emettere dei buoni, che sono
certificati di prestito, carte per le quali il governo può accettare soldi, e
con le quali promette il successivo ripagamento della somma, maggiorata da "interessi".
Questi certificati vengono "comprati" dalle banche. Possono essere
rivenduti ai propri clienti o possono rimanere in mano alle banche. Al governo,
in cambio, viene accreditata una somma corrispondente. L'ironia della
situazione è che il governo, che dovrebbe essere l'autorità che emette i soldi
che circolano nel paese, è costretto a prendere soldi in prestito dai privati
(attraverso le banche) e di pagare interessi per questi prestiti. Adesso
cominciamo a vedere perché il governo non ha mai soldi e perché molte delle
nostre tasse che entrano nelle casse dello Stato, se ne vanno per pagare
interessi sul debito, prima che si pensi ad affrontare le vere e proprie spese
dello Stato.
Che
succede quando un debito viene ripagato? Questo è interessante. Gli interessi
pagati sono diventati proprietà della banca e la cifra che era stata concessa
in prestito, viene distrutta. Nello stesso modo che la somma venne
"creata" all'atto di concedere il prestito, adesso viene "discreata"
o distrutta, una volta il prestito è stato ripagato. Significa che la Vostra
banca può creare dei soldi sostanzialmente dal nulla, può appropriarsi degli
interessi e poi può distruggere questi soldi, solo per ripetere il ciclo più
avanti con un altro suo cliente. Se vi siete mai meravigliati da dove vengono i
fondi per comprare gli edifici migliori e più grandi della città, qui c'è una
spiegazione.
Se
questo vi sembra ingiusto, aspettate a sentire la parte diabolica!
Ogni
economia nazionale ha bisogno di soldi così che merce e servizi possono essere
venduti ed acquistati. Se i soldi sono troppo pochi, le merci non potranno
essere vendute, i prezzi si abbasseranno e questa situazione viene chiamata
"deflazione". Se la moneta diventa ancora più scarsa, alla fine l'economia
entrerà in recessione, la produzione si ferma, il lavoro non c'è più, inizia ad
affacciarsi la miseria. Perciò, è molto importante che la quantità di moneta in
circolazione sia sempre sufficiente perché la gente sia in grado di comprare la
merce ed i servizi che vengono offerti. L'altro estremo è quello della relativa
abbondanza di liquidità, che porta all'inflazione. I prezzi salgono, il
"potere d'acquisto" della moneta si erode. L'inflazione è
indesiderabile quanto lo è la deflazione. L'ottimale è una moneta con un potere
d'acquisto stabile. Oggi, il governo non ha che strumenti indiretti per
assicurare questa stabilità, essendo la creazione del credito largamente a
discrezione delle banche. Inoltre, visto che il Governo non può creare la sua
moneta, l'unica via per far sì che l'economia disponga di moneta a sufficienza,
è di continuare a prendere prestiti! Certo questo significa continuare a pagare
interessi! E' questa la ragione perché i governi non hanno mai soldi e perché
lavoriamo più di sei mesi l'anno per lo Stato. Paghiamo gli interessi, in
aggiunta alle spese dello Stato. Diabolico, no? Un monopolio privato ad opera
delle banche mette in circolazione la nostra moneta, cominciando dalla Banca
centrale e, così di seguito, tutte le altre banche. Sono le nostre leggi
bancarie che permettono alle banche di creare e sfruttare il credito, piuttosto
che il governo, che dovrebbe creare la moneta per i propri cittadini.
Avendo
trovato la ragione per le difficoltà economiche e la miseria, ed avendola
descritta con esattezza, una soluzione praticabile ci salta subito nell'occhio.
E' necessario cambiare le leggi bancarie per escludere l'autonoma creazione di
credito dalla parte delle banche, eccetto la creazione di nuova moneta e nuovo
credito ad opera della Banca centrale, da mettere in circolo come credito per i
cittadini, non come debito. La creazione della moneta deve tornare sotto la
sovranità del popolo e deve essere a diretto benefico di ognuno di noi. Come si
può escludere la creazione del credito ad opera delle banche? Molto semplice.
Si richiede, invece della bassa percentuale oggi necessaria, che le banche, per
ogni prestito concesso, debbano avere un deposito dell'intera somma (100%)
presso la Banca centrale. Questo significa che una banca potrà collezionare i
depositi dei propri clienti, li può depositare presso la Banca centrale e
soltanto poi potrà concedere prestiti per l'ammontare della somma depositata.
Parliamo adesso della creazione della moneta che dovrà tornare sotto controllo
del governo, ovvero sotto controllo dei cittadini. E' un problema questo che
acquista grande importanza. Per primo, ci deve essere un meccanismo che ci
permette di controllare l'andamento dei prezzi in modo continuo. Disponendo di
un tale meccanismo, è possibile che l'autorità monetaria, investita del compito
esclusivo di creare la moneta, eserciti un controllo esatto sul potere
d'acquisto della moneta, avendo così l'inflazione e la deflazione sotto il suo
diretto controllo. Secondo il principio che l'ammontare della moneta in
circolazione deve coincidere esattamente con la totalità delle merci e dei
servizi che vengono offerti, possiamo eliminare l'inflazione e stabilizzare la
moneta con un meccanismo molto semplice. All'autorità monetaria viene assegnato
il compito di stabilizzare l'indice dei prezzi. Questo compito viene assolto
mediante la messa in circolazione di nuova moneta al primo segno di
un'abbassamento dei prezzi, e il corrispondente ritiro di liquidità quando i
prezzi accennano ad alzarsi. Non c'è assolutamente una necessità di accettare
un'instabilità dei prezzi. E' importante sapere che l'inflazione è dovuta al
fatto che in circolazione ci sono più soldi di quelli necessari all'acquisto
delle merci e dei servizi offerti, e che la deflazione è la situazione opposta,
ovvero insufficiente moneta in circolazione. Questi fatti sono conosciuti da
svariati decenni, solo che, con la creazione della moneta nelle mani delle
banche (dei privati) invece di un'autorità centrale (pubblica) era finora difficile
aggiustare la quantità di moneta alle vicissitudini dell'attività economica.
Allo
stato attuale, la moneta viene creata in forma di credito per le banche, e
viene messa in circolazione in forma di debito per chi prende il prestito,
cittadino privato o Stato chicchessia. Chiaramente il prestito deve essere
ripagato, i soldi vengono considerati "proprietà della banca". Per
questa ragione dobbiamo pagare interessi. Preferisco chiamare questa moneta la "moneta
debito" ed ho già messo in evidenza che è la causa di molta sofferenza. La
moneta credito invece non ha di questi inconvenienti. Questa moneta, dopo
essere creata, viene data ai cittadini, non in forma di prestito, bensì in
forma di accredito dell'utile dello sviluppo economico. Quando si crea una
nuova moneta, non sono state le banche a lavorare ma i cittadini, e così la
proprietà della moneta, una volta creata, spetta ai cittadini, non alle banche.
Questo
si potrebbe chiamare un sistema di credito sociale. In fatti, il termine
"social credit" - credito sociale - fu coniato da un certo Clifford
Hugh Douglas. Poi il cittadino canadese Luis Even dette larga diffusione a
questa filosofia fondando una pubblicazione per portarne i principi a conoscenza
del pubblico. Non posso pretendere di descrivere qui il sistema del credito
sociale ma certamente, la moneta credito ne è una parte importante. Quando la
moneta viene messa in circolazione dalla Banca centrale, è giusto che sia
proprietà di tutti noi che abbiamo contribuito in un modo o nell'altro alla
crescita dell'economia reale. Noi produciamo, viviamo, consumiamo, abbiamo
nuove idee, mettiamo su famiglia, impariamo, impartiamo agli altri quello che
sappiamo. Tutte queste attività ed altre ancora sono alla base della vita
economica del paese e perciò sembra logico che i benefici derivati dalla messa
in circolazione della moneta non debbano essere un'esclusiva di pochi banchieri
bensì vadano distribuiti a tutti quei soggetti che concorrono nella vita economica
del paese.
Dopo
aver posto fine al monopolio privato di creazione della moneta attraverso
l'obbligo di un deposito presso la Banca centrale pari al 100% dei crediti
concessi, si dovrà decidere come la creazione della moneta avverrà in futuro, e
come possiamo assicurare che ogni cittadino percepisca la sua parte dei
proventi dall'incremento dell'attività economica. Qualcuno potrà dire che lo
Stato debba esercitare il potere di creazione della moneta e che questa moneta
debba entrare nelle casse dello Stato. Questo tipo di ragionamento, anche non
essendo privo di una certa logica, non rispetta però il principio di dare ad
ogni cittadino quello che è di sua spettanza. Visto che stiamo tutti
contribuendo, in un modo o nell'altro, all'attività economica del paese, vi
presenterò qui una proposta ideata dal prof. Giacinto Auriti dell'Università di
Teramo. Questa proposta è stata presentata come disegno di legge No. 1282 al
Senato da alcuni Senatori, l'11 gennaio 1995.
Il testo
è, nella sua brevità e semplicità, di estrema chiarezza.
La
proposta è:
"Articolo
1
La
moneta all'atto dell'emissione nasce di proprietà dei cittadini italiani e va
accreditata dalla Banca centrale allo Stato".
"Articolo
2
Ad ogni
cittadino è attribuito un codice dei redditi sociali mediante il quale gli
viene accreditata la quota di reddito causato dalla emissione monetaria e da
altre eventuali fonti di reddito".
Auriti è ordinario di diritto e
la sua spiegazione del principio dietro questa proposta, qui riportata in estrema
sintesi, è piuttosto esplicita. Auriti spiega che il nostro sistema monetario è
la più grande frode nella storia umana. I cittadini vengono illegalmente
deprivati del doppio dell'ammontare totale della moneta in circolazione. Non
solo infatti non gli si è dato la parte spettante loro dell'incremento delle
attività economiche, ma quando questa parte veniva messa in circolazione, fu
data in prestito, cioè fu richiesta una contropartita uguale all'ammontare
della massa monetaria stessa aggiungendo, per così dire, il danno alla beffa.
Un
avvertenza finale
Non
credete che un mutamento così drastico del sistema finanziario sia possibile
ottenerlo attraverso la sola opera dei politici, ammesso che siano essi stessi
propensi a chiederlo. Non sarà possibile senza un sostegno pubblico veramente
convincente. Siamo tutti chiamati, adesso che abbiamo scoperto la causa della
miseria e delle difficoltà economiche, a lavorare affinché la situazione cambi,
girando queste informazioni ai politici e dandogli il sostegno necessario.
Potete fare copie di questo articolo e distribuirlo ai vostri amici, ma pensate
anche all'azione vera e propria.
Non darò
qui dei suggerimenti su che cosa fare, ognuno saprà meglio come comportarsi. La
scelta è vostra, unico avvertimento: non dite che non sapevate nulla. (Josef
Hasslberger - Roma, Settembre 1999)
In questo scritto è espresso il
contenuto di tutte le mie precedenti pubblicazioni internet dal 1999 ad oggi in
merito all'indagine sulla cosiddetta depressione economica, il cui sintomo
maggiore può essere espresso in poche parole: "Tutte le imposte sul
reddito finiscono per gravare sui poveri, in quanto obbligano le aziende a
scaricarle sui prezzi". Tale sintomo è l'effetto di una logica contro
l'uomo, o antilogica, per usare una parola di Platone (Platone, Fedone, [b]
XLIX, 101°; Liside, XII, 216b; Teeteto, XVIII, 164c), produttrice di schiavitù,
cioè di nuovo schiavismo, che riguarda tutti gli uomini, non solo categorie di
essi. Anche il cosiddetto mobbing non è che un aspetto di tale antilogica da
schiavi. Quest'ultima, pertanto, va combattuta non a partire dai sintomi, ma
dalle cause profonde, cioè a partire dall'interiorità. La vita pone da sempre il
problema della necessità di disporre di alcuni prodotti della natura per la
sopravvivenza, ed il procacciamento del necessario impegna da sempre a
progettualità diverse. Perfino agli schiavi veniva chiesta la prestazione di
attività fisiche poggianti su tali progetti. Ma il lavoro degli schiavi,
mancando di progettualità soggettiva, potenziò più l'esecuzione automatica che
la consapevolezza dei loro talenti individuali, creando di fatto due categorie
di lavori, una coinvolgente l'intera personalità degli uomini liberi, e l'altra
senza la libera partecipazione degli uomini (non liberi). Con la rivoluzione
industriale, la precedente schiavitù si modificò poi nel lavoro subordinato, e
la grande diffusione del lavoro subordinato allargò progressivamente la fascia
dell'infelicità, strettamente connessa con l'agire eterodiretto, cioè motivato
a partire dal di fuori della personalità (se le azioni lavorative impegnano
l'intera personalità umana, educano alla libertà, e quindi alla capacità di
amore; se al contrario la motivazione del lavoro viene limitata alla sola
ricerca del denaro si ha l'educazione all'egoismo e quindi all'isolamento e
all'infelicità). Perciò in questo scritto ho cercato di ricollegare chi legge
con la sua capacità immaginativa e creativa, che la tirannia del
"lavorismo" tende a sopprimere. E l'ho fatto a partire dalla verità,
che nessuno ancora, in questo tetro clima di schiavitù, osa dire. Credo che, in
tal senso, questi risultati di ricerca, in quanto verità, facciano liberi,
formando in chi legge una specie di organo di percezione, adatto a cogliere le
vere cause del male o del "grande mobbing" o truffa nei confronti
dell'umanità stessa. La mia speranza è che attraverso internet e il
passaparola, le idee sane (intendo le idee economiche creditiste, da Douglas a
Even, da Steiner a Gesell, da Pound a Bellia, Auriti, Cianciarelli, Saba,
Scrofina, e a molti altri) si diffondano sempre più velocemente fra gli
elettori di domani.
Dagli attuali bilanci della
Banca d'Italia (in realtà "banda" d'Italia) risulta che essa riporta
A DEBITO, a proprio debito, il denaro che emette, anziché A CREDITO, come
dovrebbe essere. Questa operazione si chiama falsificazione del bilancio.
Perché - si chiede il dubbioso - tu affermi che l'emissione monetaria riporta a
debito, e non a credito? La risposta è: per logica dei FATTI. E basta saper
leggere i bilanci bancari per accorgersene. Ma il cittadino può prenderne
consapevolezza anche semplicemente attraverso la sua riflessione pensante. Come
anticamente il gregge, in quanto somma delle pecore, era la ricchezza delle
comunità pastorizie, così la somma dei patrimoni e dei prodotti di una comunità
è la ricchezza dell'organismo sociale attuale. Come la pecus, cioè la pecora,
in quanto unità di misura per regolare gli scambi, apparteneva ai pastori, così
la pecunia, cioè la moneta, per logica, dovrebbe essere (ma non è) di proprietà
del popolo perché sostituisce la pecus. Ed il suo conio e controllo, sempre per
logica, dovrebbe essere compito del popolo sovrano in quanto Stato. Infatti
come i pastore vigilava sulla salute del gregge, così lo Stato, costituito dal
popolo sovrano, deve vigilare perché la quantità di moneta circolante equivalga
al valore reale della ricchezza esistente (beni immobili, mobili, di consumo e
strumenti di produzione, ecc.). E come il volume del gregge era proporzionale
all'aumento delle pecus, così il volume di pecunia circolante è proporzionale
all'aumento delle ricchezze (per conseguenza, come la minore ricchezza dei
pastori era determinata dalla diminuzione del gregge, così la minore ricchezza
dell'organismo sociale è determinata dalla diminuzione della quantità della
moneta o pecunia). Da questo punto di vista meramente logico, inflazione e
deflazione risultano essere una pericolosa patologia economica, consistente
nello squilibrio esistente tra i beni presenti sul mercato e la quantità di
denaro circolante. Per rendere stabile il potere d'acquisto di una moneta è
dunque necessario un controllo sull'equilibrio tra ricchezza e circolazione
monetaria, ma a questa funzione dovrebbe essere deputato solo lo Stato,
istituito per perseguire il bene della collettività. Le banche, invece, in
quanto S.pA. con scopo di lucro, sono state inventate e strutturate per
ottenere utili attraverso speculazioni e transazioni finanziarie, ed il terreno
più fertile per tale attività è quello dell'instabilità, dell'inflazione e
della deflazione. È quindi logico che quando, come oggi avviene, il controllo
dell'economia è affidato al mondo bancario, tanto la stabilità del potere
d'acquisto della moneta, quanto la veridicità di ogni politica che non sia
quella della moneta al popolo, sono destinate a rimanere una chimera, perché le
conseguenze di questa situazione si moltiplicano a cascata, coinvolgendo ogni aspetto
della vita della collettività. Infatti, che senso possono avere le scelte
elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, può avere il controllo delle
leve economiche del credito? E quale politica di sviluppo può essere
programmata da un governo che non sa né quanto costerà il denaro, né di chi è
la proprietà del denaro stesso?
Oltre alla verifica della
falsificazione percepibile dalla lettura dei bilanci, la falsificazione del
bilancio della banca centrale risulta altresì dalla dichiarazione apposta sulle
banconote delle lire. Perché là era scritto, per es., "Lire tot pagabili a
vista del portatore". Ora, un documento giuridico non può essere
contemporaneamente titolo di credito e oggetto del medesimo credito, come
invece la banca pretende che sia. Anche questo FATTO prova dunque la
falsificazione del bilancio. Infatti, delle due l'una: o è un credito oppure è
oggetto del credito. Questa precisazione va fatta perché, come non si può
contestare la percezione di un albero, in quanto un fatto percepibile non può
diventare un discorso sulla validità della percezione stessa, così la scritta
"Lire tot pagabili a vista del portatore" è un fatto, che esige di
rispondere al significato di "pagabili". La domanda è: come lo paghi?
Con un'altra cambiale? Detto con parole ancora più semplici: se io uso la
cambiale non solo come titolo di credito, ma come oggetto per pagare il
credito, la cosa è davvero una ridicola tautologia, tant'è vero che sull'euro
se ne sono vergognati di apporre "Euro tot pagabili a vista del
portatore", e che si sono ben guardati di rispondere alle contestazioni
riguardanti tale mancanza. Infatti gli argomenti per i quali è stata cancellata
questa frase sono stati contestati a suo tempo. Ma non vi sono state risposte,
in quanto queste cose non camminano se non nell'ambito della alte leggi
massoniche. Dunque il "pagabile a vista del portatore" come può
essere pagato?
Il fatto che esista una
cambiale, la banconota, che è al contempo cambiale e mezzo per pagare la
medesima cambiale, non è forse un insulto all'intelligenza umana? Quando si
fanno errori logici di interpretazione di questa portata, si ha di fatto la
documentazione di essere cretini. La storia dell'incretinimento progressivo del
cittadino nessuno la racconta, né alle elementari, né alle università, però è
vera, e ci trattano da cretini dal 1694, anno della fondazione della banca
d'Inghilterra, fatto già denunciato da Marx: "Fin dalla nascita le grandi
banche, agghindate di denominazioni nazionali, non sono state che società di
speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti,
erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l'accumularsi del DEBITO
PUBBLICO non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di
queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra
(1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo
all'otto %, contemporaneamente era autorizzato dal Parlamento a battere moneta
con lo stesso capitale tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma
di banconota. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito
fabbricata dalla banca d'Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale
la banca stessa faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli
interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano
per averne in restituzione di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva,
rimaneva creditrice perpetua verso la Nazione, fino all'ultimo centesimo che
aveva dato" (C. Marx, "Il Capitale", libro I, cap. 24, paragrafo
6, Edizioni Riunite, Roma 1974, pp. 817-818). Nel 1694, infatti, regnante
Guglielmo III d'Orange, un gruppo di finanzieri capeggiati da William Paterson
prestano un milione e duecentomila sterline al governo inglese al tasso
d'interesse dell'8% annuo. Il re, per ottenere il prestito, concede alla banca
di Paterson l'autorizzazione a stampare cartamoneta - allora chiamata
"nota di banca" - per un importo equivalente alla somma prestata. La
banca di Paterson si trova quindi - oltre ad essere proprietaria di un capitale
sul quale percepiva gli interessi - a disporre di una massa monetaria fittizia
- non corrispondente a nessuna ricchezza reale - con la quale può intraprendere
fruttuose operazioni finanziarie o concedere prestiti sui quali percepire altri
interessi. Per il governo inglese, che rinuncia a battere cartamoneta in
proprio, comincia così la lunga e mai terminata sequela di interessi da versare
alla banca, e per l'economia inglese è consentita la circolazione di denaro
inventato, col quale illegittimamente si promuovono speculazioni finanziarie.
L'esempio inglese, nei secoli successivi, è seguito da tutti i governi del
mondo, fino alla situazione attuale, in cui nessun popolo è proprietario della
moneta che utilizza, e dove tutti sono debitori delle banche private che
battono moneta. Le banche, nel momento stesso della loro nascita, iniziano a
creare moneta fittizia - culminante con l'immensa massa di denaro virtuale oggi
circolante nel mondo - dando vita a una colossale truffa ai danni dei popoli.
Il prezzo che gli uomini devono
pagare per l'utilizzo di tale cartamoneta ASTRATTA, cioè creata dal nulla, è il
lavoro, la produzione, i beni mobili ed immobili, cioè la ricchezza CONCRETA,
determinata dal sudore della fronte. Per inciso va detto che, accanto a questa
truffa, esistono da sempre le grandi furbizie dei banchieri: le banche,
iniziando a conservare nei depositi blindati valori ad esse affidati per motivi
di sicurezza dai cittadini, consentirono a questi ultimi di compilare
"buoni di cessione" - capostipiti del moderno assegno - di questi
preziosi per utilizzarli come forma di pagamento. Ovviamente, la tendenza di
chi deposita è rivolta più al risparmio che all'utilizzo a breve dei beni, ed
il furbo banchiere, verificando che costui ne movimenta in pratica solo il 10%
circa, cosa fa? Sfrutta il restante 90% circa: sapendo di non rischiare molto,
crea a proprio uso ricevute di pagamento per un importo pari al 90% dei valori
depositati nella sua banca, ed utilizza queste stesse ricevute per concedere
prestiti ad interesse, e per partecipare a fruttuose attività finanziarie! Oggi
siamo andati molto più in là. Mentre l'antico denaro, che l'antico banchiere
aveva illegittimamente creato, non essendo lui il proprietario dei beni
depositati, era pur sempre garantito da beni esistenti, il denaro do oggi viene
semplicemente stampato "ex nihilo", senza nessuna garanzia, e senza
nessun limite, e oltretutto si è aggiunto il denaro virtuale, elettronico.
Attraverso gli intrallazzi fra
governi e banche in nome di politiche cosiddette democratiche promotrici di
"sovranità" del popolo, il popolo è stato di fatto rimbecillito. Il
valore monetario nasce dal fatto che il popolo incretinito accetta e usa denaro
stampato, non dal fatto che qualcuno ha pensato bene di stamparlo. Se infatti
lo stesso banchiere emette le banconote in un'isola deserta, quale valore
possono avere? Ciononostante, le banche centrali, che sono banche private,
creano moneta addebitandola al popolo e, truffa per truffa, la pongono a
bilancio sotto la voce "passivo", nonostante l'unica spesa sostenuta
sia il costo della carta, dell'inchiostro e della stampa. La moneta viene così
prestata allo Stato ed agli istituti bancari che, su tali operazioni, devono
pagare poi anche gli interessi. E la trafila di questa truffa è ormai talmente
consolidata che nessuno si pone quesiti sulla sua ineluttabilità. In realtà la
truffa passa nella misura dell'intorpidimento mentale generale della
cittadinanza, continuamente bombardata da informazioni fuorvianti, o da mezze
verità. Per esempio, lo Stato in effetti conia, presso la sua Zecca, le monete
metalliche - per importi assai limitati in confronto a quelli del cartaceo - ed
in passato furono stampate in Italia banconote da 500 lire come "Biglietto
di Stato a corso legale". Ma i cittadini non hanno certo rilevato un fatto
del genere, così come non se ne rendono conto per ciò che riguarda le monetine
che oggi, nell'era dell'euro, vengono coniate dai singoli Stati, anche se per importi
rigidamente determinati dalla BCE (banca centrale europea). Siamo cioè arrivati
al colmo: ora è lo Stato a dover chiedere al potere bancario l'autorizzazione a
battere moneta, peraltro per importi piccolissimi - gli spiccioli appunto -, e
non l'inverso, come avveniva nel 1694 in Inghilterra, quando iniziò il lungo
percorso della grande truffa monetaria! Ad aggravare la situazione si aggiunge
il "maldestro" operare dei governatori. Si veda per esempio la
beffarda ed umiliante risposta che Wim Duisenberg, governatore della BCE,
inviava all'ex ministro dell'economia, Giulio Tremonti, in merito alla sua
proposta di sostituire le monete da 1 e 2 euro con simboli cartacei: "Ne
abbiamo parlato e in linea di principio - recita testualmente la dichiarazione
di Duisenberg - non abbiamo nulla in contrario. Mi auguro che il ministro
Tremonti sia consapevole che così perderebbe i proventi del diritto di
signoraggio sulle monete". Ovviamente, per motivi "politici",
Tremonti viene poco dopo subito sostituito. Si consideri anche che col suo
condono fiscale, Tremonti avrebbe potuto essere il pallido inizio di una
rivoluzione monetaria per l'abolizione definitiva del debito da signoraggio. La
BCE infatti non può avere diritto al signoraggio monetario, semplicemente perché
non dispone di riserva aurea, essendo questa abolita dal 15 agosto 1971 con la
fine degli accordi dei Bretton Woods. Al cittadino è fatto credere che il
prelievo fiscale sia un corrispettivo monetario, dovuto per funzioni e servizi
statali.
Se veramente fosse così, il
prelievo fiscale dovrebbe essere basato su valori monetari rigidi, non
decurtabili, né condonabili, in quanto considerati come corrispettivo, al puro
costo, di atti di scambio senza scopo di lucro, tra cittadini e Stato. La
verità è invece che, nonostante l'avvento della moneta nominale, cioè astratta
in quanto creata dal nulla, le banche centrali hanno continuato e continuano ad
emettere moneta prestandola, come se si trattasse di moneta concreta, cioè
sostanziata da oro di riserva. Continuando a prestarla anche allo Stato, il
prelievo fiscale non può che aumentare continuamente del cosiddetto debito da
signoraggio verso la banca centrale, per un valore pari a tutto il denaro messo
in circolazione!* *
Il
cittadino non sa niente di queste cose, dunque non può nemmeno prendere atto o
accorgersi che è merito di Tremonti di avere messo, consciamente o no, il dito
nella piaga e fatto emergere dalla dichiarazione Duisemberg, conscia o no, che
si vuole lasciare agli Stati solo l'elemosina proveniente dal "signoraggio
degli spiccioli", riservando così il malloppo agli usurai della Banca
Centrale Europea. Qui infatti la truffa
si chiama usura. Occorre pertanto informare i cittadini. Basterebbe aprire
l'Enciclopedia Treccani alla voce "Vandea" per accorgersi che la
causa della rivoluzione vandeana (rivoluzione francese) fu il fisco: con
l'emissione degli assegnati (moneta nominale concepita sulla falsariga della
sterlina inglese) era nato, infatti, il debito da signoraggio nei confronti
della banca centrale. Il portatore della moneta era stato inconsapevolmente
trasformato da proprietario in debitore del suo denaro. Al momento del prelievo
fiscale si verificava così il trauma psicologico che apriva una nuova
drammatica pagina di storia, incompatibile con quella che l'aveva preceduta. Il
popolo della Vandea abituato, per tradizione, alla moneta romana di proprietà
del portatore, avvertì l'oltraggio della truffa quando ebbe la consapevolezza
che gli assegnati lo avevano trasformato da proprietario in debitore della sua
moneta. Con la Vandea iniziava il ciclo storico della guerra del sangue contro
l'oro, in cui le verità essenziali si sono avvertite in movimenti romantici più
col sangue che col cervello, e perché è mancata una scuola di pensiero
all'altezza dei problemi della generazione. Dalla Vandea ad oggi non è cambiato
nulla, crollano le Torri Gemelle, simbolo di un sistema economico ad uso e
consumo dei banchieri e siamo di nuovo in guerra? Perciò solo l'informazione
corretta può fermare questo stato di cose.
Occorre sapere per esempio che la differenza tra euro-carta ed
euro-moneta è riscontrabile dal fatto che mentre la carta è perfettamente
identica in tutte le nazioni che utilizzano l'euro, le monete sono
personalizzate dallo Stato che le conia in una delle due facce. Ma i cittadini
utilizzano e spendono allo stesso modo cartamoneta e monete metalliche. Come
cittadino, come posso credere in Tremonti, se Tremonti, ma anche Berlusconi e
tutti coloro che hanno operato per dimetterlo, dimostrano di non sapere che è
diritto dello Stato stampare non solo gli spiccioli ma anche la cartamoneta,
sottraendo così questa prerogativa alle banche private? In tal modo infatti si
affermerebbe il diritto alla sovranità monetaria, fondamentale per la libertà
di un popolo così come quella territoriale, quella militare e quella politica.
Thomas Jefferson, presidente americano dal 1801 al 1808, ebbe a dire a questo
proposito: "Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano
più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in
un'aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di emettere moneta
dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente
appartiene. In realtà, il potere di produrre moneta dovrebbe essere riservato
soltanto allo Stato, che provvederebbe a metterla in circolazione a seconda
delle necessità". Stretti dalla morsa del ricatto bancario, tutti governi
del mondo sono invece "costretti" a pagare cifre di interessi tali da
incidere pesantemente sul bilancio delle rispettive nazioni: LE TASSE CHE I
CITTADINI DEBBONO VERSARE, INVECE DI FINANZIARE OPERE PUBBLICHE, SERVONO A
COPRIRE ANCHE QUESTI INTERESSI. Ecco perché il sistema non funziona, tant'è
vere che per denominare una cosa scadente, per esempio un prodotto, invale il
detto "È un prodotto 'della mutua'"! Per le strade, gli acquedotti,
gli ospedali e tutte le altre strutture necessarie alla collettività, lo Stato
è infatti costretto a chiedere nuovi prestiti, sui quali tutti i cittadini
debbono pagare il balzello riservato ai banchieri.
Si
tratta di una situazione assurda che il rincretinimento giudica inevitabile. Ma
basterebbe che lo Stato tornasse a battere moneta e tutto sarebbe risolto.
Parecchi hanno intravisto la possibilità di questa soluzione, ma finora nessuno
è riuscito a diffondere questa idea, in modo tale da creare una coscienza
collettiva, necessaria per una radicale ribellione, né alcun politico è
riuscito ad attivare provvedimenti alternativi senza scontrarsi - rovinosamente
(si veda la tremarella di Tremonti nei suoi rapporti con Fazio) - con i poteri
forti che governano il mondo. Due presidenti statunitensi, per altri versi
assai discussi, tentarono l'inversione di marcia. Abraham Lincon fece stampare
dei "Biglietti degli Stati Uniti" -chiamati, per il loro colore,
"greenbacks" - su cui non gravavano interessi da pagare alle banche.
Tutti sanno che nel 1865 Lincon fu ucciso; qualche storico induce a collegare
la persona dell'assassino, John Wilkes Booth, con casa Rothschild. John F.
Kennedy tentò un provvedimento analogo - alcune banconote prive di interesse
stampate allora sono ancora in circolazione -, ma l'iniziativa non ebbe molta
durata per quel che avvenne a Dallas nel 1963. Storicamente, il
"signoraggio" era il termine col quale si indicava il compenso
richiesto dagli antichi sovrani per garantire, attraverso la propria effigie
impressa sulle monete, la purezza e il peso dell'oro e dell'argento. Ogni
cittadino poteva infatti portare alla Zecca metallo prezioso per farlo
trasformare in denaro e il sovrano tratteneva, come signoraggio, una
percentuale del metallo.
Ciò che
viene oggi indicato come "reddito monetario" in effetti non è altro
se non l'antico signoraggio. Se dunque un ente statale si prendesse la briga di
stampare moneta, diffonderla, controllare l'operato degli Istituti bancari,
certamente sarebbe legittimo istituire una tassa per coprire le spese
necessarie al buon funzionamento di quell'ente. Ma la dimensione del moderno signoraggio
va ben al di là di una semplice tassa. Il reddito monetario di una banca di
emissione è dato infatti dalla differenza tra la somma degli interessi
percepiti sulla cartamoneta emessa e prestata allo Stato e alle banche minori e
il costo infinitesimale di carta, inchiostro e stampa, sostenuto per la
produzione del denaro.
Se
l'ente di emissione fosse statale, il problema avrebbe innanzitutto un peso
relativo, perché sparirebbero di colpo gli interessi pagati dallo Stato. Che senso
avrebbe infatti, per lo Stato, pretendere interessi da se stesso? In secondo
luogo si tratterebbe di utili che, rimanendo in mano allo Stato,
apparterrebbero sempre alla collettività. Il reddito monetario, cioè l'utile di
esercizio di una banca di emissione, viene distribuito invece a tutti i
"partecipanti", né più né meno di come accade in una normale società
per azioni con scopo di lucro. Ma il problema inerente la natura delle banche
centrali non è tanto quello della quantificazione degli utili e della loro
distribuzione - peraltro in alcune nazioni, per attutire gli effetti
dell'increscioso balzello monetario, è stata prevista una restituzione allo
Stato di una percentuale del signoraggio -, quanto il potere esercitato sulla
politica monetaria e su tutta l'economia nazionale in conseguenza delle
prerogative proprie di un istituto di emissione: stabilire il tasso di sconto,
la politica monetaria e del credito, la concessione dei mutui, ecc.;
prerogative della sfera politica, nel caso di un istituto di Stato, ma che sono
invece riferibili, nel caso di istituti privati, a interessi di centri
economici e finanziari, per di più quasi sempre non nazionali. Le banche di
emissione sono dunque istituti dello Stato, cioè pubblici, oppure sono privati?
In Italia, nel 1874, fu promulgata, per la prima volta dalla nascita del Regno,
una legge bancaria per porre un freno alle emissioni di cartamoneta e per
regolamentare la concorrenza tra le banche che stampavano denaro. Le banche
autorizzate a emettere cartamoneta erano infatti ben sei: la banca nazionale
del regno d'Italia, la banca nazionale tscana, la banca toscana di credito, la
banca pomana, il banco di Napoli e il banco di Sicilia. Con tale legge,
inoltre, si stabiliva che le variazioni del tasso di sconto dovevano essere
autorizzate dal ministero delle finanze.
Con la
successiva legge del 1893, promulgata a seguito del clamoroso fallimento della
banca romana, i quattro istituti dell'Italia centrosettentrionale vennero fusi,
dando vita alla banca d'Italia, e rimasero ancora attivi il banco di Napoli ed
il banco di Sicilia, ma con ruoli di emissione più limitati. Bisogna arrivare
agli anni 1926-27 per vedere attribuito il diritto di battere moneta solo alla
banca d'Italia, che diventa così banca centrale. La sua natura, definita e
regolamentata nello statuto approvato con regio decreto solo nel 1936, fu
addirittura definita come quella di un "istituto di diritto
pubblico", ma la sua struttura e la sua proprietà rimasero quelle che
erano: quelle di una società anonima, trasformata successivamente in società
per azioni con scopo di lucro. Il governatore assunse da subito un ruolo
massimamente rilevante, non solo per l'amministrazione monetaria, ma anche per
l'intera vita economica delle nazione. Lo statuto stabilì la non revocabilità
del governatore da parte del potere politico, attribuendo questa facoltà solo
al consiglio superiore della banca d'Italia, organo tecnico ed estremamente
frammentato, quindi difficilmente condizionabile. Nel 1926, mentre si stava
discutendo sull'assetto da dare alla banca di emissione italiana, le pressioni
per garantirne la sostanziale autonomia e l'inamovibilità del governatore
furono notevoli. Benjamin Strong, governatore della federal reserve bank di New
York intervenne direttamente su Mussolini per ottenere garanzie
sull'indipendenza della banca d'Italia e sulla permanenza di Bonaldo Stringher
al posto di suo governatore, mettendo sul piatto della bilancia l'appoggio
della federal reserve e della banca d'Inghilterra alla stabilizzazione della
moneta italiana.
I
cedimenti in campo monetario, pur se compiuti nel tentativo di ottenere
momentanei benefici, sono sempre anticipatori di ulteriori e più gravi
concessioni. Infatti, nonostante numerose correnti del fascismo spingessero
verso la nazionalizzazione della banca centrale, il decreto del 1936 si limitò
a sostituire i vecchio azionisti con un consorzio di enti e banche, con
prevalenza delle casse di risparmio. La banca d'Italia rimaneva dunque una
banca privata. La sua proprietà, nel corso degli anni, non è sostanzialmente
cambiata: la proprietà della banca d'Italia non è mai stata dello Stato,
cioè del popolo, ma delle banche. E la storia dell'autonomia della banca
d'Italia è, sino ad oggi, una sequenza di tappe sempre più significative, tutte
indirizzate ad aumentarne il distacco dallo Stato. Nel 1981, quando era
ministro del tesoro Beniamino Andreatta e governatore della banca d'Italia
Carlo Azeglio Ciampi, si giunse a sancire il diritto della banca a non
sottoscrivere, sia parzialmente che "in toto", i titoli di Stato; un
divorzio sempre più definitivo che dimostrava, senza alcun dubbio, chi erano
coloro che detenevano il bandolo della politica monetaria italiana e in quale
conto era tenuta l'autorità politica. Nel 1992 cadde anche la residua
possibilità da parte dello Stato di controllare il tasso di sconto: il potere
di modificarlo, antico appannaggio del governo, era stato nel corso dei decenni
attribuito al governatore della banca d'Italia, che doveva però agire "in
concerto" con il ministro del tesoro. L'ex governatore Guido Carli, nei
panni di titolare del dicastero economico, il 7 febbraio 1992 fece approvare
dal parlamento l'assoluta autonomia dell'istituto di emissione in materia di
tasso di sconto. Si tratta di una questione chiave: il debitore riconosce al
creditore la facoltà di fissare unilateralmente le regole del prestito! Regole
che poi saranno applicate a tutta l'economia nazionale. Che senso hanno allora
le scelte elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, ha il controllo
delle leve economiche del credito? Quale politica di sviluppo può essere
programmata da un governo di imbecilli che non sanno quanto "costerà"
il denaro? Così, anche l'ultimo residuo di cordone ombelicale tra banca
centrale e potere politico era stato definitivamente reciso. Non solo. Con il
passare dei decenni i personaggi del mondo monetario, non contenti
dell'assoluta autonomia conquistata, proposero se stessi in modi sempre più
arroganti come controllori e spesso perfino come gestori del mondo politico!
Nel 1945 l'allora governatore della banca d'Italia Luigi Einaudi cumulò la sua
alta carica monetaria con quelle di vicepresidente del consiglio e di ministro
del bilancio. Nel 1948 Einaudi divenne presidente della Repubblica. Da allora,
i casi del genere sono stati molteplici, e si svolgono in un crescendo
pericolosissimo: Carli, già governatore, divenne ministro del Tesoro; Ciampi,
dopo essere stato governatore, è divenuto ministro, poi presidente del
consiglio e infine è approdato al Quirinale; Lamberto Dini, direttore generale
della banca d'Italia, è divenuto ministro e poi premier; Antonio Maccanico, già
presidente di Mediobanca, è divenuto ministro e consigliere del presidente
della Repubblica.
C'è
anche da ricordare la carriera politica di Giuliano Amato, che da assiduo
frequentatore degli ambienti finanziari americani, divenne più volte ministro e
primo ministro, e quella di Romano Prodi, passato dall'incarico di consulente
della banca Goldmann & Sachs alla poltrona di palazzo Chigi e successivamente
a quella di presidente del consiglio europeo. Si tratta di scalate politiche
quasi mai scaturite da consultazioni elettorali, ma frutto di alchimie di
potere operate in assoluto dispregio del consenso popolare. Quale politica
dunque vanno cianciando costoro? E quale democrazia! Con l'avvento dell'euro e
della BCE, le cose sono peggiorate. Le autonomie godute dal mondo bancario si
sono rafforzate e la lontananza delle sedi dove si decide e si comanda, hanno
infittito l'atmosfera di sospetto e di mistero sul mondo monetario ed
economico. È un problema di casta. Da questi signori manipolatori di capitali,
le cariche che contano vengono spartite rigorosamente tra loro, gli intoccabili
delle banche centrali nazionali; le cariche della BCE, che sono di spettanza
dei governi, per statuto devono essere attribuite a "persone di
riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o
bancario". Mentre gli uomini delle banche continuano sistematicamente ad
occupare gli scranni dei politici, a nessun politico è concesso di entrare nei
blindatissimi palazzi del denaro!
Non vi è
ministro, né presidente del Consiglio, né presidente della Repubblica o monarca
ad avere il potere, l'insindacabilità e la durata della carica che hanno a
disposizione un presidente e un dirigente della banca centrale europea. La BCE
da' "indicazioni" vincolanti ai governi, stabilisce i tassi e la
politica monetaria. E nessun potere politico può interferire. E il popolo? Il
popolo è sempre più lontano, e sempre più sottomesso. Dov'è dunque la
democrazia? Qui siamo in una super dittatura occulta. Analoga la storia delle
altre banche centrali negli altri paesi d'Europa e del mondo. La più autonoma,
la più indipendente, e la più spudoratamente privata è indubbiamente la federal
reserve americana. La sua proprietà è inoltre tenuta scrupolosamente segreta,
come segrete sono le riunioni della sua dirigenza. Palese è invece il suo
potere, beffardo ed efficace, negli USA e nel mondo. Scrisse Gertrude Coogan:
"La legge sulla federal reserve fu un grave errore. Essa consegnò ai
banchieri internazionali il controllo assoluto sul sistema bancario americano
e, di conseguenza, su ogni attività economica". Persino nei regimi
comunisti, in smaccata contraddizione con i dettami ideologici marxisti, le
banche di emissione finirono in mano ai banchieri internazionali. Nel 1937 la
Gosbank, l'istituto di emissione sovietico, fu privatizzato, e nel consiglio di
amministrazione fu accolto il plurimiliardario ebreo americano Armand Hammer. Ci
fu una sola nazione, nel XX secolo, che osò nazionalizzare la propria banca di
emissione, riconoscendo allo Stato, e quindi al popolo, la proprietà della
moneta: la Germania nazionalsocialista. Riflettendo sull'accanimento
criminalizzante riservato a Hitler ed ai suoi seguaci, e sulla
nazionalizzazione della Reichsbank, forse si potrebbero formulare spiegazioni
inconsuete e illuminanti sull'intera storia del secolo appena trascorso.
Le
banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei vari paesi del
mondo, sono dunque private, ed i proprietari sono in maggioranza le altre
banche e i grandi finanzieri internazionali. Ma allora, se il mondo della
politica, se i governi, i capi di Stato, i ministri del tesoro e dell'economia
non hanno più voce in capitolo sui tassi di sconto, sulle strategie monetarie,
sulle condizioni dei prestiti, sui finanziamenti internazionali, sui cambi,
sulle borse, chi coordina tutto questo complesso MONDO DI NUMERI, di previsioni
economiche, di interventi piccoli e grandi destinati a influire in maniera
determinante sulla vita di tutti i popoli? Chi prende le decisioni? Chi
comanda? C'è chi afferma che sarebbe il sistema stesso, nel suo complesso
groviglio di interessi e di meccanismi automatici, ad autogovernarsi, a
funzionare come una enorme macchina avviata così bene da non aver più bisogno
di progettisti e di macchinisti. Non ci sarebbe nessuno dunque a comandare.
Tutto avverrebbe così, naturalmente, ineluttabilmente, come in un Eden
illuminato dallo splendore del dio denaro. Ma si tratta di un'analisi che sa di
malafede. Se le cose andassero così come vanno in modo automatico, se non ci
fosse nessuno a decidere e comandare, non avrebbe senso cercare i responsabili.
A nessuno potrebbe essere imputata la colpa delle crisi economiche, dei crolli
monetari, dello sfruttamento delle risorse o del lavoro, e della fame nel
mondo. Certo si tratta di una
spiegazione eccessivamente comoda, e assai difficile da accettare. È allora
necessario informarsi, ed osservare più da vicino il mondo delle banche
centrali, cercando di individuare il momento e la sede dove esse si incontrano
per decidere. Infatti costoro decidono veramente per tutti. E gli effetti di
tali decisioni sono davanti agli occhi di tutti. E allora, informandosi, si
viene a sapere che a Basilea, in Banhofplatz 2, ha sede la banca dei
regolamenti internazionali BRI, o BIS, "Bank for International
Settlements", fondata nel 1930, dove si riuniscono, ogni mese, i dirigenti
di tutte le banche centrali del mondo. Proprietarie della BRI sono infatti
tutte le banche centrali del mondo, ma in proporzioni assai differenti tra di
loro. Il 25 % delle azioni sono della federal reserve USA, il 15 % della banca
d'Inghilterra e il rimanente 60 % è distribuito, con quote minime, tra tutti
gli altri. Un 60% talmente frammentato da rendere impossibile una qualsiasi
aggregazione percentualmente significativa.
La
federal reserve, col suo 25 % di proprietà e con la costante, servile
disponibilità della banca d'Inghilterra, ha facile mano nel determinare il
bello e il cattivo tempo. Nell'ambito della la banca dei regolamenti
internazionali BRI, le banche centrali dei paesi più industrializzati del
mondo, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Olanda,
Belgio, Svezia e Svizzera, hanno istituito appositi comitati di vigilanza
internazionale: il CBVB, "Comitato di Basilea sulla Vigilanza
bancaria"; il CSPR, "Comitato sui Sistemi di Pagamento e
Regolamento"; e il CSFG, "Comitato sul Sistema Finanziario
Globale". Le nomine dei governatori delle banche centrali delle varie
nazioni del mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi governi, dove
ciò è ancora previsto, devono essere approvate dalla BRI; se a Basilea non sono
d'accordo, tutto viene rimesso in gioco, si vagliano altre candidature, più
gradite ai signori della Banhofplatz, fino ad individuare l'uomo adatto a
gestire, a livello nazionale, le decisioni che vengono assunte lassù,
nell'Olimpo dei potentissimi Morgan, Rockefeller, Warburg, Rothschild...
Certo,
perché, nonostante i proprietari della federal reserve siano tenuti segreti, e
segrete le loro riunioni, si sa per certo che tra di loro ci sono anche questi
uomini, e che le loro quote pesano molto. Nomi che compaiono da secoli nella storia
del denaro e, soprattutto, nella scalata che il potere finanziario
internazionale ha fatto ai danni del potere politico. Quindi chi comanda il
mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia, cioè il mondo "tout
court", esiste davvero. In quelle riunioni mensili vengono affrontate
tutte le questioni di ogni paese, vengono decisi i tassi di sconto, i
beneficiari dei prestiti della BM (banca mondiale) e del FMI (fondo monetario
internazionale), quali governi devono essere aiutati, facilitati, finanziati, quali
monete devono decollare e quali svalutarsi, quali movimenti rivoluzionari
devono essere armati e quali riforme devono essere sponsorizzate. Sì, perché
chi ha il potere di decidere la politica monetaria può influire, in maniera
determinante, su ogni cosa. Certamente, nei sontuosi saloni della BRI, si è
molto discusso, e deciso, prima che venissero firmati gli accordi di Bretton
Woods nel 1944, con i quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro dovesse
essere assunto come moneta per gli scambi internazionali. Certamente, negli
uffici della Banhofplatz 2, si è molto discusso, e deciso, prima che il
presidente USA Richard Nixon, nell'agosto del 1971, annunciasse al mondo
l'inconvertibilità del dollaro in oro (sino ad allora per 35 dollari doveva
esistere la garanzia di un'oncia d'oro). Certamente a Basilea si è molto
discusso, e deciso, prima che la pubblica opinione del mondo venisse a
conoscenza della perestrojka, del trattato di Maastricht, dell'euro, della
guerra all'Iraq, della guerra nei Balcani, della guerra all'Afghanistan. E,
probabilmente, si è parlato anche di attentati, di grattacieli e di tante altre
cose. Ora, nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si riuniscono,
discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di Basilea, è mai stato
candidato in nessuna lista di nessun partito, è mai stato eletto da elettori di
questo o di quel popolo del mondo. È dunque questa la democrazia?
Mark
Alonzo Hanna, consulente del presidente USA William McKinley e mitica figura di
organizzatore di campagne elettorali, citato anche da Bush jr., ebbe ad
affermare nel 1896: "Per vincere occorrono due cose. La prima è avere molti soldi... La seconda
non me la ricordo". Ed è per questo che la scalata dei signori del denaro
non è iniziata all'interno dell'area politica o delle istituzioni
rappresentative delle singole nazioni. Si è sviluppata dove i soldi si
fabbricano, all'interno delle banche centrali, affiancandone l'attività con una
miriade di istituzioni internazionali, enti, fondazioni, banche di credito e
d'affari tutte rigidamente dirette o controllate tra loro. Una ragnatela così
ampia e articolata da consentire il progressivo condizionamento planetario di
tutte le attività: la "Trilateral Commission", il "Council on
Foreign Relations", il "Bilderberg Group", il "Club de
Paris", il "FMI", la "BM", l'"OMC"
(organizzazione mondiale del commercio), la "CCI" (camera di commercio
internazionale), l'"Institute of International Finance", il
"Forum di Davos"; e, ancora, il "Comitato di Bali", per la
supervisione bancaria; l'"IOSCO" (International Organisation of
Securities Commissions) per la supervisione delle borse e dei mercati di
capitali; l"ISMA" (International Securities Market Association);
l'"IAIS" (International Association of Insurance Supervisors) per la
vigilanza sulle compagnie di assicurazione; e l'"ISO" (International
Standard Organisation) alla quale è demandato l'incarico di definire gli
standard industriali, tanto per citarne i più noti e importanti.
Al
condizionamento politico ed economico delle singole nazioni, attraverso il
controllo monetario, si aggiunge il potere di influire sui rapporti
internazionali. Poco importa se intere nazioni, nel gioco delle speculazioni,
sono travolte e ridotte alla fame - vedi i paesi dell'America Latina - o altre
vengono a trovarsi in posizione di immeritato vantaggio. Un esempio tra i tanti
che si potrebbero fare: il 30 % dell'intero ammontare dei prestiti concessi dal
FMI è attualmente assorbito dalla Turchia, favorita dalla sua posizione
geostrategica nel "vicino Oriente", che va salvata per non far
perdere un forte alleato a Stati Uniti e ad Israele. Inoltre, attraverso il
flusso dei finanziamenti, si attivano tutte quelle iniziative che si ritengono
funzionali a questo disegno criminale mondiale, condizionando pesantemente,
spesso sino a stravolgerle, anche quelle iniziative che, a prima vista,
potrebbero apparire di segno opposto. Esempio particolarmente eloquente ne è il
movimento dei "No Global". Maurizio Blondet, nel suo libro "No
Global", informa che, contrariamente a quanto la pubblica opinione è
indotta a credere, "l'International Global Forum è largamente finanziato
dalla Foundation for the Deep Ecology, un think-tank con sede a San Francisco,
erede delle fortune del magnate Douglas Tompkins, il padrone della Esprit
Clothing Company, la nota multinazionale di prêt-à-porter. Detta
"Fondazione per l'Ecologia Profonda" nel 2000 ha dichiarato attivi
per 150 milioni di dollari: grazie a questi fondi essa funziona come una
finanziaria, che fornisce capitali iniziali per il lancio di gruppi antiglobal
in tutto il pianeta". Ed ancora: tra i "finanziatori dei 'No Global'
spicca un nome: Theodor (Teddy) Goldsmith.
[...]
Teddy è il fratello minore del defunto sir James Goldsmith, speculatore
mondiale in materie prime, uno dei dodici uomini più ricchi del mondo, cugino
dei Rothschild". Procedendo nella sua indagine, Blondet mette in luce
anche le relazioni che legano il mondo dei "No Global" a un altro celebre
miliardario, George Soros: "Ebreo ungherese naturalizzato americano, Soros
è diventato enormemente ricco e famoso con speculazioni internazionali sulla
lira negli anni 90, il genere di operazioni possibili nel mercato
globale". Dunque, ovunque si cerchi, escono fuori soldi, enormi quantità
di soldi, attraverso i quali i soliti signori indirizzano, determinano,
controllano. Per ciò che riguarda l'Europa, taluni sono indotti a credere che
l'euro sia il punto di arrivo spontaneamente perseguito dalle nazioni del
vecchio continente, nel quadro della loro volontà di unificazione. Il professor
Joshua Paul, docente della Georgetown University, ha pubblicato nell'autunno
del 2000 una serie di documenti del Bilderberg Group, sino ad allora tenuti
segreti, che documentano come da cinquant'anni quegli ambienti stessero
lavorando perché l'Europa si dotasse di un'unica valuta. Già nel 1948 le
Fondazioni Ford e Rockefeller avevano dato vita all'American Committee for a
United Europe, con lo scopo di condizionare lo sviluppo monetario, economico e
politico del nostro Continente in modo convergente agli interessi
d'Oltreoceano.
Un
memorandum della sezione Europa del Dipartimento di Stato americano, in data 11
giugno 1965, riporta precisi suggerimenti al vicepresidente della Comunità
Economica Europea, Robert Marjolin, per giungere al varo di un'unica valuta
europea, non come concorrente del dollaro, ma come agevole mezzo di controllo
delle economie delle singole nazioni europee. È infatti molto più semplice
controllare un'unica entità monetaria e un'unica banca centrale indipendente,
piuttosto che quindici valute e quindici Istituti di emissione con ancora
qualche residuo legame con i ministri economici, i governi e il mondo politico.
All'articolo 7 dello Statuto del Sistema Europeo di banche Centrali e della BCE
si legge: "Né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei
rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle
istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri, né da
qualsiasi altro organismo". Le banche centrali delle singole nazioni
europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano un'indipendenza dal potere
politico variabile tra il 40 e il 65 %; oggi, dopo i cambiamenti determinati
dall'avvento dell'Euro, hanno raggiunto il 90 %. Dunque, mentre nessuna
influenza può giungere dal potere politico alla BCE, dai vertici monetari
giungono al potere politico continue indicazioni, parametri cui attenersi,
precisi paletti che coinvolgono l'intera economia delle nazioni.
Come
giustamente osserva Bruno Tarquini, già procuratore della Repubblica a Teramo,
nel suo "La banca, la moneta e l'usura", "lo Stato ha rinunciato
alla propria sovranità monetaria, trasferendola a un istituto privato: questo
perciò, in perfetta autonomia e indipendenza, esercita una pubblica funzione di
essenziale rilevanza per la vita della Nazione, essendo noto che la politica
monetaria (vale a dire l'emissione della moneta e la regolamentazione della sua
circolazione nonché del mercato monetario) condiziona l'intero sistema
economico di uno Stato e influisce quindi anche sulla sua politica generale, e
particolarmente su quella sociale". È davvero singolare come il Trattato
di Maastricht si sia preoccupato di definire la BCE esclusivamente per ciò che
riguarda la sua indipendenza. Francesco Papadia e Carlo Santini, nel loro
"La banca centrale europea", ricordano: "Dalla lettura del
Trattato emerge la particolare collocazione della banca centrale europea
nell'assetto istituzionale dell'Unione Europea. L'articolo 4, infatti, non la
menziona tra le istituzioni (Parlamento europeo, Consiglio, Commissione, Corte
di giustizia e Corte dei conti) della Comunità. Alla banca, però, il Trattato
conferisce personalità giuridica e lo Statuto riconosce la più ampia capacità
di agire in ciascuno degli Stati membri. Sotto il profilo giuridico-formale, la
banca centrale europea non è, dunque, un'istituzione comunitaria [...], i suoi
atti non sono imputabili alla Comunità. La banca centrale europea è inserita in
una cornice giuridica che ne stabilisce e ne tutela l'indipendenza
nell'attuazione della politica monetaria". La BCE determina dunque, in
perfetta autonomia, come se ciò non avesse rilevanza politica e sociale, il
livello dei tassi di interesse ufficiali, cioè il costo del denaro, in altre
parole: la politica di espansione o di restrizione monetaria. E, se non
bastasse, decide e guida, in perfetta indipendenza, tutte le operazioni di
acquisto e di vendita degli euro contro altre valute sul mercato dei cambi. E
le banche centrali nazionali devono conformarsi in tutto e per tutto alle
direttive della BCE - il consiglio direttivo vigila attentamente! -, altrimenti
bacchettate sulle dita, con tutto il potere per farlo! La BCE, e di conseguenza
anche tutte le banche centrali nazionali, ufficialmente - e ormai questo è
scritto a chiare lettere, nero su bianco, nei Trattati e nei Regolamenti - non
possono concedere, per nessun motivo, crediti agli Stati, o alla comunità
europea o a qualsiasi altro soggetto pubblico, e quindi è loro proibito
acquistare titoli di Stato, sia al momento dell'emissione che successivamente.
Non solo: se prima di Maastricht, qualche banca centrale, come sopra ricordato,
poteva ancora prevedere allo Stato un parziale ritorno del signoraggio, reddito
ottenuto attraverso la politica monetaria, alla BCE si fa obbligo di non fare
uscire neanche un centesimo dalle casse del Sistema europeo di banche centrali.
E,
ancora, mentre i dibattiti e le sedute della camera dei deputati e del senato sono
aperti al pubblico, le sentenze delle corti di giustizia devono essere
dettagliatamente motivate e pubblicate, le riunioni del consiglio direttivo
della BCE sono assolutamente secretate, ed è lo stesso consiglio che, di volta
in volta, decide se pubblicare le proprie deliberazioni, se pubblicarne solo
alcune parti, o se non pubblicarle affatto. Oltre tutto questo, i dirigenti
della BCE godono di una sostanziale immunità: non sono infatti previste,
all'interno della BCE, sanzioni per comportamenti impropri. Nei regolamenti si
legge che è sufficiente il rischio di perdere credibilità e fiducia per
garantire la certezza dell'operato dei dirigenti. Solo in caso di colpe
gravissime e di comportamento palesemente illegittimo può intervenire la Corte
di giustizia e occuparsi del caso. La perdita delle sovranità monetaria e
legislativa, che sono parti essenziali della sovranità nazionale, da parte
degli Stati europei, è stata stabilita in maniera irrevocabile. Ed alla
chetichella. In Italia, come sottolineò Ida Magli su "il Giornale"
dell'11 marzo 2001, "nella legge di riforma della Costituzione, approvata
dalla maggioranza di sinistra in gran fretta poche ore prima dello scioglimento
delle Camere, c'è un passo fondamentale e che pure non è stato portato a conoscenza
dei cittadini né prima né dopo della sua approvazione.
Si
tratta dell'articolo 117 in cui si stabilisce: "La potestà legislativa è
esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché
dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi
internazionali". In queste tre righe è codificata la perdita della
sovranità legislativa dell'Italia. Per questo l'articolo 117 non è stato
discusso apertamente: GLI ITALIANI NON DEBBONO SAPERE". Forse, la politica
della democrazia è proprio questa. Da qualche parte si è sentito il dovere di
coinvolgere ed ascoltare il popolo attraverso regolari referendum, e lì, vedi
il caso della Danimarca e della Svezia, Maastricht ed euro sono rimasti lettera
morta. Il popolo ha detto no. Ma queste
sono rare eccezioni. Molto democraticamente, a tutti gli altri paesi europei è
stato imposto di uniformarsi al modello americano senza diritto di replica,
senza alcun referendum. Scrive Giulietto Chiesa sul suo "La guerra
infinita": "È il denaro che decide non più soltanto come l'economia
deve procedere, ma anche - direttamente, immediatamente - come l'America deve
essere governata. [...] Il popolo, come
tutto il resto, non è più sovrano di nulla, essendo diventato, nel frattempo,
consumatore. Non ha forse invitato, l'imperatore Bush, pochi giorni dopo il
tremendo impatto terroristico, i suoi elettori a 'tornare a fare
shopping'?".
L'economia
è governata da uomini che, fino a prova del contrario, nulla hanno a che vedere
con il consenso popolare; su questo non può ormai esservi più dubbio. E si
crede che queste siano le regole del libero mercato, della globalizzazione, del
consumismo e del benessere.
L'importante, si dice, che il sistema politico - adottato o imposto -,
ovunque, in ogni angolo del mondo, sia quello democratico. Si devono svolgere
"libere" consultazioni elettorali attraverso le quali il popolo possa
scegliere i candidati proposti dai diversi partiti. A parte la sopra citata
frase di Mark Alonzo Hanna, che ricorda come nelle campagne elettorali più dei
programmi contino i soldi, il cittadino sovrano può e deve legittimamente
chiedersi cosa possa offrire al popolo una classe dirigente politica privata di
ogni potere inerente la moneta e l'economia, e quindi di ogni possibilità di
intervenire nel sociale. Sforzandosi di essere ottimista fino in fondo, egli
osserverà come la democrazia riesce a gestire l'oggetto principale del suo
esistere: il consenso. È per garantire il libero consenso, infatti, che i
"padri fondatori" hanno inventato la moderna democrazia. E di questo
sistema politico esiste un modello indicato ad esempio, ad ogni pie' sospinto,
un vero e proprio santuario: "la grande democrazia americana". Si
osservi, dunque, come si esprime il consenso in quel paese. I dati che si
riscontrano non possono che lasciare perplessi. Nelle elezioni presidenziali va
a votare meno del 50% degli aventi diritto, quindi il presidente USA
rappresenta a malapena un americano su quattro.
Nelle
altre consultazioni, le cose vanno molto peggio: i votanti nelle elezioni dei
singoli Stati sono il 35-40%, in quelle di contea e municipali addirittura il
25-30%. Dunque, nel santuario della democrazia ci sono anche
"maggioranze" che rappresentano meno del 13% della popolazione. Qualcosa
non funziona: le motivazioni addotte per condannare le dittature si sono sempre
incentrate sui temi della libertà e del consenso. Ma è legittimo domandarsi
quanto possa durare un regime quando si basi su un consenso del solo 13% o 25%
della popolazione. Negli Stati totalitari certamente molto poco. Il consenso,
quando è una cosa seria, è un fatto di coscienza, è un senso di appartenenza e
di partecipazione: è una forza centripeta che ingrandisce il cittadino e lo
rende parte fondamentale del popolo, anzi di "quel" popolo. In
democrazia, intesa come regno del più sfrenato individualismo, le forze che
prevalgono sono invece quelle centrifughe, che rimpiccioliscono il cittadino,
lo rendono anonimo, un semplice numero, e lo collocano in una massa amorfa e spersonalizzata:
una massa che si può governare anche con un misero 13% di
"maggioranza". Il consenso, in democrazia, ha la dignità di una
lattina di "Coca-Cola" venduta sullo scaffale di un supermercato. E
più la democrazia è imposta al mondo, più la finanza internazionale ha mano
libera per i suoi traffici, più crescono le sacche di povertà entro le nazioni
ricche e più popoli vengono cacciati nel girone della fame. Nell'ultimo
rapporto ONU sullo sviluppo umano (1998) si legge che il 20% più ricco della popolazione
mondiale consuma l'86% dei beni disponibili, mentre il 20% più povero solo
l'1,3%.
E la
"grande democrazia americana" prosegue nella sua opera di conquista
planetaria. Attraverso quali strumenti? Siamo alle solite, rispuntano i
banchieri. Scrive ancora Giulietto Chiesa: "Strumenti sovrannazionali di
questo progetto sono state le due istituzioni regine di Bretton Woods, il Fondo
Monetario Internazionale e la banca Mondiale, cui negli ultimi anni si è
aggiunto il WTO (World Trade Organization), loro parente stretto in quanto
erede del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Non a caso, questi tre
strumenti operativi sono estranei alle Nazioni Unite. Altrettanto non a caso,
essi sono le uniche istituzioni sovrannazionali che hanno ricevuto concreti,
reali poteri di limitazione, di abrogazione delle sovranità nazionali dei paesi
che vi aderiscono. Ma non tutte le abrogazioni sono eguali tra loro. Il
"consenso di Washington" ha rappresentato il grimaldello con cui la
rappresentatività internazionale del sistema delle Nazioni Unite è stata
smantellata per far posto al decalogo della globalizzazione americana". E
la "grande democrazia americana" continua, con ricatti monetari, con
azioni militari, con spoliazioni delle sovranità nazionali sempre più
devastanti, ad imporre il proprio modello "buono",
"libero", "politicamente corretto". Le regole? I Trattati
internazionali? Contano solo, se, e quando, sono funzionali al disegno USA,
altrimenti si ignorano, si stracciano o si riscrivono. Una risoluzione dell'ONU
non rispettata può essere ottimo pretesto per scatenare una guerra se si tratta
dell'Iraq di Saddam Hussein, ma non ha nessuna importanza se nella parte
dell'inadempiente si trova lo Stato di Israele. Quando, nel 1999, l'obbiettivo
era lo smantellamento della Serbia di Milosevic, gli americani non esitarono a
stravolgere la natura della NATO. Da patto difensivo la trasformarono in
alleanza militare offensiva. I regolamenti furono, in quattro e quattr'otto,
cambiati. Gli articoli 5 e 6 dello Statuto che circoscrivevano, in chiave
difensiva, l'uso della forza, vennero riscritti: la NATO si autodefinì e si
comportò, con atto unilaterale, e in dispregio dell'articolo 51 della Carta
dell'ONU sulla legittima difesa, come il "gendarme del nuovo ordine mondiale".
Per
comprendere quale, puntualmente, si dimostra essere la considerazione che gli
americani hanno della legalità e della libertà basta osservarli in una
qualsiasi delle loro scorribande. A titolo di esempio riporto la ricostruzione
fatta da Noam Chomsky dell'aggressione militare scatenata dall'America di
Ronald Reagan contro il Nicaragua: "Il Nicaragua non rispose. Essi non
risposero mettendo bombe a Washington. Essi risposero chiamando Washington a
difendere il proprio operato davanti al Tribunale internazionale [...] Non
ebbero difficoltà a trovare le prove. Il Tribunale le accettò, deliberò in loro
favore, [...] condannò ciò che essi avevano denunciato come "uso illegale
della forza", che è un altro modo per definire il terrorismo
internazionale, [...] intimò agli Stati Uniti di porre fine al crimine e di
pagare massicci indennizzi. Gli Stati Uniti, ovviamente, respinsero con sdegno
la sentenza della Suprema Corte e annunciarono che da quel momento non ne avrebbero
più riconosciuto la giurisdizione. Allora il Nicaragua si rivolse al Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che emise una risoluzione invitante tutti gli
Stati a osservare le leggi internazionali. Nessuno fu nominato, ma tutti
compresero. Gli Stati Uniti misero il veto alla risoluzione. Ed essi sono oggi
l'unico Stato che ha dovuto subire una condanna del Tribunale internazionale e
che, al tempo stesso, ha posto il veto su una risoluzione del Consiglio di
Sicurezza che esortava gli Stati a osservare le leggi internazionali. Allora il Nicaragua andò oltre e si rivolse
all'Assemblea Generale dell'ONU, dove non esiste tecnicamente un meccanismo di
veto, ma dove un voto negativo degli Stati Uniti equivale a un veto. E
l'Assemblea approvò una risoluzione analoga a quella del Consiglio di Sicurezza
con il voto contrario soltanto degli Stati Uniti, di Israele e del
Salvador. L'anno successivo si votò di
nuovo e questa volta gli Stati Uniti raccolsero soltanto il voto di Israele
[...] A quel punto il Nicaragua non poteva fare nient'altro di legale. Aveva
tentato tutte le strade. Ma esse non potevano funzionare in un mondo governato
dalla forza".
È questa
la particolare interpretazione che la "grande democrazia americana",
quella che si attribuì l'autorità per istruire e dirigere i processi di
Norimberga e di Tokyo, ha dei valori di libertà, di legalità e di giustizia.
Esattamente come quando proclamano il diritto dei palestinesi di avere un
proprio Stato, ma a condizione, non solo che sia uno Stato di tipo democratico,
ma anche di poter porre il proprio veto sulla scelta della persona che il
popolo palestinese vorrà scegliere come capo. In questa strana politica, e
strana democrazia, lo spirito "missionario" dei cavalieri a
stelle-e-strisce nel "liberare" i popoli del mondo lascia perplessi,
almeno quanto lo spessore di quel consenso democratico che consegna al mondo
"maggioranze" del 13%. Ma, a chiarire cosa sia il consenso
democratico, arriva poi il banchiere Carlo Azeglio Ciampi, nella sua nuova
veste di presidente della Repubblica. A chi gli chiedeva spiegazioni sulla
legittimità di portare avanti riforme della portata dell'euro e
dell'istituzione della BCE, questo mortificatore della democrazia e di ogni
cittadino italiano, senza sottoporre le questioni al vaglio di referendum
popolari, ha detto: "Si parla a volte di fare un referendum sull'Europa.
Ma a me pare che un "referendum di fatto" sia già stato celebrato, il
primo gennaio scorso, quando è stato varato l'Euro, e mi chiedo quale consultazione
popolare migliore di quella sia possibile". Con una frase breve,
lapidaria, e chiarissima, egli ha spiegato che il consenso democratico
"migliore" è quello di utilizzare una moneta imposta d'autorità. Nell'epoca del denaro virtuale è
probabilmente logico che ci si debba accontentare del consenso virtuale. E
probabilmente, proprio questa è la democrazia.
Nell'epoca
del denaro virtuale, della "e-money", cioè del soldi che non
esistono, ma che possono determinare benessere o povertà per intere
popolazioni, ricchezza o rovina per intere categorie, si fa passare per logico
che il sistema politico dominante sia quello democratico, dove
"sovrano" sia il popolo, ma a patto che a decidere siano solo i
banchieri e le loro "lobbies", dove si confondono le alchimie
monetarie con i referendum popolari, dove le maggioranze possono essere del
13%, e dove si scambia la libertà con l'obbligo a consumare, la dignità con il
possesso di una carta di credito, la patria con un titolo quotato in borsa, e
la vita con la storia di un conto corrente. Di fronte ai grandi temi di
attualità le uniche risposte sono quelle ispirate dall'interesse dei soliti
gruppi finanziari. E nessuno si ribella, perché non c'è più un potere politico
rappresentativo e autorevole da cui aspettarsi risposte differenti, autonome,
ispirate dall'interesse della collettività. Sul "Corriere della Sera"
del 23 gennaio 2002, Giovanni Caprara, affrontando il problema dell'inquinamento,
riporta la possibile soluzione indicata dal Nobel Carlo Rubbia: "Per
risolvere i problemi bisogna fabbricare veicoli con emissione zero, cioè che
non inquinano. E lo strumento ideale è la cella a combustibile a idrogeno. Ne
sono già state costruite e dimostrano di funzionare egregiamente. Anche meglio
del motore a benzina, per quanto riguarda il rendimento che risulta addirittura
tre volte più elevato: 45% la cella, 15% il motore a benzina. [...] In cinque
anni l'intero parco dei mezzi pubblici potrebbe essere riconvertito e
disponibile. Per le auto private, basterebbe solo qualche anno in più. [...]
Bisogna solo decidere politicamente di andare in questa direzione ed esserne
tutti consapevoli".
Ma è
proprio questo il problema. Per "decidere politicamente", nell'interesse
della collettività, occorre un potere politico vero e indipendente, un potere
che oggi non esiste più, di cui altro non è rimasto se non l'ectoplasma,
un'immagine più o meno decorativa ad uso e consumo degli interessi dei soliti
signori. Per risolvere i problemi dell'inquinamento è inutile ricercare ciò che
è buono per il popolo, anzi per "quel" popolo; sarà più opportuno
individuare le soluzioni favorevoli agli interessi dei commercianti di
petrolio, degli Agnelli, Ford e &. Ma, in tutta questa vicenda di ordinaria
dittatura finanziaria, i numeri hanno un forte peso e i conti si possono anche
sbagliare. Anzi, la storia lo dimostra, prima o poi si sbagliano. Vuoi perché
l'avidità è spesso più forte della prudenza, vuoi perché le reazioni della psicologia
umana spesso non coincidono con la fredda consequenzialità dei calcoli
numerici, vuoi perché a forza di sottrarre libertà e sovranità si arriva al
punto in cui i popoli si arrabbiano e si ribellano. Ha destato scalpore il
successo che in diverse parti del mondo ha ottenuto il film "The
Bank". Si narra di un personaggio che si vendica dei torti subiti
inventando un sistema informatico capace di distruggere la banca che aveva
rovinato la sua famiglia. La storia ha il pregio di mettere a nudo i ricatti, le
manipolazioni contrattuali e giuridiche, la sete di potere e il cinico
controllo delle vite umane messi in atto dagli istituti che maneggiano il
denaro. Alle battute finali del protagonista, "la banca non c'è più"
e "odio le banche", nelle sale cinematografiche esplodono ovazioni da
stadio. In Argentina, nelle riunioni familiari, un nuovo gioco da tavolo ha
soppiantato la tradizionale Tombola e il Monopoli: si chiama "Debito
eterno". Sulla scatola si legge: "Chi è capace di sconfiggere il
Fondo Monetario?". Forse, gli esseri umani stanno cominciando a
comprendere chi sono i veri nemici, e stanno cominciando ad odiarli. Non si
tratta di esseri esterni alla loro coscienza. Si tratta di un demone che
abbiamo tutti dentro, che già Gesù di Nazaret chiamava Mammona, il dio denaro.
Il giro di boa che condurrà al crollo della dittatura monetaria e alla
riconquista delle sovranità nazionali è probabilmente molto più vicino di
quello che, di fronte alla potenza planetaria delle "lobbies"
finanziarie, si sarebbe indotti a credere. Si preparano tempi duri, durissimi,
simili a quelli vissuti e che stanno ancora vivendo gli argentini. Sarà un
passaggio traumatico, dolorosamente traumatico, dato che tutte le risorse sono
ormai nelle mani di quei signori manipolatori di capitali, e che gran parte
delle nostre qualità lavorative sono state travolte: il villaggio globale ha
distrutto l'artefice del prodotto finito, e lo ha sostituito con l'operaio
costretto a costruire un bullone, un ingranaggio o solamente ad assemblare, e con
l'impiegato o il fattorino capace solo di consegnare ciò che le multinazionali
hanno commercializzato. Dovremo reimparare ciò che ci hanno fatto dimenticare.
Dovremo trovare il coraggio di intraprendere strade nuove, soluzioni originali.
Dovremo sbarazzarci della moneta-truffa dei banchieri, e di tutti i loro
ricatti, e fondare finalmente una moneta vera, quella del popolo. Scrive Bruno
Tarquini: "Siamo seduti su una polveriera" ha annunciato, dall'alto
della sua competenza, l'economista Paolo Savona; e non può certamente
sostenersi che non ci si renda conto, già da oggi, di quali potrebbero essere
gli effetti di una sua eventuale esplosione.
L'emissione della "moneta del popolo", già utile nell'attuale situazione
per contrastare la rarità monetaria, arbitrariamente scelta dalle autorità
finanziarie per la soddisfazione della loro sete di dominio, in caso di crisi
sarebbe anche decisamente necessaria". I popoli, vere vittime della
tirannide delle "lobbies", sapranno riconquistarsi, pezzo per pezzo,
tutta la sovranità che è stata loro sottratta. Quando il cloroformio del
benessere consumista si sarà esaurito, quando il bailame di gadget, telefonini,
computers sarà andato in tilt, quando il "luna park" di supermercati
e centri commerciali sarà rimasto senza prodotti, i popoli necessariamente
dovranno riscoprirsi, rifondarsi, tornare ad esistere con la propria specifica
identità e la propria cultura.
Questo
sistema consumista, monetario e di "libero" mercato è un sistema
entropico: un sistema destinato, prima o poi, a spegnersi, perché si basa sul
continuo aumento dei consumi, quindi della produzione, quindi dello
sfruttamento delle risorse, aumento che non può essere infinito, perché, giunti
al punto in cui la disponibilità dei beni sarà inferiore alla quota
d'incremento necessaria al perpetuarsi del sistema consumistico, si giungerà
all'implosione economica. Sarà un momento durissimo. Ho ascoltato recentemente
da un'anziana montanara il racconto dei tempi, non poi così lontani, in cui
nelle nostre valli mancava tutto quello che oggi c'è. Si mangiava polenta,
latte, castagne, formaggio, cotenne e qualche raro insaccato. Ma non tutto ciò
era disponibile sempre; un giorno si mangiava questo, l'altro quello; la
povertà era grande. Spesso, tra gli
abitanti del villaggio, ci si riuniva e, allora, le cose andavano meglio perché
c'era chi portava cotenne, chi cipolle, chi polenta, chi un salame, chi una
ciotola di latte. "La miseria ci teneva uniti, e ci ha consentito di
superare anche gli inverni peggiori", fu la conclusione del racconto. I
popoli hanno dimostrato già in molte occasioni di saper superare prove
tremende, sviluppando una forza e una capacità solidale oggi insospettabili.
Anzi, le loro qualità migliori le hanno espresse nei periodi più duri, e in
quelli della ricostruzione, qualità che i signori delle banche internazionali
non sospettano nemmeno e sicuramente non hanno preventivato. I popoli europei,
oggi ridotti a bracciantato per i servizi necessari allo sviluppo della nuova
economia, quella della globalizzazione o del mondialismo, e delle
multinazionali, sapranno ritrovare le proprie caratteristiche produttive e
creatrici. Non resteranno, storditi, affamati, accampati accanto agli
aeroporti, ad attendere l'arrivo degli "aiuti umanitari", come
avviene in molti paesi del terzo mondo. I popoli europei non accetteranno i
nuovi ricatti di qualche nuova banca internazionale e sapranno ritrovare la
sopita passione per la libertà e l'indipendenza. La lotta per la libertà è una
costante nella storia degli uomini. La lotta dei popoli per la libertà e per la
sovranità sarà il tema dominante della storia di domani.
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cura di Benedetto Brugia
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(President Kennedy, the Federal Reserve and Executive
Order 11110 - by Cedric X)
tratto
da "The Final Call" - vol. 15, n° 6, 17/01/1996 (USA) -
http://www.john-f-kennedy.net/
Il fatto
Il 4
giugno 1963, venne fatto un piccolo tentativo per togliere alla Federal Reserve
Bank il suo potere di affittare la moneta al governo facendosi pagare un
interesse. In quel giorno, il presidente John Fitzgerald Kennedy (1)
firmò l'ordine esecutivo numero 11110 che ripristinava al governo USA il potere
di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Reserve. L'ordine di
Kennedy dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere certificati
sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento, argento o dollari d'argento
normali che erano nel Tesoro". Questo voleva dire che per ogni oncia di
argento nella cassaforte del Tesoro, il governo poteva mettere in circolazione
nuova moneta. In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi
di dollari. Le conseguenze di questa legge furono enormi. Con un colpo di
penna, Kennedy stava per mettere fuori gioco la Federal Reserve Bank di New
York. Se fosse entrata in circolazione una quantità sufficiente di questi
certificati basati sull'argento, questa avrebbe eliminato la domanda di
banconote della Federal Reserve.

Una
delle banconote emesse da Kennedy nel 1963 con la scritta (in alto):
"United
States Note", invece dell'attuale "Federal Reserve Note".
Questo
sarebbe accaduto perché il certificati argentiferi sono garantiti da argento
mentre le banconote della Federal Reserve non sono garantite da niente.
L'ordine esecutivo 11110 avrebbe impedito al debito pubblico di raggiungere il
livello attuale, poiché avrebbe dato al Governo la possibilità di ripagare il
suo debito senza utilizzare la Federal Reserve e senza essere gravato
dall'interesse richiesto per la creazione di nuova moneta. L'ordine esecutivo
11110 dava agli USA la possibilità di crearsi la propria moneta garantita da
argento.
Dopo che
Kennedy fu assassinato, dopo appena cinque mesi, non vennero più emessi
certificati garantiti da argento. "Final Call" è a conoscenza del
fatto che l'ordine esecutivo non venne mai cancellato da nessun presidente
attraverso un altro ordine esecutivo, quindi è ancora valido. Perché allora
nessun presidente successivo l'ha mai usato?
Virtualmente,
tutti i seimila miliardi di dollari di debito sono stati creati a partire dal
1963. Se un presidente statunitense avesse utilizzato l'ordine esecutivo numero
11110, il debito non sarebbe assolutamente ai livelli correnti. Forse
l'assassinio di JFK fu un avvertimento ai futuri presidenti che avessero
pensato di estinguere il debito eliminando il controllo che la Federal Reserve
esercita sull'emissione monetaria. Kennedy aveva sfidato il governo monetario
attaccando i due sistemi che sono sempre stati usati per aumentare il debito:
la guerra e la creazione della moneta da parte di una banca centrale privata. I
suoi sforzi per far uscire dal Vietnam le truppe americane entro il 1965 e
l'Ordine Esecutivo 11110 avrebbero seriamente sminuito i profitti ed il controllo esercitato dal
sistema bancario di New York. Mentre il debito americano raggiunge livelli
incredibili e sta emergendo un conflitto in Bosnia che aumenterà ulteriormente
il debito americano, uno deve chiedersi: avrà Clinton il coraggio di prendere
in considerazione l'utilizzo dell'ordine esecutivo 11110 e, se così fosse,
vorrà pagarne le conseguenze?
Ordine
Esecutivo 11110
EMENDAMENTO
DELL'ORDINE ESECUTIVO N. 10289
MODIFICA
RELATIVA ALL'APPLICAZIONE DI CERTE FUNZIONI CHE RIGUARDANO IL
MINISTERO
DEL TESORO
In virtù
dell'autorità affidatami dalla sezione 301 del Titolo 3 del Codice degli Stati
Uniti, viene ordinato quanto segue:
La
Sezione 1 dell'Ordine Esecutivo n. 10289 del 19 settembre 1951, come
modificata, viene qui ulteriormente modificata -
Aggiungendo
alla fine del paragrafo 1 di cui sopra il seguente sottoparagrafo (j):
(j)
L'autorità di cui è investito il Presidente dal paragrafo (b) della sezione 43
della Legge del 12 maggio 1933, come modificata (31 U.S.C. 821(b)), di emettere
certificati argentiferi contro qualsiasi deposito d'argento, argento o normali
dollari d'argento nel Tesoro non legati alla restituzione di qualsiasi
certificato argentifero preesistente, di prescrivere la denominazione di questi
certificati argentiferi e di emettere normali monete d'argento e valuta
sussidiaria redimibile in argento
e
Revocando
i sottoparagrafi (b) e (c) del paragrafo 2
predetto.
Sez. 2 I
cambiamenti effettuati da questo Ordine non devono influenzare qualsiasi atto
effettuato o qualsiasi diritto acquisito o qualsiasi causa o processo in atto o
iniziato in qualsiasi causa penale o civile prima della data di quest'Ordine ma
tutte queste responsabilità continueranno e verranno esatte come se il detto
emendamento non fosse stato effettuato.
John F.
Kennedy, Casa Bianca, 4 giugno 1963.
Versione originale:
Executive Order 11110
AMENDMENT OF EXECUTIVE ORDER NO. 10289
AS AMENDED, RELATING TO THE PERFORMANCE OF CERTAIN
FUNCTIONS AFFECTING THE
DEPARTMENT OF THE TREASURY
By virtue of the authority vested in me by section 301
of title 3 of the United States Code, it is ordered as follows:
Section 1. Executive Order No. 10289 of September 19,
1951, as amended, is hereby further amended - By adding at the end of paragraph
1 thereof the following subparagraph (j):
(j) The
authority vested in the President by paragraph (b) of section 43 of the Act of
May 12,1933, as amended (31 U.S.C.821(b)), to issue silver certificates against
any silver bullion, silver, or standard silver dollars in the Treasury not then
held for redemption of any outstanding silver certificates, to prescribe the
denomination of such silver certificates, and to coin standard silver dollars
and subsidiary silver currency for their redemption
and
By revoking subparagraphs (b) and (c) of paragraph 2
thereof.
Sec. 2. The amendments made by this Order shall not
affect any act done, or any right accruing or accrued or any suit or proceeding
had or commenced in any civil or criminal cause prior to the date of this Order
but all such liabilities shall continue and may be enforced as if said
amendments had not been made.
John F. Kennedy The White House, June 4, 1963.
Naturalmente
il fatto che sia JFK che Lincoln abbiano incontrato lo stesso destino è una
pura coincidenza. (NdT: a causa della questione monetaria, vennero assassinati
sette presidenti statunitensi: quattro con armi da fuoco e tre per
avvelenamento)
Politica
monetaria di Abramo Lincoln, 1865 (pagina
91 del documento del Senato n. 23):
La
moneta è la creatura della legge e la creazione dell'emissione originaria della
moneta deve essere mantenuta quale esclusivo monopolio del governo nazionale.
La
moneta non possiede un altro valore relativamente allo Stato tranne quello che
le è dato dalla sua circolazione. Il capitale ha un suo posto preciso ed è
coperto da ogni protezione. Le spese degli uomini devono essere riconosciute,
nella struttura ed all'interno dell'ordine sociale, quali più importanti delle
spese relative alla moneta. Nessun dovere è più imperativo per il Governo di
quello che ha nei confronti della popolazione di fornirla con una valuta solida
ed uniforme, e di regolare la circolazione del mezzo di scambio in modo che il
lavoro sia protetto contro una valuta viziata ed il commercio sia facilitato da
scambi sicuri ed economici. La quantità disponibile di oro ed argento essendo
completamente inadeguata nel permettere l'emissione di monete dal valore
intrinseco o cartamoneta convertibile in monete nel volume richiesto per
soddisfare le necessità del popolo, rende necessario lo sviluppo di una altra
base per l'emissione di valuta. Deve essere sviluppato qualche altro mezzo
oltre a quello della convertibilità in monete metalliche per prevenire una
inadeguata fluttuazione del valore della cartamoneta o di qualsiasi altro
sostituto per la moneta di valore intrinseco che potrebbe venire in uso. Le
necessità monetarie di un crescente numero di persone che avanza verso più alti
standard di vita, debbono e possono trovare riscontro nel governo. Queste
necessità possono essere soddisfatte dalla Valuta Nazionale e dal Credito
attraverso la messa in opera di un
sistema bancario Nazionale. La circolazione di un mezzo di scambio emesso e
garantito dal Governo può essere propriamente indirizzato e si può eliminare la
ridondanza di emissioni attraverso la raccolta dalla circolazione
quell'ammontare che si renda necessario, attraverso la Tassazione, il
rideposito ed altrimenti. Il Governo ha il potere di regolare la valuta ed il
credito della Nazione. Il Governo deve appoggiare la sua valuta, il credito ed
i depositi bancari della Nazione. Nessun individuo deve patire perdite di
moneta attraverso una valuta deprezzata o gonfiata o a causa di bancarotta
bancaria.
Il
Governo che possiede il potere di creare ed emettere valuta e credito come
moneta e che gode del diritto di prelevare sia la valuta che il credito dalla
circolazione attraverso la tassazione ed in altro modo, non ha necessità né
deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare
lavori governativi ed imprese pubbliche. Il Governo deve creare, emettere e far
circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare il potere di
spesa del Governo ed il potere d'acquisto dei consumatori. Il privilegio di
creare ed emettere moneta non è solamente una prerogativa suprema del Governo,
ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del Governo stesso. Con
l'adozione di questi principi, sarà soddisfatto il desiderio, da lungo tempo
sentito, di una moneta uniforme. Il contribuente risparmierà immense somme di
interessi, sconti e cambi. Il finanziamento di tutta la pubblica impresa, il
mantenimento di Governi stabili e di un progresso ordinato, nonché la condotta
del Tesoro, diventeranno materia di ordinaria amministrazione. Il popolo può e
sarà fornito di una valuta sicura tanto quanto il proprio Governo. La moneta
cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell'umanità. La democrazia
diventerà superiore al potere dei soldi.
La
Federal Reserve è una corporazione privata. Una delle preoccupazioni più
comuni, tra la gente che si occupa attivamente di ridurre le tasse, è: "Se
trattengo i miei soldi, impedirò al Governo di pagare i suoi conti?" Come
è stato spiegato nel primo articolo di questa serie, la moderna tassa sul
reddito non è stata fatta né pensata per pagare i servizi offerti dal governo.
Il suo scopo è di pagare per il sistema privato della Federal Reserve. Nel
dizionario "Black Law" si definisce la Federal Reserve come "una
rete di dodici banche centrali cui appartiene la maggior parte delle banche e
della quale le banche con statuto statale possono essere proprietarie. Le
regole societarie impongono un investimento in azioni e delle minime riserve".
Sono banche private quelle che possiedono le azioni della Federal Reserve.
Questo venne spiegato nel dettaglio nel processo "Levis contro Stati
Uniti" (seconda serie del Federal Reporter, volume 680, pagine 1239, 1341
(1982)), dove la corte disse: "Ogni "Federal Reserve Bank" è una
società separata posseduta da banche commerciali della sua regione. Le banche
socie eleggono i due terzi del consiglio di amministrazione composto da nove
membri di ciascuna banca". Similmente, le banche "Federal
Reserve", nonostante siano pesantemente regolate, sono controllate
localmente dalle banche socie. Dando un altro sguardo al dizionario "Black
Law", troviamo che queste banche privatamente possedute, emettono moneta:
"Federal Reserve Act: legge che creò le banche della Federal Reserve che
agiscono come agenti nel mantenere riserve monetarie, nell'emettere moneta
sotto forma di banconote, nel prestare moneta alle banche e nella supervisione
delle banche. Amministrata dal consiglio d'amministrazione della Federal Reserve
(Federal Reserve Board)".
Le
banche della FED, che sono private, emettono, ovvero creano, la moneta che
usiamo. Nel 1964, la Commissione Camerale sulla Pratica Bancaria e la Valuta,
il sottocomitato sulla Finanza Interna, nella seconda sessione dell'88esimo
Congresso, pubblicò uno studio intitolato "Fatti sulla Moneta", che
spiegava bene che cosa è la FED: "La Federal Reserve è una macchinetta che
crea moneta. Può emettere moneta o assegni. Non ha il problema di coprire gli
assegni perché può ottenere le banconote da 5 e 10 dollari, necessarie per
coprirli, semplicemente chiedendo all'ufficio del conio del Ministero del
Tesoro di stamparle". Come tutti sappiamo, chiunque abbia un sacco di
soldi ha molto potere. Immaginatevi un gruppo di persone che hanno il potere di
creare soldi. Immaginatevi che potere questi possono avere. Questo è quello che
è la FED. Nessun uomo denunciò maggiormente il potere della FED quanto Louis T.
McFadden, il presidente della Commissione Camerale Bancaria negli anni '30.
Egli costantemente precisava che le questioni sull'emissione monetaria non
dovevano essere partigiane, e criticava le amministrazioni sia di Herbert
Hoover che di Franklin Roosevelt. Descrivendo la FED, nel 10 giugno 1932
(Verbale del Congresso, Camera, pagine 1295 e 1296), affermava:
"Signor
Presidente, in questo paese abbiamo una delle istituzioni più corrotte che il
mondo abbia mai conosciuto. Mi riferisco al consiglio d'amministrazione della
Federal Reserve ed alle banche Federal Reserve. Il cda della Federal Reserve,
un cda di governo, ha fregato al Governo degli Stati Uniti ed al popolo
statunitense abbastanza soldi per estinguere il debito pubblico. Le predazioni
ed ingiustizie del cda della Federal Reserve e delle banche Federal Reserve,
agendo assieme, sono costate a questo paese abbastanza soldi per ripagare
numerose volte il debito nazionale. Questa maligna istituzione ha impoverito e
rovinato il popolo degli Stati Uniti, è andata in bancarotta ed ha portato alla
bancarotta il Governo. Ha ottenuto questo attraverso la cattiva amministrazione
della legge che autorizzava il cda della Federal Reserve ed attraverso le
combriccole corrotte che la controllano. Qualcuno pensa che le banche Federal
Reserve siano istituzioni degli Stati Uniti. Non sono istituzioni statunitensi.
Sono monopoli di credito privati che si basano sul popolo statunitense per
beneficiare se stessi ed i loro clienti stranieri, gli speculatori e predatori
interni e stranieri, e i ricchi predatori usurai. In questa oscura cricca di
pirati finanziari ci sono quelli che taglierebbero la gola di chiunque per
sottrargli un dollaro dalle tasche, vi sono quelli che mandano soldi negli
stati per comprare i voti per controllare la nostra legislazione, e ci sono
quelli che mantengono una propaganda internazionale allo scopo di ingannarci e
di spingerci a fornire nuove concessioni che permetteranno loro di insabbiare
le loro malefatte precedenti e di rimettere in moto il loro gigantesco treno
criminale. Questi 12 monopoli privati vennero slealmente ed ingannevolmente
imposti a questo paese da banchieri che vennero dall'Europa e che hanno
ripagato la nostra ospitalità minando alla base le nostre istituzioni
americane".
La FED
in pratica funziona così: il Governo ha garantito il potere di emettere moneta
alle banche della FED. Queste creano moneta, poi la prestano al governo
caricando gli interessi. Il governo preleva la tassa sul reddito per pagare gli
interessi sul debito. Su questo punto è interessante notare che sia il
"Federal Reserve Act" che il sedicesimo emendamento, che dava al
Congresso il potere di raccogliere la tassa sul reddito, vennero promulgati
assieme nel 1913. L'incredibile potere che la FED ha sull'economia viene
universalmente riconosciuto. Alcune persone, specialmente nell'ambiente bancario
ed accademico, addirittura lo appoggiano. Tuttavia vi sono quanti, sia in
passato che oggi, lo denunciano. Uno di questi uomini era il presidente
Kennedy. I suoi sforzi vennero elencati in dettaglio nel libro
"Crossfire" di Jim Marrs, del 1990:"Un altro aspetto tralasciato
del tentativo di Kennedy di riformare la società americana riguarda la moneta.
Plausibilmente Kennedy riteneva che, ritornando alla Costituzione, la quale
afferma che solamente il Congresso può coniare e regolare la moneta, il crescente
debito nazionale poteva essere ridotto smettendo di pagare interessi ai
banchieri del sistema della Federal Reserve, che stampava cartamoneta e la
prestava al governo contro interessi. Egli si mosse in questo campo il 4 giugno
1963, firmando l'Ordine Esecutivo 11110 che chiedeva l'emissione di
4.292.893.815 dollari in banconote statunitensi attraverso il Tesoro anziché
usando il tradizionale sistema della Federal Reserve. Quello stesso giorno,
Kennedy firmò una legge che cambiava la garanzia dei biglietti da 1 e 2 dollari
- da argento in oro - aggiungendo forza all'indebolita valuta statunitense.
Il
"Comptroller of the currency" di Kennedy, James J. Saxon, venne in
contrasto con gli organi della Federal Reserve per qualche tempo, incoraggiando
poteri di maggior investimento e di credito per le banche che non erano parte
della FED. Saxon aveva anche stabilito che queste banche potessero
sottoscrivere titoli statali e locali, indebolendo così maggiormente le banche
della dominante FED. Venne emessa una serie di banconote-Kennedy - l'autore
possiede tutt'oggi uno di questi biglietti da cinque dollari con l'intestazione
"United States Note" - ma vennero presto ritirate dalla circolazione
dopo la morte di Kennedy. Secondo informazioni reperibili nella libreria del
Comptroller of the Currency, la legge 11110 è ancor oggi in corso di validità
legale, anche se le amministrazioni successive, ad iniziare con quella del
presidente Lyndon Johnson, l'hanno - apparentemente - semplicemente ignorata
tornando alla pratica di pagare interessi sulle banconote della FED. Oggi
continuiamo ad usare banconote della Federal Reserve, ed il deficit ha
raggiunto il suo massimo storico.
Il fatto
è che le tasse sul reddito che state pagando (IRS) non vengono usate per
servizi governativi. Non vi sarebbero danni per voi, o per la nazione, se si
riducesse legalmente o si eliminasse questo tipo di tassa.
(1)
Kennedy, John Fitzgerald (Brookline 29/5/1917 - Dallas 22/11/1963). Politico
statunitense. Figlio di Joseph (Boston 6/9/1888 - Hyannis Port 18/11/1969),
senatore e finanziere, ambasciatore a Londra (1937-40), fu deputato del Partito
democratico dal 1946 e senatore dal 1952, promosse una serie di iniziative che
gli procurarono una vasta popolarità. Candidato democratico alle elezioni presidenziali
del 1960, sconfisse R. Nixon, divenendo il 35° presidente, il più giovane della
storia e il primo cattolico. Intraprese un vasto programma di riforme,
valendosi della consulenza di numerosi intellettuali progressisti: lanciò il
progetto della "Nuova frontiera" contro la povertà e si impegnò per i
diritti civili delle minoranze etniche, ma fu ostacolato dall'opposizione
congressuale che in molti casi impedì le riforme. In politica estera, dopo aver
appoggiato il tentativo di invasione di Cuba (1961), i principali sforzi furono
indirizzati verso un programma di aiuti ai paesi dell’America latina
("Alleanza per il progresso", 1961) e verso la ricerca della
distensione con l’URSS; in questo ambito, pur non riuscendo a trovare soluzioni
concordate per la città di Berlino, dopo la crisi determinata
dall'installazione di missili sovietici a Cuba (10/1962), giunse a un accordo
per una moratoria degli esperimenti nucleari (7/1963). Preludio alla futura
guerra fu l’invio di truppe nel Vietnam del sud, come sostegno al governo nella
repressione della guerriglia. Fu assassinato nel corso di un viaggio nel Texas,
in circostanze mai chiarite. Il fratello Robert Francis (Brookline 20/11/1925 -
Los Angeles 6/6/1968), fu ministro della giustizia durante la presidenza di
John. Senatore dal 1965, accentuò il suo impegno nel campo dei diritti civili e
contro la guerra in Vietnam. Venne assassinato durante la campagna per le
elezioni presidenziali del 1968.
Che un
banchiere intitoli le sue memorie “Confessioni di un sicario dell’economia” è già clamoroso. Ma ciò che il banchiere John
Perkins rivela nel suo libro, “Confessions of an economic hit man” (1)
è spaventoso: racconta di essere stato arruolato dal governo Usa allo scopo di
risucchiare a favore degli Stati Uniti le ricchezze di paesi poveri, e ciò
“attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi”, attentati e guerre.
Le rivelazioni di Perkins gettano una luce del tutto nuova anche sulle motivazioni
dell’invasione dell’Irak. John Perkins dice di essere stato reclutato quando
era ancora studente, negli anni ’60, dalla National Security Agency (NSA),
l’entità più segreta degli Stati Uniti, e poi inserito dalla stessa NSA in una
ditta finanziaria privata. Lo scopo: “Per non coinvolgere il governo nel caso
venissimo colti sul fatto”. Quale fatto? Abbastanza semplice. Come capo
economista della ditta privata Chas. T. Main di Boston con 2 mila impiegati,
Perkins decideva la concessione di prestiti ad altri paesi. Prestiti che
dovevano essere “molto più grossi di
quel che quei paesi potessero mai ripianare: per esempio un miliardo di dollari a stati come l’Indonesia e l’Ecuador”.
La condizione connessa con il prestito era che in massima parte venisse usato
per contratti con grandi imprese americane di costruzioni e infrastrutture,
come la Halliburton e la Bechtel (strutture petrolifere). Queste ditte
costruivano dunque reti elettriche, porti e strade nel paese indebitato; il
denaro prestato tornava dunque in Usa, e finiva nelle tasche delle classi
privilegiate locali, che partecipavano all’impresa. Al paese, e ai suoi poveri,
restava lo schiacciante servizio del debito, il ripagamento delle quote di
capitale più gli interessi. L’Ecuador, dice Perkins, è oggi costretto a
destinare oltre metà del suo prodotto lordo – cioè di tutta la ricchezza che
produce – per il servizio dei debiti contratti con gli Usa. Ma questo è solo il
primo passo. Gli Usa, indebitando quei paesi, vogliono in realtà “renderli loro
schiavi”, dice Perkins. All’Ecuador, non più in grado di ripagare, Washington
chiede di cedere parti della foresta amazzonica ecuadoriana per farla sfruttare
da imprese americane. E’ questa la logica imperiale.
Tra i
massimi successi dei “sicari economici”, Perkins rievoca l’accordo riservato
fra gli Usa e la monarchia saudita ai tempi della prima crisi petrolifera negli
anni ’70. Per gli Stati Uniti, era necessario tramutare il rincaro del greggio
da sciagura a opportunità. La famiglia dei Saud, del resto, affogava nei
petrodollari: le fu proposto di investirli in titoli Usa e in grandi opere. La
Bechtel (chi scrive fu in Arabia all’epoca e può testimoniarlo) ricoprì il reame desertico di nuove città e
di impianti di raffinazione per lo più inutili; la famiglia Saud accettò di
mantenere il greggio entro limiti di prezzo desiderabili per gli Usa, in cambio
dell’assicurazione americana che Washington avrebbe sostenuto il loro potere
per sempre. “E’ questo il motivo primo della prima guerra all’Irak”, dice Perkins,
e dell’intreccio privilegiato di affari e finanza tra i sauditi e i Bush.
Secondo Perkins, gli Usa cercarono di ripetere l’accordo con Saddam Hussein,
“ma lui non c’è stato”. Da qui la sua rovina. Perché, dice Perkins, “quando noi
sicari economici falliamo il bersaglio, entrano in gioco gli sciacalli. Sono
gli uomini della Cia, che cercano di fomentare un golpe; se nemmeno questo
funziona, ricorrono all’assassinio. Ma nel caso dell’Irak, gli sciacalli non
sono riusciti ad arrivare a Saddam: lui aveva delle controfigure, la sua
guardia era troppo attenta. Perciò si è decisa la terza soluzione: la guerra”.
Perkins ha conosciuto personalmente Omar Torrijos, il generale e dittatore di
Panama degli anni ’70, morto in un incidente aereo nel ’78. Torrijos fu ucciso,
spiega Perkins, perché aveva stilato un accordo coi giapponesi per la
costruzione di un secondo canale di panama, ed aveva ottenuto dall’Onu nel 1973
una risoluzione che obbligava gli Usa a restituire alla sovranità panamense il
vecchio Canale. Le multinazionali americane “erano estremamente arrabbiate con
Torrijos”. Per questo scopo, quando Reagan divenne presidente, gli furono fatti
scegliere come ministri due alti funzionari della Bechtel, Caspar Weinberger
alla Difesa e George Schultz – il che rivela molto sul ripugnante potere degli
affari nella politica Usa – per costringere Torrijos con le minacce a rompere i
negoziati coi giapponesi (che stavano soffiando alla Bechtel l’affare del
secolo) e di rinnovare il trattato del Canale di panama, riconsegnandolo agli
americani. Torrijos rimase sulle sue posizioni: furono mandati in azione gli
“sciacalli”. L’aereo di Torrijos, dice Perkins, cadde per un magnetofono che
era stato riempito di esplosivo. La stessa fine di Enrico Mattei. Conclude
Perkins: il denaro che gli Usa adoperano per indebitare i paesi poveri non è
neppure denaro americano. Sono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario a
fornirlo, e a fornire ai poveri la corda per impiccarsi.
(1) “Hit
man” è il sicario prezzolato, il bastonatore assoldato dalla Mafia e dalle
ditte americane per picchiare gli scioperanti. Il libro è acquistabile su
Amazon. Pare essere auto-edito da Perkins.
Il
Denaro sterco del demonio (da Comunicato Andromeda
n.71/1999)
(storia
di un’affascinante scommessa sul nulla)*
Da utile
mezzo è diventato fine, da servo si è fatto padrone, crediamo di maneggiarlo ed
invece ci manipola, crediamo di usarlo ed invece ci usa, crediamo di muoverlo
ed invece ci fa muovere, anzi trottare, crediamo di possederlo ed invece ci
possiede. Inoltre, considerato globalmente, il denaro ha raggiunto un tale
stratosferico volume e lo abbiamo caricato di tali aspettative che, prima o
poi, gonfiato a dimensioni oniriche, imploderà con conseguenze devastanti. I
teologi, cristiani e mussulmani, sono sempre rimasti impressionati dalla
capacità di possessione del denaro e dalle devastazioni che può compiere
nell'animo umano. Più laicamente i marxisti più ortodossi l'hanno dannato
perché sarebbe 'lo strumento per appropriarsi del lavoro altrui'. Gli psicoanalisti
lo apparentano allo sterco, per il piacere che se ne trae sia nell'espellerlo
che nel ritenerlo. Ma se è sterco è uno sterco molto speciale, trascendente e
metafisico: è, per dirla con Lutero, lo sterco del Demonio.
Tradizionalmente
le funzioni del denaro sono quattro:
1. Misura del valore;
2. Intermediario nello scambio;
3. Mezzo di pagamento;
4. Deposito di ricchezza.
Niente
da dire sulle prime tre. Ma togliamoci dalla testa che il denaro sia ricchezza
o che la rappresenti (nel 1600 gli spagnoli ricchi dell'oro e argento rapinato
agli indios si ritrovarono più poveri di prima, e nel 1929 le ricchezze in
denaro divennero carta straccia). Il valore di una mucca invece, per quanto
possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o,
alla mala parata, ne farò bistecche. Io posso essere certamente disposto a
scambiare la mia mucca per denaro, ma non cambierei mai tutti i beni del mondo
con tutto il denaro del mondo.
Perché
non saprei cosa farmene. Il denaro non aumenta di nulla la ricchezza del mondo,
perché può acquistare unicamente ciò che c'è già, può trasferire solo la
titolarità della proprietà delle cose. Può spostare ricchezza, non è esso
stesso ricchezza.. Il denaro raggiunge la sua perfezione e la sua purezza
quanto più si smaterializza, perché il denaro in quanto tale non esiste in
natura: è un'astrazione. Infatti in qualsiasi forma si presenti (moneta-merce,
oro, monete metalliche, cartamoneta, banconote, azioni, obbligazioni,
registrazioni in conto corrente, impulsi elettronici, tacca con cui il barista
segna che gli devo un caffè) il denaro è una promessa. Funziona da
intermediario nello scambio non perché è un valore materiale ma in quanto è una
promessa.
Altrimenti
si tratterebbe di un baratto, di un semplice scambio di cosa contro cosa. Chi
detiene il denaro è in possesso di una promessa che qualcuno, per il momento
indefinito, farà qualchecosa per lui (gli fornirà una merce, un servizio,
eccetera). La moneta invece è il segno dell'esistenza di questa promessa.
Se il
denaro è una promessa la moneta è una convenzione4 con la quale si concorda che
un determinato oggetto funziona come garanzia di tale promessa, come titolo di
credito. Infatti il denaro, quale che sia la sua forma, è sempre un credito. la
promessa (cioè il denaro, oltre a essere di per sé aleatoria, non regge
all'infinito. È un fatto che i debiti, alla lunga, non sono pagati. Se così non
fosse, qualunque piccolo gruzzolo, depositato in banca, nel giro di qualche
decennio diventerebbe, con gli interessi composti, enorme. Invece, nel giro di
qualche decennio, e anche molto prima, quel gruzzolo scompare. Ma poiché il
denaro non esiste, è un credo, una fede, un'illusione, può sparire anche di
colpo o in pochissimi giorni. Sismondi (3) fa un divertente elenco di
casi, a lui vicini nel tempo, in cui il denaro si volatilizzò: l'antica Banca
di Copenaghen fu costretta a sospendere i pagamenti nel 1745; rifondata nel
1791 collassò nuovamente nel 1831; la Banca di Vienna sospese i pagamenti nel
1797; e la Banca di Stoccolma, la prima Banca centrale comparsa al mondo, nel
1762 pagava soltanto 1/96 dei suoi debiti originari. Più recentemente si
possono ricordare la grande inflazione che colpì gli Stati Uniti dopo la guerra
di secessione (al Sud la moneta perse il 98,4% del suo valore) e quella, ancor
più devastante, di Weimar che in pochi mesi cancellò l'intero risparmio
tedesco, o il crollo di Wall Street del '29. Ripetiamo: È un fatto che i
debiti, alla lunga, non sono pagati. La promessa non viene mantenuta. Il denaro
scotta quindi fra le mani e bisogna liberarsene prima che cominci a bruciare le
dita. Come il famoso cerino acceso. L'abilità consiste, come nel gioco, nel
tenere il cerino in mano fino all'ultimo momento. Per questo gli imprenditori e
i finanzieri, che sono gli individui che meglio hanno capito la funzione del
denaro, lo fanno girare vorticosamente, cambiandogli di continuo impiego e
trattenendo solo quel minimo di liquidità che è loro indispensabile, pronti a
disfarsene del tutto. Il gran gioco del denaro è tutto qui: far ricadere, al
momento opportuno, la sua inesistenza sui troppo creduloni. Il modo più
ragionevole di usare il denaro è quindi disfarsene. E anche piuttosto in
fretta. Chi vende infatti per denaro è, in teoria, un fesso (1). Perché
cede qualcosa che c'è (un bene, un lavoro) per qualcosa che non c'è ed è mera
aspettativa di qualcosa che forse ci sarà. Scambia la certezza del presente con
l'incertezza del futuro. Ed è inutile quindi mettere in discussione l'interesse
o l'attività finanziaria se non si mette in discussione il denaro. Perché tutto
è cominciato lì. È una marcia partita migliaia di anni fa, lenta all'inizio,
contrastata per molti secoli; durante il Medioevo, il denaro scomparve e
riapparve come una profezia intorno all'anno Mille. Da allora la sua marcia è
diventata una scorribanda trionfale che ha finito per travolgere tutto, uomini
e cose.
La
storia del Denaro
Nelle
società tribali, antiche e moderne, la produzione e la distribuzione dei beni
materiali erano incorporate in relazioni sociali che non avevano natura
economica. Lo scambio intertribale nella forma del dono è sempre collettivo
(non esiste la figura del 'mercante') è accompagnato da riti religiosi danze,
feste, banchetti. E anche quando assume più propriamente la forma del baratto
manca completamente il fine di lucro, di guadagno, di profitto, come noi lo
intendiamo, che anzi se fosse presente in forma esplicita sarebbe motivo del
più profondo disprezzo; il prestigio è l'autentico fine di tutta la faccenda.
Che il motivo dell'onore sia assolutamente fondante nella civiltà tribale lo si
vede in quell'istituto straordinario che è il potlach dove, puramente e
semplicemente, si distruggono voluttuariamente dei beni per schiacciare, per
'annientare' il rivale. La ricchezza dei primitivi viene accumulata per
dilapidarla alla prima buona occasione: nel potlach, in feste, in banchetti,
nei matrimoni. La ricchezza è fatta per essere spesa a fondo perduto. Anche
nelle società degli antichi Imperi si ritiene che il lucro e il guadagno
individuali incrinino la solidità e l'unità di gruppo L'equivalenza dei beni,
nel baratto, è decisa dalle tradizioni e dalla legge. Ma sul luogo del mercato
interviene un funzionario dello Stato che, ferme restando le equivalenze,
raziona il bene in modo che tutti ne abbiano la minima quantità necessaria e i
ricchi non possano accaparrarselo.
Il
mercante individuale che guadagna sulla differenza di prezzo fra ciò che
acquista e ciò che vende farà la sua prima apparizione in Grecia nel VII e VI
sec. a C., solo dopo l'introduzione della moneta coniata. Fu in Lidia, un
piccolo regno dell'Asia minore, che, fra la fine dell'VIII sec. a. C. e
l'inizio del VII, comparve la moneta (elektron) coniata in metallo prezioso,
garantita, nel peso, nella misura e quindi nel valore, da chi l'aveva battuta,
cioè dallo Stato era nata la forma-denaro. Insieme al denaro nacque il suo
fratello gemello, il mercato. E contemporaneamente fecero la loro apparizione
la filosofia, la scienza, l'economia, la polis, la democrazia, la personalità,
il lavoro individuale, la povertà individuale e la solitudine dell'uomo.
Lacerate infatti in modo irreparabile le strutture tribali, l'uomo, per la
prima volta nella sua storia, si trovò a doversi procacciare i mezzi di
sussistenza da solo o con la sua famiglia senza poter più contare sull'aiuto
solidale del gruppo e nemmeno, come era stato negli antichi Imperi,
sull'assistenza dello Stato. Compaiono cioè preoccupazioni che erano ignote
alla società tribale e fa capolino una concezione lineare del tempo, una
proiezione verso il futuro, che è tipica di una società dove comincia a
circolare il denaro. Col denaro si era entrati in pieno nella brutale età del
ferro. Ed è da questo momento che l'uomo cominciò a rimpiangere una mitica età
dell'oro in cui la terra dava i suoi frutti in abbondanza senza che ci si
dovesse affannare troppo né scannarsi fra simili. Ora tutto ha un prezzo, tutto
è monetizzabile, tutto è denaro. E col denaro compare, fatalmente, la sua
prole: l'interesse, anzi l'usura perché in quei primi tempi non si fa
differenza chiamandosi usura qualunque remunerazione del capitale prestato. Il
prestito a interesse (di beni nde) prende piede con le civiltà urbane degli
antichi Imperi (Sumeri, Ittiti, Egizi) e variava dal 20 al 33%, mentre per i
più poveri e bisognosi lo Stato garantiva un interesse ridotto. Ma è con
l'invenzione della moneta che si aprono le cateratte. Mentre in Grecia classica
ed in Mesopotamia il prestito a interesse (dal 10 al 40%) sfondò senza
incontrare resistenza in tutte le altre parti del mondo la comparsa dell'usura
sistematica, che rompeva totalmente con tutti i principi di solidarietà
sociale, fu uno choc difficile da assorbire. E con il denaro e l'usura
(combattuta inutilmente con la legge da Israele alla Persia, dall'India a Roma)
irrompono mutui, ipoteche, depositi a interesse, prestiti su pegno, cambi di
valute fino alla cambiale. Intorno al IV secolo a. C., in Grecia, compaiono le
banche alla cui origine sta la figura del cambiavalute. E con esse la perdita
del potere di acquisto (inflazione) cui si accompagna la diminuzione dei
salari.
È la
consueta tesi per cui l'ulteriore impoverimento della povera gente è
inevitabile all'inizio di ogni processo di sviluppo, in quanto è necessario per
costituire il capitale. Si tratta, si dice, di periodi di transizione. Peccato
che non finiscano mai. Si afferma anche il regime della doppia moneta: una
forte a disposizione dei mercanti e una debole usata dalla gente comune e
questa disparità vige tuttora nei rapporti fra Terzo Mondo e Paesi
industrializzati (ove l'imprenditore internazionale paga la manodopera o le
materie prime con moneta debole - locale - e rivende poi sui mercati in cambio
di dollari.) Il conseguente approfondirsi delle diseguaglianze economiche
fenomeno quasi sconosciuto prima del 700 a. C. porta al tentativo di
controllare questo potenziale esplosivo rappresentato dall'imponente massa dei
poveri attraverso l'esaltazione, teorica, della povertà, con la creazione
dell'etica della povertà dignitosa che durerà fino all'avvento della Riforma e
dell'industrialismo fino a lambire i nostri giorni prima che si affermasse
definitivamente il principio che solo chi ha è. Il denaro così si avvia a
diventare un fine. Scrive Max Weber: 'Che uno possa proporsi a scopo del lavoro
di tutta la sua vita unicamente il pensiero di scendere nella tomba carico del
massimo peso possibile di denaro e di beni, appare spiegabile solo come un
prodotto di impulsi perversi'. In questo percorso, dal denaro come mezzo al
denaro come fine, è fondamentale la nascita della lettera di cambio (2),
la prima forma di cartamoneta che assumerà nel 1694, con la Banca
d'Inghilterra, la forma della banconota.
Siamo
quindi alla nascita della attività di credito, con la quale emerge chiaramente
per la prima volta la possibilità di guadagnare denaro con un'attività
economica senza il sudore della fronte; emerge la possibilità di far lavorare a
proprio vantaggio altra gente senza l'impiego di mezzi coercitivi. E con essa
si radica l'usura nonostante i divieti e le condanne (vedi Concilio Laterano
del 1139 e Concilio di Vienne del 1311). Verso la fine del XVIII secolo viene
legittimato in Europa un capolvolgimento di portata copernicana: si passa da
un'epoca in cui l'economia è ancora subordinata alle esigenze della comunità
umana a un'altra in cui le leggi economiche prendono liberamente il sopravvento
ed è l'uomo a doversi piegare ad esse. I teorici di quella nuova scienza che è
l'economia politica considerano le leggi economiche né più né meno che leggi di
natura, ineluttabili, alle quali è inutile cercare di opporsi È nato il primato
dell'economia. Questo primato si accompagna e si sposa a cambiamenti epocali
che, a partire dal XVI secolo, riguardano la concezione del tempo (il futuro
viene inteso non più come un aldilà metafisico e religioso ma un aldiqua
concreto legato al calcolo, al futuro che nella sua essenza è appunto il
denaro. Il concetto di 'investimento' presuppone la fiducia nel futuro), la
proprietà terriera (scompaiono l'inalienabilità della terra, il divieto di
recintare i campi, l'obbligo di farla riposare - la rotazione a maggese -, il
divieto di adibire a pascolo le terre arate senza l'approvazione della
comunità), l'urbanizzazione (i cambiamenti di coltivazione decisi dai grandi
proprietari costrinsero i contadini ad andarsene trasformando i più poveri di
essi, 'da una popolazione di contadini dignitosi , in una folla di mendicanti e
di ladri') e la Rivoluzione Industriale (1750/1870 - sposta il centro di produzione
dalla terra alla fabbrica; il produttore/contadino diviene un
salariato/consumatore inevitabilmente costretto a entrare nel meccanismo
monetario.L'industrialismo postula infatti la necessità della moneta in ogni
settore dell'economia poiché tutti i redditi devono derivare dalla vendita di
qualcosa). Così, che lavori o che riposi, l'uomo non è più il padrone del suo
tempo, ma lo schiavo. La società umana diventa un accessorio del sistema
economico. E il 'Fare denaro' diventa un'etica, un comandamento morale.
L'industrialismo diversifica i beni, parcellizza le produzioni, aumenta la
divisione del lavoro: e più il lavoratore si specializza più si allontana
dall'autosufficienza e viene a dipendere totalmente dal denaro. Se fra il XVII
e il XVIII secolo l'economia si pone al centro della vita dell'uomo,
sottomettendola alle sue esigenze, nel XIX è il denaro che si mette al centro
dell'economia, finendo in breve tempo per assoggettarla. produzione,
investimenti, risparmio, redistribuzione dei redditi dipendono dal tasso di
sconto, cioè dal costo del denaro. Quindi nemmeno più direttamente dal denaro
in se stesso ma dal frutto della sua gravidanza isterica: l'interesse.
La
spinta decisiva a questa ascensione del denaro è stata data dalla banconota (4)
con la quale il denaro si emancipa da qualsiasi valore intrinseco. A differenza
di lettere di cambio, titoli di debito pubblico o certificati di deposito la
banconota ha corso legale, cioè deve essere accettata su tutto il territorio
nazionale. Siamo in Inghilterra nel 1700.
Nasce
dunque il sistema monetario basato sulla fiducia: e se la fiducia crolla, e
tutti si presentano agli sportelli bancari a chiedere in cambio delle banconote
il 'denaro sonante', o oro che dir si voglia, si hanno i famosi crack
finanziari durante i quali le banconote tornano ad essere ciò che realmente
sono: carta. Sull'onda poi della 'rivoluzione tenologica' assistiamo alla
evoluzione, in senso sempre più virtuale, del denaro: dalla banconota passiamo
ai titoli, alle azioni, alle obbligazioni, ai pegni, alle ipoteche, alle
polizze di assicurazione, ai fondi di previdenza, alle rateizzazioni. Il
denaro, separandosi dalla moneta, assume la forma del credito. Acquista quindi
un'esistenza del tutto autonoma, staccata dalle specifiche merci e, pur non
possedendo più alcun valore intrinseco, diventa a sua volta merce in quanto
denaro. Il che non è solo lucroso ma addirittura inevitabile: infatti tutte le
merci esistenti non sono più in grado di soddisfare la gigantesca massa di
denaro che si è venuta a creare. Nasce la Borsa, ove azioni, obbligazioni,
titoli di Stato, valute, Financial Futures, Derivati, swaps, hedges, knock-out
e chi più ne ha più ne metta partecipano a questo gioco cannibalico del denaro
che avidamente compra se stesso, un traffico in cui si compra e si vende ciò
che non esiste, o meglio si comprano e si vendono proiezioni mentali nel
futuro… i Futures appunto!
Si è
fatto strada il principio che non è ricco chi lavora, ma chi lavora col denaro.
Siamo al denaro finanziario: un percorso obbligato, perché il denaro
finanziario sta al denaro, per così dire, commerciale, come il missile atomico
alla pallottola. Inventata l'una non si può che arrivare all'altro. Dunque
questo il percorso durato tremila anni: Moneta - merce (buoi, riso, sale,
pelli, ecc.), moneta (coniata in metallo prezioso), moneta cartacea
(convertibile in oro o argento), banconota (non più convertibile in oro o
argento), moneta scritturale (assegni, depositi, partite di giro), moneta
elettronica (denaro formato da bit e byte, cioè da impulsi elettronici, plastic
card, smart-chip-card). Si spezza così l'ultimo legame fra denaro e materia, e
l'unico elemento frenante di una finanza completamente virtuale sono le
persone. Karl Marx ha scritto con profonda intuizione: 'Il materiale in cui si
esprime questo simbolo [il denaro] non è affatto indifferente, per quanto
diverso esso si presenti storicamente. Insieme al simbolo, lo sviluppo della
società elabora anche il materiale a essa sempre più corrispondente'. A un
denaro virtuale non può che corrispondere una società virtuale.
Il
Denaro come Fine e la Fine del Denaro
Il
denaro dunque non è mai stato così presente nella nostra esistenza come oggi
che, fisicamente, è assente. Impregna la nostra mentalità, modella le nostre coscienze,
determina i nostri stili di vita. Automobili, aerei, telefoni, telefonini, fax,
computer, nati allo scopo di risparmiare tempo, ci vedono in continuo affanno,
con gli occhi sempre rivolti all'orologio. Non abbiamo tempo di vivere il
presente perché ci è rubato dal futuro: questi sono i ritmi cui ci obbliga la
logica del denaro. La vita è tutto un soppesare, calcolare, misurare i costi e
i ricavi delle nostre e delle altrui azioni. Tutto è tradotto a valutato in
termini di denaro. Tutto è business. Anche le attività più spirituali e i
sentimenti più sacri sono misurati in denaro: dalla ricorrenza del giorno dei
morti ('un business da 100 miliardi') alla morte dei Vip (lady Diana) alla
malattia. Neppure la vecchiaia è più la vecchiaia ma il 'rischio vecchiaia'
(dal punto di vista assicurativo o della previdenza). Oggi il principio
fondamentale di ogni agire economico è la mancanza di scrupoli. Si ha prestigio
se si ha denaro, ma si ha denaro anche grazie al prestigio, perché è
quest'ultimo che oggi conferisce quella credibilità che una volta era riservata
all'onestà. Scrive G. Rimmel (5): 'L'indifferenza con cui si presta ad
ogni utilizzazione, l'infedeltà con cui si separa da ogni oggetto, perché non
era veramente legato a nessuno, l'oggettività, che esclude qualsiasi rapporto
affettivo e lo rende adatto ad essere un puro mezzo, tutto ciò determina
un'analogia fatale fra denaro e prostituzione'. E così, come il cane finisce
per assomigliare al suo padrone, assumendone tic e fisionomia, l'uomo d'oggi è come
il suo denaro: frenetico e vuoto. I due orgogli della società liberale uscita
dalla Rivoluzione industriale, il primato della politica e della democrazia, si
sono sottomessi alle leggi del mercato finanziario internazionale. E quindi i
governanti e le loro scelte dipendono dal denaro e dalle strutture che lo
governano (FMI, Banca Mondiale ecc.) (6).
Denaro e
benessere dell'uomo non hanno nulla da spartire, anzi sono su sponde opposte:
il cibo non va dove c'è la fame ma dove c'è il denaro che può comprarlo ai
prezzi più remunerativi, durante la guerra il denaro prospera ma la gente sta
male, la ricchezza aumenta e la popolazione impoverisce. Sembra che ci sia
qualcosa che non quadri: e invece quadra tutto benissimo, dato che il valore è
il denaro e niente altro. Gli uomini sono valutati in base a ciò che guadagnano
e le disuguaglianze, da quando ha preso piede l'economia monetaria, non hanno
fatto che aumentare. I valori che distinguono la società moderna da tutte le
altre si rifanno al primato della visione economica, secondo la quale in un
mondo di oggetti non possedere significa non esistere. Insomma da un lato il
sistema, usando il denaro come specchietto per le allodole, spinge una parte
degli uomini a lavorare freneticamente e sempre di più, dall'altro impedisce di
lavorare a chi ne ha bisogno. La capacità del denaro di crescere come un tumore
sul corpo che gli ha dato vita sino ad invaderlo completamente, soffocarlo e
distruggerlo, deriva dalla sua natura squisitamente tautologica, dalla sua attitudine
ad autolimentarsi, diventando così un fine, un fine ultimo, un fine che non ha
altri fini al di fuori di se stesso. E poiché il denaro è un sacco vuoto, un
puro Nulla, il suo fine non ha mai fine, si pone in un futuro irraggiungibile,
trascinando con sé, in questa corsa verso il niente, l'uomo. Questa natura è
particolarmente evidente nel meccanismo finanziario, del denaro che compra
denaro. Scrive Bazelon7: 'Il denaro finanziario non è denaro da spendere. Con
esso non si compra mai nulla; serve a guadagnare altro denaro. E quando poi si
è in pieno movimento, non si compra nulla nemmeno col denaro guadagnato sul
denato adoperato per guadagnarlo, e così via.'
Così
funziona anche il circuito creditizio internazionale: crediti enormi, ormai
inesigibili, vengono pagati sempre più spesso aprendo altre linee di credito al
debitore. Cioè il creditore paga il debitore perché lo paghi. Soddisfa la
promessa di pagamento di cui è detentore con un'altra (vedi gli Stati Uniti con
l'Europa dopo la prima guerra mondiale ed oggi con l'Est asiatico, o il Messico
ed il Terzo Mondo con i paesi industrializzati). Così funziona l'attività
industriale e commerciale: non si producono o vendono cose utili a chi non le
ha, si produce per ottenere valore di scambio e cioè denaro, si deve produrre
per produrre (per questo, nonostante esista una tecnologia in grado di produrre
materiali quasi indistruttibili, i prodotti hanno una resistenza e un'esistenza
sempre più breve). Così funziona il sistema di creazione di nuovi bisogni da soddisfare
con nuovi beni (l'offerta che crea la domanda). La produzione non serve più per
la soddisfazione di un bisogno ma per accaparrare denaro in funzione del
denaro. A questo punto della storia dell'uomo il denaro è diventato la sostanza
materiale dell'esistenza, è diventato la 'vera comunità'. È diventato tutto.
E i
risparmiatori sono i fessi storici di questa vicenda, quelli che, avendone
poco, finanziano strutturalmente quelli che ne maneggiano molto, quelli che
risparmiano perché temono (causa la disoccupazione e l'abbassamento dei salari)
per il futuro. Non hanno capito che a essere diventato precario non è il
futuro, ma il denaro.
* Questo
comunicato è interamente costruito usando liberamente, come in un 'puzzle' che
in 4 pagine cerca di riassumerne 300, brani di uno splendido libro di Massimo
Fini dal titolo appunto "Il denaro 'sterco del demonio' - storia di
un'affascinante scommessa sul nulla", Marsilio Editori, Venezia 1998, pp.
289, £. 29.000.
NOTE:
(1) E qui
si gioca il paradosso dell'avaro. L'avaro è colui che meno ha capito la
funzione del denaro. Perché trattenendolo con sé all'infinito non lo usa come
denaro. D'altro canto, e all'opposto, l'avaro è forse colui che ne ha penetrato
più profondamente l'essenza squisitamente spirituale. L'avaro ritiene il denaro
e trova in ciò il suo godimento. Egli fa di questo mero mezzo un puro
fine.Contemplando il denaro l'avaro raggiunge il suo piacere, non ha bisogno
d'altro, così come nel Paradiso di Dante i Beati raggiungono l'estasi nella
contemplazione di Dio;
(2) E per
me pagherete al latore della presente…'. La lettera di cambio nasce
dall'esigenza di trasferire denaro in luoghi lontani senza doverlo trasportare
materialmente. Siamo nel 1300;
(3) Teorico
del pensiero economico della prima metà del 1.800: la sua tesi di base,
partendo dall'esperienza inglese, è che l'incremento della produzione ottenuto
attraverso l'introduzione delle macchine ha portato al paradossale risultato di
un aumento della produzione e di una diminuzione del benessere. Sismondi, che
Andromeda non si stanca di citare da quindici anni, è naturalmente ignorato
dagli economisti contemporanei;
(4) vedi al
proposito il Comunicato Andromeda N. 33/95 dal titolo "Sopra la banca
l'usuraio campa, sotto la banca la gente crepa";
(5) G.
Simmel: Filosofia del denaro, Utet 1984;
(6) vedi al
proposito i Comunicati Andromeda N. 5, 14, 18, 30, 31, 32, 33, 36/95, 42/96,
46/97, 69 e 70/99 su 'inflazione, debito pubblico e internazionale, pensioni,
FMI;
(7) D.T.
Bazelon, "L'economia di carta", ed. di Comunità, 1964
L’Origine
Del Debito.
La
storia
Nel
1949, Il presidente USA Harry Truman lancia il Development Act che “mirava a
mettere in grado milioni di persone nelle aree sottosviluppate di elevarsi dal
livello del colonialismo e di raggiungere le capacità di provvedere a se stessi
e di creare prosperità”. Ma l’Act divide il mondo in due sulla base
dell’economia (paesi industrializzati ricchi e paesi “sottosviluppati” poveri);
spinge i paesi poveri a dimenticare le loro culture di sobrietà e a chiedere
prestitii per lo sviluppo (per creare delle infrastrutture industriali…
vantaggiose alle multinazionali…).
Nel
1973, le multinazionali del petrolio (le 7 sorelle) convincono gli Stati Uniti,
allora in deficit, ad aumentare il prezzo del petrolio, quadruplicandolo in
pochi mesi. I paesi del sud, con scarse o nulle risorse petrolifere – come
India e Brasile – cominciano ad indebitarsi. Col secondo shock petrolifero (nel
’79) paesi produttori di petrolio, USA e compagnie petrolifere ammassano molto
denaro liquido che, nelle banche, crea eccesso di liquidità. Occorre trovare il
modo di smaltire questo capitale con grossi prestiti, anzi farlo fruttare.
Premettiamo che, una Banca Centrale, quando fa un prestito pubblico, impone un
tasso d’interesse per l’uso del capitale, e, se si ricorre a banche private
(quando la Banca Centrale nega il prestito), il tasso di interesse è fino a
quattro volte più alto.
Beh, nel
1970, il 98% dei prestiti erano pubblici, mentre alla fine degli anni ’70 erano
soltanto il 30%, e i creditori privati imponevano servizi del debito (tassi
d’interesse più spese a carico del creditore) incontrollati. Inoltre il Nord
abbassa unilateralmente i prezzi delle materie prime e dei prodotti che il Sud
esporta.
Il
deficit USA e il sistema dei cambi flessibili.
“La crescita del deficit statunitense, dovuto
alla guerra nel Wietnam, e l’enorme quantità di dollari depositati presso le
banche all’estero avevano svalutato la moneta statunitense. Perciò, nel 1971,
Nixon decide, senza preavviso, di mettere fine al cambio fisso dollaro-oro. Dal
1977 al ’79, il dollaro entrò in una nuova fase di instabilità e deprezzamento
del 15%. Per combattere l’inflazione, il governo USA decise una riduzione delle
tasse interne e adottò politiche protezionistiche in difesa della propria
produzione. Ciò portò in breve tempo ad una rivalutazione del dollaro che, a
metà anni ’80, accrebbe il suo valore dell’80%”.
I tassi
di interesse.
“La seconda crisi petrolifera del 1979 e la
necessità di un risanamento delle proprie bilance dei pagamenti, portò
all’adozione di politiche di controllo dell’inflazione da parte dei Paesi più
ricchi con un forte rafforzamento del dollaro (una contromisura detta
Volker-shock, dal nome del segretario del Tesoro statunitense, Volker) e una
lievitazione dei tassi – flessibili – di interesse sui prestiti ai paesi in via
di sviluppo, che crebbero in termini reali tra il 1978 e il 1985 di oltre il
20% (e in alcuni casi oltre il 30%)”. (Giorgio Beretta)
Il
commercio inequo: il prezzo delle materie prime.
“Ha
inizio un circolo perverso: i Paesi indebitati devono rifondere i debiti con
valuta pregiata (dollari), ma il presso delle loro materie prime è
costantemente in calo sui mercati internazionali. Così i Paesi indebitati si
trovano due volte sfruttati. I Paesi dell’Africa subsahariana spendono 4 volte
di più per pagare debiti a nazioni ricche di quanto possano spendere per gli
interventi sanitari a favore delle proprie popolazioni”. (Paolo Giaretta)
Uso Dei
Prestiti E Circolo Vizioso.
Sul cattivo
uso, possiamo cominciare con i progetti “non sostenibili”, stimati al 20%: vie
di trasporto non complete, dighe i cui bacini si riempiono di fanghi, ospedali
le cui attrezzature non sono in funzione per mancanza di elettricità… Più grave
è la fuga illecita di capitali (favorita dalla deregolamentazione imposta dal
Fondo Monetario Internazionale, FMI) che riguarda il 50% dei redditi (80% nel
caso delle Filippine). C’è poi il saccheggio di risorse: Mobutu (asceso al
potere con l’appoggio di Stati Uniti & C.) organizzava il contrabbando di
pietre preziose, cobalto, uranio, caffè, avorio… La corruzione e le tangenti
assorbono più del 20% del totale dei debiti e raggiungono i “paradisi fiscali”:
la corruzione è diventata “strategia” di politica estera. Le spese in armamenti
sono responsabili del 20% del debito estero (75% delle armi vendute dal Nord al
Sud sono pagate con prestiti concessi da banche commerciali a condizioni
analoghe a quelle dei prestiti).
Ma
occorre aggiungere l’aggravante delle esportazioni dei profitti: le
multinazionali esportano i profitti realizzati al Sud e fanno pagare brevetti e
licenze. Conseguenza: oltre 80 paesi hanno oggi redditi pro capite più bassi
che dieci anni fa. Ogni famiglia africana consuma 20% meno di 25 anni fa. E le
prospettive per i prossimi anni restano negative.
Il
segreto del capitale (Maurizio Blondet - “Schiavi
delle banche” – www.effedieffe.com)
Avete
accumulato un piccolo o grande risparmio: 50 mila euro, 100 mila. Anche 500
mila, se siete un dentista o un bottegaio. La propaganda del capitalismo
terminale vi invita, anzi vi spinge, vi obbliga a farlo fruttare: nel futuro,
vi dice la sirena seduttrice, vi ritroverete con una bella somma, ben
accresciuta, che renderà serena la vostra vecchiaia. Voi, perciò, affidate i
vostri risparmi a un fondo d'investimento, a un fondo pensione. Se i risparmi
sono alti, a una società di gestione dei patrimoni. Ogni fondo ha un gestore:
un esperto, uno che sa - diversamente da voi - come far fruttare i vostri
soldi. Li impiega in azioni e obbligazioni, da esperto qual è: i titoli più
lucrosi, nel mix più sapiente. La realtà è un po' diversa. La prima cosa che
fa' il gestore, appena ricevuti i vostri soldi, è: comprarsi la Mercedes più
grossa sul mercato, aggiungervi una Porsche per i suoi week-end, accaparrarsi
un attico di lusso. Per vivere da ricco. La Mercedes nuova del gestore dovrebbe
suscitare qualche sospetto. Si sta occupando davvero di far diventare ricchi
noi? La Mercedes l'ha comprata coi soldi nostri; fossero stati suoi, magari,
avrebbe scelto un modello più economico. Speriamo almeno che accresca il nostro
risparmio, il nostro modesto capitale. In realtà, i gestori dei fondi, in
media, non riescono quasi mai a battere l'indice. Lo hanno provato studi seri
(1): perdono soldi più o meno come avreste fatto voi, se aveste giocato in
Borsa personalmente.
Almeno
vi sareste rovinati da soli, senza pagare commissioni. Perché questo è il
punto: perda o vinca, per il gestore è lo stesso. Lui, guadagna sempre: si fa
pagare per gestire i vostri risparmi. In anticipo. Grasse commissioni. Il
capitale, del resto, mica è suo: è vostro. Suo è il lucro. Ancor peggio, se vi
consigliano di mettere i soldi in azioni. Dicono in America: sulla porta di
Wall Street (la Borsa) c'è una scritta: Caveat Emptor, stia attento il
compratore. Ma questa scritta la vedono solo gli esperti, gli speculatori
professionali. E, loro, non hanno nessun interesse ad aprirvi gli occhi, perché
la vediate anche voi. Anzitutto, non vi avvertono che la Borsa è come la caccia
alla volpe: un gioco per grandi abbienti. Anche negli Stati Uniti, dove tutti
hanno qualcosa in azioni, il 10 per cento delle famiglie detiene l'86 per cento
dei titoli. Uno degli scopi primari (e il meno confessato) della Borsa è di
fabbricare capital gains (profitti sul capitale) per consentire ai miliardari
di evitare le tasse: il prelievo fiscale sui redditi di lavoro è
aggressivamente progressivo, sui capital gains o è zero, o è a percentuale
piatta (non aumenta col reddito). Ma la Borsa serve anche per fabbricare
perdite, in modo da compensare profitti: sempre per consentire ai signori di
sfuggire al fisco. Tuttavia, la Borsa ha bisogno dei piccoli risparmiatori.
Altrimenti, essendo un gioco a somma zero (2), chi potrebbero spogliare i professionisti
dell'azzardo? Da qui l'invito generale, nei tempi del capitalismo ultimo, a
diventare tutti azionisti. Lo chiamano capitalismo democratico: senza dire che
esso presenta per il padronato alcuni vantaggi collaterali. Per esempio, se
un'azienda paga i suoi lavoratori, in parte, con proprie azioni (come avviene
in Usa, e si vorrebbe cominciare a fare in Europa), su quell'emolumento non
deve sborsare i contributi previdenziali. Cercano di stimolare persino il
vostro patriottismo: mettendo i risparmi in Borsa, finanziate le aziende
italiane (non è vero: le imprese si finanziano sul mercato dei titoli solo in
percentuale marginale; per lo più s'indebitano con le banche, emettono bond od
obbligazioni, o presso merchant bank).
Sempre
più seducente, si ripete l'urgente invito a investire i risparmi nei fondi,
anche per assicurarsi la pensione: tra vent'anni, il vostro pacchetto di azioni
avrà preso un bel valore, e potrete cominciare a realizzarlo. E' una frode (3):
le azioni, fra vent'anni, saranno quasi sicuramente ribassate. Per il solo
fatto che allora ci saranno meno italiani di oggi, e quindi la domanda di
azioni sarà più debole. Negli anni '70, un analista americano di nome Gelvin
Stevenson provò a confrontare le performances borsistiche secondo le varie
classi di reddito: scoprì che chi ha redditi alti vince, e chi ha redditi
bassi, tendenzialmente, perde. E che perde tanto più, quanto più il suo reddito
è basso. Fino a pochi anni fa, gli agenti di Borsa - mediatori necessari, se
volete acquistare azioni - erano una casta chiusa, un monopolio. Questi
sacerdoti del mercato e del rischio, stranamente, si erano protetti da ogni
rischio, e dalla concorrenza sui prezzi. Si facevano pagare in commissioni
fisse. Ancor oggi, che vincano o perdano (coi soldi vostri), ha poca
importanza: loro incassano per ogni transazione che operano a vostro nome. A
volte comprano e acquistano coi soldi vostri, solo per accrescere il loro
onorario. Diversi anni fa, a New York, un povero risparmiatore di nome Guy R.
Pierce affidò il suo modesto gruzzolo, 3 mila dollari, agli agenti Richard,
Ellis & Co. Nel giro di un mese, Pierce ritrovò il proprio patrimonio
ridotto a 110,98 dollari in liquidità e 50 dollari in azioni. Come scoprì il
giudice a cui il malcapitato si rivolse, il suo agente era giunto ad operare
sul conto del cliente, in un mese, "fino a 15 acquisti di un solo titolo
per complessivi 31 mila dollari, e altrettante vendite di quel solo titolo per
oltre 26 mila dollari. In un caso il broker vendette allo scoperto un titolo
per ricomprarlo lo stesso giorno, perdendo in entrambe le transazioni".
Per questa splendida performance, la Richard, Ellis & Co. addebitò a Pierce
commissioni per 1022 dollari.
Il
capitalismo terminale, finanziario, come tende a retribuire il minimo possibile
il lavoro, così tende a non retribuire il risparmio. In ogni caso, la sua
vittima predestinata è il lavoratore-produttore, colpito da due parti: da
salariato, e da risparmiatore. Il risparmio è una sciagura, di questi tempi.
Come Pinocchio, incauto, mostra al Gatto e alla Volpe i suoi zecchini d'oro,
così accade a voi risparmiatori quando mettete il denaro risparmiato in banca.
In tal modo, il Gatto e la Volpe sono al corrente di quanto avete. Da quel
momento, hanno un solo pensiero: portarvi via i soldi. Già il bancario allo
sportello, ben istruito, vi fa' notare che tenete cifre troppo grosse sul conto
corrente, che non rende niente (ma non è la banca a fare in modo che non renda
niente?). Mettetelo nei nostri fondi, il vostro capitale. Che rendono il 3, il
5. Detratte, come ovvio, spese e commissioni. A Pinocchio, il Gatto e la Volpe
parlarono di un favoloso orto, dove gli zecchini, seminati, avrebbero generato
alberi di zecchini, con frutti d'oro. Voi risparmiatori venite convinti, né più
né meno di Pinocchio, che quel campo dei miracoli esiste. E dove sia, lo sa
solo il gestore. Invece, se proprio le cose vanno bene - se la Borsa sale, una
situazione in cui anche gli inesperti guadagnano - il gestore sì farà fruttare
il vostro risparmio il 7, anche il 18 per cento; ma a voi, fateci caso, sarà
attribuito il 4, o il 14 per cento. Il resto, arricchisce i gestori. Se le cose
vanno male in Borsa e il gestore (come sareste capace di fare anche voi) perde,
il danno è tutto vostro. Non rivedrete più il vostro capitale. Ve ne daranno
due o tre motivi. Primo: "non le conviene uscire adesso". Secondo:
"il suo capitale, in questo momento, non è liquido" (i titoli non
sono realmente liquidi, ossia vendibili in tempi di crisi, di calo rapido dei
corsi: nessuno li compra). Fino al terminale argomento: "il suo capitale è
perduto. Non sapeva di averlo impiegato in un investimento a rischio?".
E' il
metodo del Gatto e della Volpe. Il vostro capitale, per loro, è un fastidioso
passivo: perché devono pagarvi qualcosa, un interesse, un frutto, sborsandolo
di tasca loro. L'attivo, per loro, non è il vostro capitale, sono i frutti che
loro possono introitare, moltiplicati, dal vostro risparmio. Quelli, se li
tengono loro quanti più possono. Ma allora che fare? Lasciare i soldi in banca,
su conto corrente che non rende niente? Perché almeno sono liquidi, cioè li
potete ritirare in ogni momento? Ah, poveri imperdonabili Pinocchi: voi
ignorate tutto della banca, ignorate i trucchi del credito, ignorate gli
impegni che avete assunto quando avete messo i soldi in banca. E' appunto sulla
vostra ignoranza che ingrassano i finanzieri, gli speculatori, i banchieri. Il
trucco comincia lì, proprio nella banca. La banca vi fa' credere che presta il
vostro denaro ad attività produttive. Se avete messo 100 mila euro in deposito,
essa presta - vi fa' credere - i 100 mila euro a un imprenditore che chiede un
fido. Così spiega la forbice fra il tasso passivo che paga a voi - l'1 per
cento d'interesse, che con l'addebito delle spese diventa lo 0 per cento, o
addirittura un interesse negativo (e voi già ci perdete, per il solo fatto di
aver affidato i soldi alla banca) - e il tasso attivo che fa' pagare
all'imprenditore, indebitandolo: il 7 per cento, magari il 12 o più. Voi
credete che questo sia il lucro della banca: 7 meno 1, 12 meno uno. In
percentuale su quei 100 mila euro, fa' un guadagno di 7mila o 12mila. Un po'
eccessivo, ma insomma la banca corre dei rischi: l'imprenditore può diventare
insolvente, la banca ha delle spese. Il lucro è legittimo. Così credete voi. Ma
la banca, sul vostro deposito, in realtà lucra non il 7 ma il 28%, non il 12 ma
il 48%. La banca ha davvero scoperto il campo moltiplicatore degli zecchini;
solo, non ve ne fa partecipi. A voi, riconosce solo l'1 per cento.
Come
avviene? Dov'è il trucco?
Il
trucco è: quando voi depositate in banca 100 euro, la banca può creare fra i 10
e i 20 prestiti da 100 euro ciascuno: ossia "crea" moneta per mille o
duemila euro. Nei paradisi fiscali, dove non si richiedono riserve obbligatorie,
anche di più, fino a 10 mila euro. E su tutto quel denaro inventato e dato a
prestito la banca lucra gli interessi. Ma come fa' la banca, obietta Pinocchio,
a prestare denaro che non ha in cassa? Può perché sa che i depositanti non
ritireranno tutti insieme la totalità dei loro depositi, né i debitori
realizzeranno di colpo i loro fidi (4). Lo faranno a poco a poco, secondo
necessità; lo faranno per lo più emettendo assegni, non ritirando contanti.
Basterà il flusso di cassa (il debitore paga gli interessi con denaro vero) per
consentire alla banca di pagare contanti ai depositanti, relativamente pochi,
che chiedono soldi veri. Per mantenere il pubblico nell'illusione che la banca
è solvente, che i soldi li ha (5). Ma quei soldi, non sono altro che scritture
contabili. Tra l'85 e il 95 per cento del denaro circolante è creato dalle
banche. Attraverso l'apertura di credito. Moneta-credito. Moneta scritturale,
come si dice nel gergo della banca. O anche, in America: moneta creata
dall'aria, fiat money. O come dice Maurice Allais, l'unico economista Nobel
affidabile: moneta creata ex nihilo (6). "Ex nihilo": può essere più
chiaro? Ezra Pound, che aveva compreso il trucco, ne era diventato quasi pazzo
nello sforzo di avvertirne il pubblico, di gridarlo in versi ruggenti, di
svegliare Pinocchio, l'ingannato, dalla sua auto-illusione. Citava di continuo
la definizione che l'Enciclopedia Britannica, monumento del pensiero
politicamente corretto, dava della banca: "la banca lucra gli interessi
dal denaro che crea dal nulla". (7) Ogni banca, avendo in cassa depositi
per cento euro, paga per quel deposito l'1 per cento; poi ne presta almeno 400
al 7 per cento, lucrando 28 euro di interessi.
Si può
essere più chiari di così?
Ma
Pinocchio continua a dormire: noi, voi. Pound sapeva anche questo, e citava una
frase che il primo lord Rotschild avrebbe pronunciato nel 1861:
"pochissimi capiranno il sistema, e quelli che lo capiranno saranno
occupati a far soldi. Il pubblico probabilmente non capirà che è contro il suo
interesse". E' così. Talora, in certi momenti roventi della storia
economica, specie in Usa, le banche hanno creato denaro dal nulla in
percentuali enormi, senza il più flebile rapporto coi depositi di cui avevano
l'affidamento. In quei rari momenti, tragici crack che rovinavano milioni di
uomini e donne, il loro bluff è stato rivelato: troppi depositanti si sono
precipitati allo sportello per riprendersi i soldi, e si è visto che la banca,
quei soldi, non li aveva. Ma da tempo hanno imparato la quota di espansione
della moneta falsa che non inquieta i gabbati risparmiatori. Nei paesi europei,
questa quota è fra quattro e sei volte i depositi. Da noi per esempio, con una
riserva obbligatoria del 15%, le banche possono, su depositi ammontanti a 2
milioni di euro, fare crediti per 11.333.333 milioni: quasi il sestuplo. E
sulla differenza, 9.333.333, la banca estrae gli interessi. E' denaro falso. E'
denaro vuoto. Ma il denaro, anche falso, comanda il lavoro: l'imprenditore che
ha ottenuto un fido fa' sgobbare gli operai e funzionare i macchinari, per
guadagnare tanto da restituire i ratei del capitale con gli interessi. Così il
denaro vuoto si riempie con la vera fonte della ricchezza, che è il lavoro e il
sudore degli uomini.
Ma così,
la banca preleva continuamente un tributo occulto su tutte le attività
produttive dell'uomo. Ogni lavoratore, ogni imprenditore, è suo schiavo. Basta
che la banca espanda il credito (crei pseudo-capitale) e vedrete i lavoratori
accelerare il ritmo, sudare e affannarsi come burattini impazziti per pagare
gli interessi sul debito, su quel denaro falso; basta che restringa il credito,
e i lavoratori saranno licenziati a migliaia. Anche se noi, personalmente, non
prendiamo a prestito denaro dalle banche, tuttavia paghiamo degli interessi,
senza saperlo, come consumatori. Infatti ogni prezzo che paghiamo, ogni merce o
servizio che compriamo, contiene un certo ammontare di interessi. Margrit
Kennedy, una economista del centro-studi Hermann Institut Deutschland, ha
provato a determinare la quota d'interessi che paghiamo (alle banche) per
alcuni servizi pubblici in Germania. Per la raccolta dei rifiuti (un'attività
che impiega poche macchine e molta manodopera), tale quota è il 12% del prezzo.
Per l'acqua potabile, il 38%. Per l'edilizia popolare, il 77%. In media, su
tutti i beni e i servizi, paghiamo il 50% di interessi. Nei tempi medievali, i
sudditi pagavano al signore feudale, o alla Chiesa, "la decima",
ossia solo il 10% dei loro introiti. Oggi paghiamo cinque volte la decima ai
prestatori di capitale. Il feudalesimo non è tramontato; s'é rafforzato, sotto
altra forma. La sola salvezza sarebbe non stare al gioco. Ridurre
l'indebitamento delle famiglie e delle industrie, e degli Stati. Ma le banche
non lo consentono: esse vogliono indebitare il mondo, perché il mondo lavori
per esse.
Ecco
perché Ezra Pound scrisse quella frase strana, per avvertirci: "un popolo
che non s'indebita fa' rabbia agli usurai". Perché sarebbe ben possibile
allo Stato emettere moneta libera da interessi, moneta liberatrice dalla
schiavitù delle banche e dalla necessità d lavorare per le banche. Ma questa
prerogativa è, in Europa, positivamente vietata dal Trattato di Maastricht,
nell'articolo 104. Perché le banche indebitano, in modo primario ed essenziale,
i governi. Gli Stati. Questi non possono stampare moneta; devono emettere Buoni
del Tesoro, titoli in cui riconoscono il loro debito, e consegnarli alla Banca
Centrale, che emette moneta per un valore pari ai titoli emessi. In tal modo,
anche sulla moneta della nazione la banca - perché la Banca Centrale è dovunque
proprietà privata delle banche - preleva un interesse, i frutti dei Buoni. Solo
pochi statisti hanno osato stampare moneta di Stato, non gravata da interessi.
Quei pochi, pochissimi, hanno provato sul loro corpo la rabbia degli usurai.
Nessuno di loro è morto tranquillo nel suo letto. Alla fine del 1862 Abramo
Lincoln ebbe bisogno di 449 milioni di dollari di allora per finanziare la
guerra di secessione, in pieno corso. Le banche si offrirono di creare quella
moneta con il solito metodo: ma chiesero il 30% d'interesse, per via dei rischi
della guerra che rendevano lo Stato debitore a rischio d'insolvenza. Lincoln
allora ricorse al potere che gli veniva dalla costituzione americana, articolo
1: sottopose al Congresso, che l'approvò, la proposte di emissione di banconote
di Stato (greenback), prestito che il popolo può fare a se stesso, senza pagare
gli interessi.
In piena
guerra, si videro l'agricoltura e l'industria nordiste tornare a fiorire. Il lavoro
umano, comandato da denaro abbondante, riempì quei biglietti di ricchezza
reale. Nel 1864 Lincoln si ricandidò alla presidenza, dichiarando pubblicamente
la sua intenzione di continuare ad emettere moneta di Stato, invece che
acquistarla ai banchieri di Londra.
Secondo
una tradizione difficile da controllare, il superbanchiere londinese sir
Goschen (ebreo) disse ai suoi pari: "se questa insana politica finanziaria
perdurasse, quel governo fornirà la propria moneta a costo zero. Non avrà alcun
debito. Avrà tutto il denaro necessario per i suoi commerci. Questo governo
dev'essere distrutto, o distruggerà ogni monarchia del mondo". Era
l'inizio del 1865. Il 14 aprile dello stesso anno, Lincoln cadeva sotto le
revolverate di un sicario. Era accaduto già ad Alexander Hamilton, il
segretario al Tesoro di George Washington, fondatore della banca nazionale
americana, emettitrice di banconote di Stato: fu ucciso in duello, non ancora
cinquantenne, da uno spadaccino professionale.
Sarebbe
accaduto anche a Hitler, colpevole di aver ridotto al minimo le transazioni
valutarie nei commerci internazionali, sostituendolo con un sistema di scambio
di merci fisiche.
Anche su
Ezra Pound, come sappiamo, calò la vendetta degli usurai. Egli aveva cercato di
proclamare al mondo il trucco del capitale: i soldati americani lo esposero in
una gabbia nella Pisa liberata. Poi, per 13 anni, fu recluso in manicomio. Il
più grande poeta americano. (di Maurizio Blondet)
Note
[1] J. Nikonoff, La comédie des fonds de pension, Parigi
1999.
[2] A
somma zero è ogni gioco in cui se uno dei giocatori guadagna, è perché altri
giocatori hanno perso la stessa cifra. La roulette, anzi ogni gioco d'azzardo,
è un gioco a somma zero. L'economia reale non è un gioco a somma zero persino
nel caso peggiore: quando io compro un televisore o un orologio potrò perderci
qualcosa (se lo pago più del dovuto), ma entro pur sempre in possesso di un
bene reale, che vale più di zero. Nei casi migliori, l'economia è un gioco in
cui, più o meno, tutti guadagnano. L'economia non è una torta da cui si
tagliano fette più sottili, quanti più sono gli invitati. L'economia è il
pasticciere capace di fare una torta più grande, quando ci sono più invitati.
[3] La
demografia lo predice ineluttabilmente: la generazione attualmente matura,
quella del baby boom, è molto numerosa. Affollando la Borsa, fa' rincarare le
azioni. In vecchiaia dovrà realizzare, ossia vendere le azioni che ha
acquistato oggi, in tempi di forte domanda; e le venderà alla prossima
generazione, che è molto meno numerosa (e meno ricca). Quindi ci sarà
un'offerta eccessiva di azioni, e una debole domanda. Bisognerà svendere le
azioni. Allora i gestori dei fondi, che dovevano garantirvi la vecchiaia, vi
diranno: "è la legge del mercato".
Cfr.
Bernard Maris, O la Borsa o la vita, Milano 2001, p. 70.
[4] Fu
la famiglia ebraica Del Banco, a Pisa, nel '200, a inventare il giroconto, la
girata sugli assegni e sui conti fra cambiavalute, la tecnica bancaria che
consente la moltiplicazione della moneta scritturale, la creazione dal nulla. I
Del Banco cambiarono poi nome nei secoli: in Germania si chiamarono Kassel, poi
von Warburg; emigrati in America, divennero i banchieri Warburg.
[5] Le
banche temono sommamente, infatti, la corsa dei depositanti agli sportelli, come
avviene in caso di crisi. Avvenne nel '29, è avvenuto nel 2000 in Argentina.
Allora si vede il bluff: i conti che il cliente crede liquidi, immediatamente
disponibili, non lo sono affatto. In Argentina, i depositanti hanno potuto
ritirare solo 100 dollari a settimana. Anche in Italia, chi chiede più di 2500
euro in contanti dal suo conto, deve dare un preavviso di tre giorni. Il
denaro, semplicemente, non c'è.
[6]
"Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex nihilo operata dal
sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In
concreto, i risultati sono gli stessi. La solo differenza è che sono diversi
coloro che ne traggono profitto" (Maurice Allais, La crise mondiale
aujourd'hui, Parigi 1991).
[7] Come
ha scritto uno che il trucco lo ha praticato: "solo a posteriori
l'osservazione del bilancio di ogni banca fa' apparire che essa ha trasformato
certi depositi in certi crediti. Mentre il processo fondamentale [del
funzionamento bancario] è esattamente inverso: le banche prese nel loro insieme
creano dei crediti, che solo in seguito alimentano con le masse monetarie e
semi-monetarie [col flusso degli interessi lucrati sul denaro ex nihilo]".
Il sincero esperto in questione è Jean-Yves Haberer, ispettore alle finanze del
governo francese, segretario di Stato (1986-88), e presidente esecutivo del
Crédit Lyonnais (Haberer, Monnaie et politique, Parigi, 1996, p.240).
note
critiche di Luciano Orsini. Questo scritto (del 1° dicembre 2001) è stato
composto da Vittorio Soldaini, nuovo amico di Agenzia di notizie AFIMO, per
l'amico Ugo Malaguti, editore di Letteratura Fantasy, Casa Editrice Perseo di
Bologna, esperto al livello mondiale di questo genere letterario (cfr.
"Risonanze").
EURO:
Quello che non vogliono farci conoscere, che mai abbiamo pensato che così
potesse essere… e in fondo, in fondo: perché rischiare di stare meglio quando
possiamo scomodamente stare male?
L’introduzione dell’Euro è una preziosa occasione
per riflettere sull’essenza della moneta, di ogni e qualsivoglia moneta . Se ci
rendessimo conto di sapere niente sulla moneta, come minimo ci prenderemmo a
schiaffi e ci insulteremmo davanti allo specchio, per "fortuna", si
fa per dire, (purtroppo anche per fare) sappiamo nulla perché non ne abbiamo il
tempo, dobbiamo darci sotto con il lavoro, oltretutto si trascura la famiglia,
nessuno ne parla. Anche quando abbiamo due minuti di tempo libero, ma dico..:
potremmo forse infilarci in un tunnel buio, senza torcia (senza alcuna conoscenza)?
NO. Non è il caso, specialmente dopo una giornata "come quella di
oggi", quella di ieri era anche peggio, non parliamo, per carità, di cosa
dobbiamo fare domani, ribadisco: abbiamo forse ammazzato qualcuno? E poi? se ci
capisce nessuno, a partire da quelli che sono gli addetti ai lavori (saranno
mica "lavori…", ma per favore, e tric e trac e su e giù! .. Una volta
che hai i "due minuti", certe cose ti demoralizzano: puoi incappare
in notizie come, ah sì, questa la voglio riferire, ho ancora il ritaglio:
"La monetina rivela l’errore della fisica" (cfr. "Corriere della
Sera del 19.9.2001). Il matematico di Cambridge, H.K.Moffat ha formulato una
nuova teoria che mette a posto le cose. "Se si fa ruotare una monetina su
un tavolo, si vede che dopo alcuni secondi il moto rotatorio s’interrompe con
una specie di tremolio e prima di esaurire le sue rotazioni, in corrispondenza
del tremito finale, viene emesso un suono particolare di frequenza crescente,
dopodiché la moneta si adagia di lato. La meccanica risalente al 1700 non
permette di descrivere completamente il fenomeno". Infatti "è in
contrasto con l’esperienza, perché non spiega il finale della rotazione della
monetina". Questa "dovrebbe infatti ruotare all’infinito, mentre dopo
pochi secondi il suo moto s’interrompe bruscamente". Secondo il
matematico, la spiegazione classica "è palesemente sbagliata perché non
tiene conto degli attriti e delle viscosità dell’aria". Insomma se ci sono
voluti duecento, leggonsi, 200 anni, per formulare questa nuova teoria che
"mette a posto le cose" avendo scoperto l’attrito e la viscosità
dell’aria, figuriamoci cosa c’è ancora da scoprire su ben altri
"attriti" e "viscosità dell’aria" che tira sul dollaro ed
ora, la nuova moneta, l’euro, potrà girare senza problemi sul tavolo
dell’economia? I giochi son fatti? "rien va plus ?, vogliamo sapere quello
che nessuno ci dirà sull’Euro?
Non si
vede… L’EURO di cominciare
Motus in
fine velocior: in ogni anfratto della Penisola non c’è comune, piccolo o
grande, che non si dia da fare per far conoscere l’euro al colto ed
all’inclita; non si contano le iniziative, mai…finitive, di avvicinare gli
Italiani all’Euro. C’è di che scegliere: incontri, convegni, conferenze, balli
in piazza con Mister Euro, altrove si eleggono le Miss Euro (che s’ha da fà
pe’campà…), corsi per capire il computo degli arrotondamenti, come evitare gli
euro falsi, come riconoscere a colpo d’occhio la provenienza del centinaio di
eurobanconote ( totale di tutti i tipi di Euro-taglio che potranno circolare
liberamente all’interno di Eurolandia ), e… la chiamano Moneta Unica…
figurarsi! Dunque Eurolandia sta per mettere in circolazione le nuove banconote
ed ancora non sono pochi quelli che tuttora si chiedono, per quale ragione
qualcuno, come il Regno Unito, ancora non vuole far parte dell’area della
Moneta Unica pur essendo nell’Unione Europea e, a quanto pare, ci penserà
ancora più o meno un lustro al termine del quale si farà un referendum che
andrà a finire come quello danese e norvegese mentre l’Italia non ha avuto
dubbi, nemmeno il referendum: è convinta che avrebbe conosciuto un futuro
funesto se non avesse avuto la fissa dell’Euro; in tema di conflitto di
interesse, materia privilegiata delle mene politiche domestiche, la turrita
penisola non si permette però di chiedere se sia lecito che la Bank of England
faccia parte del capitale sociale della Banca Centrale Europea e di
conseguenza, nello stesso tempo che al mattino del giovedì, una volta ogni 15
giorni, assieme agli altri 11 governatori delle banche centrali nazionali
incontri, al 36° piano dell’Eurotower di Francoforte, il Direttorio della Banca
Centrale Europea, composto dal Presidente Duisenberg, dal Vice Noyer e di altri
quattro membri fra i quali l’italiano Tommaso Padoa-Schioppa, il governatore della
Bank of England possa, vedere e sentire, in anticipo e prendere parte a tutte
le decisioni che la Banca Centrale Europea prende in materia di politica
monetaria mentre resta ancorata alla sterlina come un granchio attaccato ad uno
scoglio levigato e inguantato di petrolio. Si può tranquillamente affermare che
in questo modo si configura la fattispecie di Insider Trader: se sulla bandiera
italiana secondo Leo Longanesi campeggia la scritta "tengo famiglia",
sull’inglese Union Jack ringhia minaccioso il motto reale: "Honny soit qui
mal y pense" al quale Andreotti maliziosa-mente risponderebbe che pensare
male è sì peccato, ma ci si prende!
Chi
lascia la moneta vecchia per la nuova sempre a quel punto si ritrova
Sappiamo che l’Euro, come del
resto tutte le monete del globo terracqueo, è una cartamoneta che non ha
riferimento alcuno con l’oro. E’ solo la convenzione ossia la sua accettazione
che da' valore alla moneta, che permette di scambiare beni e servizi.
Personali. Mai verificati convincimenti, ricamati con la fantasia piuttosto che
dalla conoscenza, ci portano ad accettare le monete perché pensiamo che
effettivamente abbiano valore; non ci sfiora l’idea che abbiano valore solo ed
in quanto le accettiamo. Inoltre, mai ci siamo chiesti di chi sia la proprietà
della moneta all’atto dell’emissione. Il 14 febbraio 1993 ne "il
Sole-Ore" si legge che in base al Trattato di Maastricht "Gli
esecutivi degli Stati membri non possono compiere atti di signoraggio:
appropriarsi cioè di risorse mediante l’emissione di quella forma di debito
inesigibile che è la moneta a corso legale". Gli "atti di signoraggio
" li compie la Banca Centrale Europea che sola ha il potere, come la
Federal Reserve e le altre banche centrali, di prestare moneta creandola dal nulla
( solo carta ed inchiostro ) e di addebitarla, al valore nominale totale, agli
Stati membri dell’Unione Europea. Nella comparsa di costituzione e risposta,
depositata il 30 settembre 1994, dagli avvocati della Banca d’Italia presso la
prima Sezione del Tribunale Civile di Roma, avverso l’esposto del Prof.
Giacinto Auriti strenuo sostenitore e teorico della sovranità popolare della
moneta, si legge: "Ebbene, alla stregua della puntuale disciplina della
funzione di emissione, i biglietti appena prodotti dall’officina fabbricazione
biglietti della Banca d’Italia costituiscono una semplice merce di proprietà
della Banca centrale che ne cura direttamente la stampa e ne assume le relative
spese (art, 4, comma 5, del T.U n. 204/1910).
Essi acquistano la loro funzione
e il valore di moneta solo nel momento, logicamente e cronologicamente
successivo, in cui la Banca d’Italia li immette nel mercato trasferendone la
relativa proprietà ai percettori" .Vorrei chiedere ai
"percettori" se mai si siano resi conto di cosa sia e da dove tragga
origine il debito pubblico ed in base a quale rapporto fra la Banca Centrale e
lo Stato come affermano i succitati avvocati: "la Banca d’Italia cede la
proprietà dei biglietti, i quali in tale momento, come circolante vengono
appostati al passivo delle scritture contabili dell’istituto di emissione,
acquistando in contropartita, o ricevendo in pegno, altri beni o valori
mobiliari (titoli, valute, ecc.) che vengono invece appostati all’attivo".
Insomma, l’istituto (come e da chi è stato "istituito") cede la
proprietà di biglietti di costo zero: solo carta ed inchiostro, fra l’altro i
fornitori di queste materie prime vengono pagati con i biglietti prodotti con
la carta e l’inchiostro che forniscono, quindi in pratica dire che la Banca
Centrale a fronte di banconote (ripeto: create a costo zero) "riceve"
da parte dello Stato, BOT, CCT, valori mobiliari, pari al totale del valore
facciale stampato dall’officina della Banca d’Italia (dicitura stampigliata
sulle banconote), non significa che la Banca Centrale cede la moneta in
proprietà in cambio dei titoli di Stato, in realtà "cede", nel senso
che presta i biglietti al valore facciale(1). Gli avvocati della Banca d’Italia
quando scrivono che questa se ne "assume le relative spese", cosa
pensano di dire: di grazia, a quali "spese" fanno riferimento? Si
possono forse chiamare spese, queste spese ? Oltretutto la banca centrale fissa
pure il tasso ufficiale di sconto, in arte TUS - diventato in BCE, Banca
Centrale Europea, tasso di riferimento - in sostanza stabilisce la misura
percentuale degli interessi che vuole dal prestito! Ma allora come si concilia
che contabilmente si dichiari debitrice perché sulla banconota scrive
"Lire tot pagabili a vista al portatore" però nello stesso tempo la
Banca centrale pretende gli interessi sul totale della moneta
"ceduta" allo Stato, per tutto il tempo che resta in circolazione? Da
"portatore" a "portatore" mi si dica, si conosce, a memoria
d’uomo, un solo "portatore" che sia stato pagato? La cosa raggelante
è che, riporto ancora quanto dichiarato allora dagli avvocati di Bankitalia:
"L’intera attività della Banca in questi campi è poi sottoposta alla
vigilanza del ministro del tesoro e di un’apposita commissione permanente di
cui fanno parte, fra l’altro, anche sei parlamentari (artt. 108 e ss. Del T.U.
n. 204/1910). Domanda: chi li conosce questi sei parlamentari? Ci sarà qualcuno
che vorrà rivelarlo? Non interessa l’appartenenza partitica, quella a volte
dura "l’espace d’un matin". Interessa sapere cosa vedono, cosa
sentono, come vigilano, a chi ne riferiscono, come sono eletti, nominati,
incaricati, quale mandato hanno ed a chi ne rispondono? A proposito si ha per
caso alcuna notizia circa una rappresentanza della Unione Europea in seno ad
un’auspicabile commissione permanente di vigilanza ? Non vorrei che avesse
ragione Edward Luttwak (cfr. "La Stampa" del 3 ottobre 2001) il quale
alla domanda "I responsabili della Banca centrale europea?"
"Taleban delle politiche monetarie", che " rispondono del loro
operato soltanto a Dio".(2) L’euro non conoscerà forse le stesse
"mene" della lira o di qualsiasi altra moneta in mano alle banche
centrali che, bontà loro, "ne assumono le relative spese" ….? Forse
lo Stato, nel caso dell’Euro, l’Unione Europea, non è in grado di accollarsi simili
"spese"?
Allora,
cambia veramente tutto?
La
moneta unica azzera tutte le monete nazionali dei Paesi che adottano l’Euro ed
ognuno si trova di fronte ad una moneta del tutto nuova, per via del taglio,
della grafica, delle dimensioni, ha un recto uguale per tutti mentre ogni Stato
membro personalizza l’altra faccia della banconota.. Comunque, alla fine della
fiera di tante pretese novità e differenze, l’Euro è sempre una moneta moneta
anch’essa a corso legale "forma di debito inesigibile" tale quale la lira..
Il SEBC, Sistema Europeo Banche Centrali, esattamente come prima hanno sempre
fatto le banche centrali, nei rispettivi Paesi dell’area Euro, in cambio del
"servizio" di indebitare EUROLANDIA, riceve dagli Stati membri titoli
di credito: EuroBot ed EuroCct che automaticamente instaurano l’Eurodebito
pubblico, gravato inoltre degli interessi (purtroppo questo debito è del tutto
esigibile…). In queste condizioni mai si riuscirà a venirne fuori dal debito
pubblico(3). Cosa cambia? ASSOLUTAMENTE NIENTE!, prima dell’Euro ogni Stato si
indebitava con la banca centrale operante nel proprio territorio (è bene dare
un’idea tangibile del costo del "servizio" ad esempio in Italia tale
servizio costa, a tutt’oggi 2 milioni 500 mila miliardi di lire, più o meno, pari
al debito pubblico) ora i Paesi eurizzati, tutti insieme appassionatamente, si
indebitano tutti con il Sistema Europeo Banche Centrali per il
"servizio" di stampare e "cedere" l’Euro a Eurolandia !. Il
"Changeover", nome d’arte del trapasso dalle monete nazionali
all’Euro, costerà, come hanno riportato tutte le testate in edicola, mai che
queste, al riguardo, facciano mai una minima riflessione come sta facendo
"Impresa e Credito"…, alla Banca d’Italia " la bolletta di 500
miliardi di lire, mentre per il Tesoro la spesa supererà i 1.000 miliardi e per
le banche 1.400 miliardi, si raggirano, cosa scrivo?: si aggirano invece
intorno ai 2.000 miliardi, i costi per la formazione del personale e
adeguamento delle attrezzature degli esercizi commerciali". Sono sicuro
che ormai si sia già capito che alla fine paga tutto
Pantalone/Cittadino/Consumatore, compreso la "bolletta della Banca
d’Italia". Un Onorevole al quale ho fatto presente queste stesse
considerazioni mi ha risposto che questo avviene anche negli altri Paesi. Sai
che consolazione! Di rimando gli ho fatto notare che in pratica era come dire
che l’AIDS non è una malattia perché ce l’hanno tutti! Fino a quando la carta
moneta emessa continuerà ad essere di proprietà della Banca Centrale, del SEBC,
della Federal Reserve, della Bank of England ecc., quindi addebitata con gli
interessi alle collettività che producono i beni ed i servizi che la moneta
solo ed unicamente misura essendo mezzo di scambio, penso che ci sia poco da
organizzare iniziative, per conoscere la moneta unica, se si cerca solo di
imparare tutto sull’Euro ed evitare accuratamente di capire cosa significhi ed
anche cosa sia "quella forma di debito inesigibile che è la moneta a corso
legale". A proposito, a differenza delle banconote della moritura lirazza,
sulla moneta unica la BCE non farà stampigliare la vana promessa in alcuna
lingua: "Pagabili a vista al portatore", prima di tutto perché l’Euro
è esclusivo frutto degli "atti di signoraggio" con i quali la BCE
può, al contrario degli Stati membri "appropriarsi di risorse" come,
quanto e quando vuole, in secundis perché siamo al "et de hoc satis":
una cifra, la traduzione del taglio nelle principali lingue europee, un disegno
uguale per tutti ed uno specifico proprio per fare contenti i singoli stati
membri, punto e basta... Non si riporterà nemmeno la scritta "officina
della Banca Centrale", della serie meno si scrive, meno sono i problemi!
Gli Stati membri, dire partners suona aziendale, dire soci, se non è zuppa à
pane bagnato, allora vada per "membri" (rende meglio l’idea…) però
sono riusciti ad imporsi ed hanno conservato, come prima, la servile facoltà di
indebitarsi e/o di svendere i beni della collettività, di tutti noi, e/o di
comprare (nazionalizzare) a carissimo prezzo, con i soldi di tutti per favorire
pochi, beni che valgono niente (es.: le centrali elettriche tipo SIP (Società
Idroelettrica Piemontese) che pagata a peso d’oro ebbe anche il monopolio del
telefono (la famosa Società per l’esercizio telefonico, che con la sigla SIP molti
si chiedevano che c’azzeccasse) consacrando così il ciclo vizioso
consociativista, instaurato da certa classe politica di concerto con il
capitalismo assistito che privatizza i profitti e socializza le perdite.
Pensare che all’epoca della nazionalizzazione, ancora teen-ager (come dire che
capivo nulla), questi capitalisti "piangevano" come vitelli, come da
copione (io sapevo nulla del copione..), e finii per temere che mi avrebbero
portato via la bicicletta … (4)
Di chi è
l’EURO all’atto dell’emissione?
All’onor
del vero non tutti i Comuni d’Italia sgomitano in tutti i modi per fare festa
all’Euro infatti vi è chi non partecipa a questa sorta di gara per conquistare
il primo posto di Comune EuroPierino anzi, si fa benemerito portatore di
proporre un’integrazione, a mio avviso sacrosanta, al Trattato di Maastricht.
Il Comune di Guardiagrele (CH) dopo aver sperimentato la prima local money
europea, il famoso SIMEC moneta - credito di proprietà del portatore, di cui il
6 ottobre 2000 si è occupato perfino il famoso "Wall Street Journal",
con deliberazione n. 72 del 18 settembre scorso, ha approvato un Ordine del
giorno, all’unanimità di voti palesemente espressi, che "AUSPICA che il
Governo si faccia promotore della proposta di integrare il Trattato di Maastricht
con una esplicita ed univoca normativa che riconosca, all’attio dell’emissione,
l’EURO DI PROPRIETA’ DEI POPOLI EUROPEI e non della Banca Centrale Europea;
CHIEDE che il Governo si adoperi nel senso sopra auspicato tanto più perché la
suddetta integrazione normativa è del tutto conforme e compatibile con le norme
del Trattato di Maastricht."(5) L’ordine del giorno prende le mosse dalla
formale diffida, notificata alla Banca Centrale Europea dal Prof. Giacinto
Auriti nella sua qualità di Segretario Generale del Sindacato Antiusura SAUS,
fondata dall’ accertata mancanza di precisa norma del Trattato che stabilisca
di chi sia la proprietà dell’Euro all’atto della sua emissione " e che
pertanto è impossibile individuare chi sia creditore e chi debitore nella fase
della circolazione."(6) Di conseguenza, si diffida "la Banca Centrale
ad astenersi da qualunque forma di emissione di Euro in quanto tale simbolo non
può assumere il valore di moneta legale perché carente della certezza del
diritto". Il Consiglio Comunale Guardiese infatti ritiene che "il
problema sollevato dal Prof. Auriti si impone all’attenzione degli Stati
europei perché di vitale importanza in quanto, nel caso in cui la Banca
centrale Europea emettesse l’Euro prestandolo, l’Europa rischia di essere
dilaniata dal debito come già succede per i popoli del terzo mondo; rilevato
perciò che una tale problematica non possa non essere meritevole di
considerazione dell’organo rappresentativo, in seno al Comune, di una comunità
locale facente parte di uno Stato aderente all’Unione Europea ."
Constatato infine "con rammarico e sconvolgente sorpresa che un argomento
di tale rilievo sia stato totalmente ignorato al livello di politica economica
governativa ed internazionale" il Consiglio Comunale ha auspicato e
chiesto quanto di cui sopra.
Duisenberg,
Governatore della BCE, accuratamente scapigliato per sembrare pieno di
pensieri, c’è da giurarci, farà spallucce, tanto ha in mano un Trattato che è
una cambiale in bianco firmata dagli esecutivi degli Stati membri dell’Unione.
Per fortuna il Prof. Auriti ha magistralmente individuato il buco nero del
Trattato perché non facendo menzione circa la proprietà della moneta evidenzia
una lacuna che rivela che la BCE non metteva neanche lontanamente in conto di
doversene preoccupare visto che gli Stati membri avevano gareggiato nel
sottoscrivere la loro totale abdicazione. Purtroppo per la Banca Centrale
Europea e fortunatamente per i popoli europei il Prof. Giacinto Auriti insigne
Maestro di Diritto ci ha additato il Governatore che, come il re nella famosa
favola, è nudo! Un sonoro plauso al Consiglio Comunale di Guardiagrele per il
servizio reso al Diritto ed alla verità! (Vittorio Soldaini 1° dicembre 2001)
Caro Ugo
a questo punto riproporrei, "paro-paro", come forbitamente dicono a
Roma, gli Artt. 105A e 107 del Trattato di Maastricht che abbiamo già
"additato" sulle pagine di "Impresa e Credito". Et de hoc satis!
Note
aggiunte (da Luciano Orsini 24/05/2002)
(1)
Bisognerebbe forse aggiungere che alla restituzione del debito, BOT, CCT,
valori mobiliari tornano allo Stato, mentre alla Banca Centrale vanno i soldi
dei cittadini che di fatto pagano il debito fatto dallo Stato per il welfare
più o meno decente. (Ritornerò dopo su questa affermazione).
(2)
Luttwak conferma soltanto l’ imprescindibilità delle teorie monetarie, prima di
Keynes e poi di Friedmann; ma questo è un problema diverso e ben più importante
dal punto di vista economico di quello che accade tra le Banche Centrali ed i
governi europei o l’UE. È in realtà il vero problema da affrontare con pensieri
nuovi, oltre le denunce.
Il vero
problema da risolvere è quindi riconoscere il reale valore del processo
economico e soprattutto il riconoscimento che ogni movimento monetario deve
essere rapportato al valore del denaro in funzione del processo economico per
quello che di fatto appare in esso come denaro valore e lavoro.
Ogni
previsione predittiva sull’andamento non deve portare a movimenti monetari
secondo formule prefissate da una dottrina economica. È la dottrina economica
la responsabile di quello che accade e che vorremmo modificare. In questo
scritto non si fa alcun cenno critico nei confronti delle teorie economiche e
forse non si ritiene che siano queste a causare il casino Bancario di cui parla
Soldaini. Lo Stato richiede (ovvero si fa prestare) alla Banca Centrale gli
anticipi di denaro per circostanze che non derivano quindi da una partita in
dare ed avere cioè secondo il bilancio reale tra entrate ed uscite fatte dal
ragioniere, ma derivano quasi esclusivamente da previsioni macroeconomiche. E’
chiaro quindi che si confondano le stesse origini del denaro e del giro
economico al quale è sottoposto. Questo significa che lo Stato si fa garante
presso la Banca Centrale per i propri prestiti bancari fornendo in pegno i
propri beni, in titoli od immobili o tramite ipoteche e s’impegna in seguito a
pagare per mezzo delle tasse. Il problema quindi è il modo d’intendere il fisco
che comporta le circostanze anomale per cui lo Stato fa pagare ai cittadini i
debiti contratti con la Banca Centrale. Senza dimenticare che lo Stato riceve i
propri benefici di signoraggio dai rapporti che contrae con la Banca Centrale,
la quale ha un patrimonio privato di fondazione e presta in genere non carta ed
inchiostro, ma soldi veri che stanno in deposito nei suoi forzieri. È da questi
ultimi che escono i soldi prestati allo Stato e non si tratta sempre di
prestiti con nuove emissioni che peraltro vengono fatte anche nei confronti
della Banche.
Il vero
problema è che la Banca Centrale sia messa nella condizione di non emettere
nuove monete se queste con corrispondono a titoli o monete tesaurizzate come
patrimonio della Banca Centrale. I fatti devono essere riferiti fino in fondo e
gli errori denunciati fino in fondo facendo emergere i fatti che potrebbero
correggere gli errori medesimi. Questo è un campo in cui anche coloro che sono
esperti o consapevoli possono perdere la tramontana dietro una distorsione che
tuttavia è un sintomo e non una causa di malattia. Quindi quello che denunciano
Auriti ed Soldaini, mi appaiono - fino a prova contraria - come verità non
dimostrate fino in fondo e comunque nella loro semplice enunciazione possono
essere tranquillamente superate - a mio parere, dalla fiscalità monetaria.
(3) Il
debito pubblico, comunque nasca è prodotto dalla politica che ritiene di dover
assistere i cittadini (welfare) prelevando soldi agli imprenditori ed ai
lavoratori in genere.
Il
debito pubblico proviene, anche se in maniera molto improvvida, da una sorta
d’anticipo fatto dallo Stato presso la Banca Centrale per le spese di welfare a
beneficio dei cittadini che poi dovranno pagarsi da soli con le tasse quello
che serve per il sostegno del welfare. Chi pensa che il welfare sia veramente
pagato dallo Stato da sempre, da quando esiste lo Stato? Semmai si può dire che
molti governi possono essere incapaci di amministrare uno Stato e quindi fanno
una cattiva politica e spendono male i soldi. Tutto questo è fin troppo
realistico tanto da aver portato Berlusconi a Palazzo Chigi.
Perché
allora ci si dovrebbe scandalizzare se lo Stato restituisce un prestito per i
cittadini con i soldi dei cittadini? Mi sembra un metodo sbagliato che
occorrerebbe correggere partendo dalle sue cause reali, senza demonizzare la
Banca Centrale che pure ha le sue gravi responsabilità. D’altro canto lo Stato,
qualora volesse provvedere al welfare con i propri mezzi, invece di chiedere
soldi alla Banca Centrale potrebbe vendere i propri patrimoni fino a ridursi in
mutande, vendendo anche il patrio suolo agli stranieri od anche ai suoi
cittadini come hanno fatto alcuni palestinesi dei territori occupati. Soltanto
così lo Stato potrebbe ricavare un vero e proprio capitale da investire per il
welfare, senza prestiti bancari e quindi senza debiti per i cittadini. Quindi a
me pare che dovremmo restare con i piedi per terra ed ammettere che tutte le
manovre monetarie altro non sono che effetti di un agire politico senza idee o
con errati pensieri economici.
(4)
Tutte queste satiriche o grottesche denuncie di una realtà sociale e politica
non dipendono dai rapporti tra Stato e Banche Centrali, ma dalle politiche
monetarie che non tengono conto del processo economico.
Quindi è
necessario arrivare ad una conduzione dei complessi movimenti monetari e quindi
della fiscalità corrispondente alla realtà del processo economico. Una moneta
appartiene soltanto a chi l’ha ricevuta in cambio di una merce venduta o di un
servizio. La Banca presta denaro, proprio o in deposito di clienti che ce
l’hanno messo, e per questo prestito esige restituzione ed interessi. Questo
procedimento di per sé non è malsano perché è sostenuto dal livello sociale
degli uomini che accettano di essere nati in un Paese senza possedere nulla,
mentre ciò è falso perché ad ogni cittadino dovrebbe appartenere (in denaro)
almeno una percentuale del terreno dello Stato sul quale è nato e questo noi lo
chiamiamo reddito di cittadinanza. Basta esaudire questo diritto per far
rientrare nell’alvo delle comuni transazioni del prestito e del credito ogni
atteggiamento bancario. È chiaro che, senza la medicina del reddito di
cittadinanza, può sembrare un grossa ingiustizia chiedere denaro in prestito ad
una Banca, la quale a sua volta farà il suo naturale percorso illusorio, che
tuttavia non è di per sé truffaldino. Truffaldino, comunque non del tutto
corretto, è invece prestare denaro virtuale, ovvero che non è in deposito nella
Banca, a chiunque appartenga, e che quindi ha valore zero, anzi carta +
inchiostro. Questo fenomeno va certamente controllato e contenuto, ma non è
alla radice del male bensì è un’opportunità concessa dal male ed il male è la
teoria monetaria e le formule econometriche.
(5) Il
denaro all’atto dell’emissione, secondo me, non appartiene al popolo e non si
può dire tout court che invece appartiene al popolo dal momento che tutto il
denaro in circolazione, nella sua essenzialità appartiene alla circolazione
economica dei beni prodotti. In realtà appartiene a tutti e nessuno e quando
entra nelle tasche di qualcuno il denaro deve rappresentare un’avvenuta
transazione di beni. In altre parole il denaro che è in qualche luogo, come
proprietà di alcuni o di moltissimi, ha un valore che appartiene all’intero
processo economico che non è di nessuno ma di tutti coloro che vi hanno
concorso, senza che per questo ne derivi anche il diritto di possederlo
materialmente. Si tratta di tener conto di un significato
"energetico" del denaro e non della sua natura oggettuale fisica e
tangibile. Quindi il denaro, si tratti di lire o di euro, non è del popolo sic
et simpliciter, senza neppure discutere i fatti, dal momento che questa
affermazione è falsa, perché al popolo appartiene realmente soltanto il denaro
che ha guadagnato con il lavoro o che ha ereditato e, per diritto
indiscutibile, il reddito di cittadinanza. Dovremmo considerare lo Stato come
un qualsiasi imprenditore che offre alla Banca Centrale un pegno in cambio di
moneta che rappresenta un prestito come per qualsiasi imprenditore e, come un
imprenditore, dovrà restituirlo con gli interessi previsti. Come ho detto lo
Stato può modificare questo costume e vendere per esempio i propri beni
immobiliari alla Banca Centrale in cambio ovviamente di denaro per il welfare.
In tal modo la funzione di protezione dello Stato sarebbe corretta e senza
produrre un debito, ma soltanto un decremento del suo capitale. In realtà
nessuno Stato è un reale benefattore del proprio Paese dal momento che
semplicemente anticipa ai cittadini, per mezzo del prestito bancario, i soldi
che gli servono per il welfare, ma che i cittadini stessi devono pagare in
seguito con le tasse. Ogni volta che si fa la legge finanziaria, ed accade ogni
anno, viene sancita questa realtà strutturale dello Stato: programmare
stanziamenti, prendere i soldi dalla Banca Centrale, effettuare alla meno
peggio o al meglio i programmi di welfare e poi restituire il prestito alla
Banca Centrale con i soldi del fisco, quindi dei cittadini. Quindi lo Stato
semplicemente media un rapporto debitore-creditore che vincola i cittadini alla
Banca Centrale. C’è da chiedersi se in questo iter esista un illecito e se sì
da cosa sia prodotto. Si dice che la moneta emessa appartiene ai cittadini. Non
è vero. Se questa moneta esprime un valore mercantile, ovvero di merci già
prodotte (o titoli di qualsiasi genere) ed in possesso della Banca, può essere
data in prestito per essere avviata ad ulteriore elaborazione nel processo
economico. Sebbene sia vero il fatto che sono i cittadini a dare il valore al
denaro con il loro lavoro relativo alle merci che hanno già prodotto, per questo
stesso motivo non possono essere definiti anche detentori del denaro appena
emesso, perché questa definizione non è vera. I cittadini sono bensì
responsabili del valore del denaro che è girato nel processo economico con la
loro attività, ma non del denaro che viene emesso e che deve ancora entrare nel
processo economico. È come se dicessi: dal momento che io posseggo la sedia che
mi sono costruito per questo stesso motivo mi appartengono tutte le sedie che
vedo in giro. Dal suo canto la Banca Centrale incorre o può incorrere
nell’illecito emettendo moneta sine materia o senza valore se non quello della
carta e dell’inchiostro, cioè senza valore corrispondente ad una merce e
pretendendo di darla in prestito con interessi. La Banca Centrale quando fa
questo è guidata dal pensiero economico della teoria monetaria, legale, da
tutti affermata e da nessuno criticata, neppure da chi critica il comportamento
della Banca Centrale, secondo la quale sarebbe necessario ampliare o diminuire
il quantum del denaro in circolo per pilotare il processo economico tra i due
respingenti astratti e meramente prevedibili della inflazione e della
deflazione. È sulla base di quest’imprecisione o predittività macroeconomia con
carattere di scienza e quindi indiscussa che la Banca Centrale si permette di
emettere nuova moneta senza valore ma che si pensa, secondo i calcoli degli
economisti, dovrà per forza acquistarne con il lavoro della gente nel momento
che di fatto entra in circolazione. A mio parere è ciò che deriva da questa
causa che manda in bestia Auriti ed il simpatico Soldaini, ma io mi chiedo
perché non si affronti fino in fondo questo argomento in direzione di questa
traccia invece di arenarsi su un sintomo concettuale ossessivamente ripetuto,
ovviamente con grande garbo e simpatia. Peccato che questo sintomo concettuale
non conduca ad altro che all’osservazione di un fatto (l’emissione monetaria),
senza osservare e discutere su quello che accade prima e quello che accade dopo
l’evento stesso. Il tapin roulant di questa faccenda e che secondo me ci
dobbiamo dire (sempre il "diciamo" di Fiorello) è dato dal fatto che
il denaro, invece di essere il testimone di tutto il processo economico, è
indotto da una teoria monetaria ad acquisire movimenti assurdi secondo un criterio
matematico formale o formulare.
È come
se il sangue circolante nelle nostre arterie fosse costantemente deviato dal
suo percorso verso una zona a caso dell’organismo dove si ritiene che sarà
necessario al termine di una corsa di dieci chilometri: ma nel frattempo il
malcapitato muore asfissiato.
(6)
Quando tutti noi siamo venuti a contatto con l’euro lo abbiamo
"scambiato" con le nostre lire; non mi sembra che si possa parlare di
posizione debitoria o creditizia.
Sopra
la Banca l’Usuraio campa, sotto la Banca il Cittadino crepa (ovverosia:
democrazia o usurocrazia?) (di Nereo Villa)
Che le
banche (IOR compreso) siano vissute dalla gente come le istituzioni legalizzate
dello strozzinaggio è una realtà incontrovertibile. E che la stessa istituzione
bancaria sia stata aspramente contestata da noti personaggi della destra e
della sinistra può essere ben riassunto dalle frasi di due famosi personaggi:
Ezdra Pound - "i politici non sono altro che i camerieri dei
banchieri"; Bertold Brecht - "che cos'è una rapina in banca a
confronto della fondazione di una banca?". Quanto segue è la spiegazione
sintetica della struttura, della funzione e quindi dell'essenza stessa dello
strumento monetario. Per quanto riguarda lo IOR (banca vaticana), si osservi la
storia del caso Marcinkus (Banco Ambrosiano) e di Calvi, le connessioni dello
IOR con la mafia americana e l'articolo 2266 del catechismo romano (premessa
teologica della "guerra giusta"), in cui viene giustificata la
"guerra giusta" e perfino la pena di morte. Per quanto riguarda
banche e multinazionali, occorre prendere coscienza che a partire dal
Millesettecento ad oggi si è realizzata una forma cancerogena di sovranità
monetaria internazionale e sovranazionale: l'oro, che dalla prima metà del 1900
aveva svolto la funzione di comune denominatore delle varie monete, non bastava
più a soddisfare la sempre più crescente necessità di liquidità. Lo strumento
capace di assolvere tale necessità fu ed è la sostituzione-truffa della moneta
nominale con la moneta merce: chi emette moneta se ne attribuisce
autoritativamente la proprietà pur non essendo proprietario di alcun valore
corrispondente alla moneta emessa. Tale modifica, procede attraverso i seguenti
passaggi del mondo occidentale, occultamente degenerativi di tutto il tessuto sociale:
- 1694: l'oro
viene trasformato in carta dalla banca d'Inghilterra, il cui fondatore William
Paterson, dichiara spregiudicatamente: "Il banco trae beneficio
dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla".
- 1773:
la truffa funzionò al punto che un secolo dopo si trasformò in cinismo, e nel
1773 Amschel Mayer Rothschild, il fondatore tedesco di tale impero finanziario
dichiarava addirittura: "La nostra politica è quella di fomentare le
guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in
conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette
in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti,
sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il
nostro potere".
- 1885: Marx
svela nel Capitale (Libro I, capitolo 24, paragrafo 6, Editori Riuniti, Roma
1974, pp. 817-818) i tratti truffaldini del meccanismo su cui stavano crescendo
le banche centrali ("Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di
denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che
si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di
anticipare loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura
più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui
pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La
Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per
cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a battere moneta con
lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di
banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata
dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva
prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito
pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito
di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua
della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato"), ma questo punto
rimane inascoltato dai comunisti stessi. Oggi, le parti sociali non hanno
ancora compreso che la riduzione del potere d'acquisto dei salari non è
imputabile ai datori di lavoro o ai governi, ma alle banche centrali, perché
solo esse hanno il potere di determinare arbitrariamente spinte
inflazionistiche o deflazionistiche, costringendo gli imprenditori o a cessare
le attività produttive o ad accettare la flessibilità, adeguando costi e prezzi
alle oscillazioni dei valori monetari che guidano la stessa globalizzazione dei
mercati. In tal modo il principio cardine del regime contrattuale: "Il
contratto ha la forza di legge tra le parti" è rovesciato nel nuovo
principio: "La legge ha forza di contratto tra le parti". E la legge
della moneta non la fa né il datore di lavoro, né il governo, ma il padrone dei
(nostri) soldi: il governatore della banca centrale. (Quindi le contestazioni
relative alla flessibilità, non avrebbero dovuto essere sollevate nei confronti
dei datori di lavoro, ma nei confronti delle banche centrali, da governo,
datori di lavoro e lavoratori, uniti sullo stesso fronte. Le rivendicazioni
sindacali basate sul plusvalore sono ormai impossibili perché, con la
globalizzazione dei mercati, viene meno la possibilità di un ragionevole
affidamento sulla esistenza stessa del profitto. E ciò è confermato dalle
imponenti crisi economiche, ad es., nel settore automobilistico).
- 22
luglio 1944: gli Stati del mondo disegnano un nuovo sistema monetario
in un'anonima località americana, Bretton Woods. In questo nuovo sistema, tutte
le monete erano convertibili nel dollaro e solo questo era convertibile in oro.
Allo stesso tempo venne istituito il Fondo Monetario Internazionale (FMI), con
lo scopo di venire in soccorso a quei paesi che non potevano sostenere la
parità determinata a Bretton Woods tra le monete. Tali accordi ebbero
principalmente tre conseguenze: 1) gli Stati Uniti cominciarono a stampare più
dollari che giornali, dato che era la loro moneta a garantire l'equilibrio del
sistema; 2) tutti gli Stati del mondo costituirono riserve per l'emissione di
banconote utilizzando dollari, di cui c'era sul mercato finanziario una grande
offerta (all'inizio degli anni Settanta, l'80 per cento delle riserve valutarie
di tutti gli stati del mondo erano costituite da dollari; 3) il FMI controllava
le politiche economiche di tutti i paesi del mondo attraverso il ricatto della
leva monetaria. Stati Uniti ed Inghilterra avevano contribuito con l'80% di
propri versamenti alla costituzione del FMI, e pertanto ne condizionavano
l'attività in maniera determinante. Il sistema resse senza particolari scossoni
fino al 1970. Ogni tanto il FMI interveniva a "aiutare" paesi in
difficoltà con il cambio della propria valuta, obbligandoli a politiche
keynesiane per renderli più docili e sottomessi agli interessi delle potenze
occidentali.
Il crac
si ebbe quando i paesi aderenti all'OPEC, ovvero il cartello dominato dagli
arabi dei paesi produttori di petrolio, decisero di aumentare considerevolmente
il prezzo del barile (che quadruplicò in pochi mesi) e di rifiutare i pagamenti
in dollari, pretendendo il pagamento in oro. I paesi dell'Occidente che, come
accennato, avevano riserve in gran parte costituite da dollari, cercarono di
cambiare questi dollari e farsi restituire l'oro che avrebbe dovuto essere
custodito nei forzieri di Fort Knox, per poter fare fronte ai propri debiti. Ma
gli americani non avevano oro a sufficienza, dato che già allora il totale del
circolante era di gran lunga superiore all'oro esistente su tutta la terra.
(Per dare l'idea della proporzione fra oro e valore monetario circolante,
occorre considerare che le attuali riserve auree dei paesi del mondo non
superano le 200.000 tonnellate. Eppure il corrispettivo in oro di tutte le
banconote e gli equivalenti monetari che girano per il mondo ai prezzi correnti
ammonta a un corrispettivo di 75 000 000 di tonnellate di oro. Non è uno
scherzo: settantacinque milioni di tonnellate, che ovviamente non esistono... e
questi dati sono solo del 1995!
- 15
agosto 1971: Nixon annuncia perciò a Camp David la decisione di
sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e perciò l'abrogazione
unilaterale degli accordi di Bretton Woods svincola il dollaro dal cambio con
l'oro. Questa data (agosto '71) costituisce una pietra miliare nella storia del
denaro: è il momento cruciale per comprendere la vera natura della moneta. Da
allora, infatti, il denaro è definitivamente svincolato da ogni relazione con
l'oro. Da allora, i paesi hanno continuato a stampare denaro, fondandolo senza
una base "solida", cioè sul nulla.
SITUAZIONE
ATTUALE (marzo '03): la grande modifica effettuata consistente nel fatto che
chi emette moneta (senza limite e senza costo) se ne attribuisce la proprietà a
titolo esclusivo, comporta una occulta metastasi nel tessuto sociale, chiamata
debito pubblico, che è conseguenza logica di questa gigantesca truffa: la banca
emette moneta p r e s t a n d o l a. Prestare denaro è una prerogativa del
proprietario. La banca emittente è per legge dichiarata proprietaria del denaro
all'atto dell'emissione. Ma se la banca emette denaro senza valore come mai il
denaro ha valore? Chi crea il valore monetario è il cittadino, cioè la
comunità, attraverso il sudore della fronte e accettando la convenzione di tale
moneta, che non ha altro riscontro se non la sua accettazione. Il sistema
bancario invece se ne appropria, ed è oramai avviato a conquistare tramite la
sovranità monetaria una sovranità sovranazionale, cioè mondiale. Questo
rovesciamento contabile ha realizzato un macroscopico indebitamento di tutti i
popoli del mondo verso il sistema bancario: è il fenomeno delle società
multinazionali, che conquistano tutti i mercati sbaragliando ogni concorrenza:
1) le
multinazionali sono controllate dai medesimi gruppi che strumentalizzano il
sistema monetario;
2) ed
hanno di conseguenza a disposizione, come le banche centrali, senza costo e
senza limite tutto il denaro che vogliono (motivo per cui non è possibile nei
loro confronti alcun tentativo concorrenziale da parte delle normali imprese
commerciali; e da ciò deriva l'inutilità di codificare le cosiddette leggi
antitrust poiché il problema che sta a monte è quello di sottrarre il dominio
della moneta al sistema bancario).
Perciò
lo strumento monetario, che dovrebbe essere strumento, appunto, al servizio
della collettività, in effetti è una minaccia alla libertà del cittadino e dei
popoli. Il cosiddetto oro-carta (la cartamoneta) è stato accettato come fatto
del tutto normale e ragionevole. Il suo valore è convenzionale, così come
convenzionali sono il metro o il chilogrammo come unità di misura. Ma al valore
convenzionale monetario è stato aggiunto qualcosa di più: il convincimento
(erroneo) che esista un limite oggettivo alla emissione della moneta, e cioè
che stampare moneta non sia gratuito (come invece è) perché tale stampa sarebbe
condizionata dalla disponibilità di un bene reale e limitato: l'oro. In realtà,
invece, la collettività da' merce (che ha un costo) in cambio di cartamoneta,
che costo non ha (se non quello tipografico): succede cioè che un valore
convenzionale può concretizzarsi in un bene reale, oggetto di diritto di
proprietà: la (carta)moneta. Tradizionalmente questo valore era però generato
dal fatto che, ritenendosi il valore un "qualcosa" connesso alla
materia, si riteneva di definire il valore monetario come
"intrinseco" all'oro. E, una volta "inventata" la
cartamoneta, si giustificava il suo valore sulla base della riserva aurea
depositata in banca. Senonché questa costruzione è venuta a cadere dopo
l'abolizione degli accordi di Bretton Woods decretata nel '71.
E quindi
oggi la (carta)moneta ha la veste del "titolo di credito", anche se
tale non è: l'espressione riprodotta sulle vecchie banconote italiane era
infatti quella tipica della cambiale al portatore sottoscritta dal Governatore
della Banca Centrale: per es.: "£ 100.000 pagabili a vista al portatore).
Ma che la (carta)moneta sia una falsa cambiale generatrice di debito pubblico
emerge dal fatto che, se si presenta la banconota all'incasso, la banca non
paga ed è autorizzata dalla legge a non pagare né con oro, né con altro valore
(inoltre la cambiale normale si estingue col pagamento, mentre la banconota
continua a circolare, dopo ogni transazione, indefinitamente). La strategia di
dominazione dei mercati è basata sulla confusione, deliberatamente preordinata
nella coscienza del cittadino, tra i due concetti di valore creditizio e valore
convenzionale. La non consapevolezza della differenza fra valore convenzionale
e valore creditizio permette a poche famiglie di furbi guerrafondai di dominare
il mondo e schiavizzare il popolo esattamente come ai tempi di Iside e delle
piramidi: spacciando sottoforma di titolo di credito il valore convenzionale,
il sistema bancario consegue lo scopo di appropriarsi dei valori convenzionali
prodotti dalla collettività, in quanto è chi accetta una convenzione che crea
la convenzione stessa, e quindi è la collettività che, accettando la moneta
come unità di misura e mezzo di pagamento ne crea e ne conserva il valore (e di
conseguenza, ne dovrebbe detenere la proprietà). La banca invece, approfittando
del fatto che l'emissione del titolo di credito (il cosiddetto "pagherò la
cambiale") è prerogativa del debitore, apparendo come debitore sulla
banconota, ed arrogandosi il diritto di emettere il titolo di credito (la
banconota), si è impadronita della proprietà della moneta. Con questo sistema
riesce a trasformare un debito apparente in un arricchimento sostanziale. La
scritta che compariva sulla banconota, per es.: "£. 100.000 pagabili a
vista al portatore" stava a significare che, esibendo questo documento
alla banca, essa avrebbe dovuto corrispondere con l'equivalente merce (oro). Ma
poiché ora (addirittura per legge) la banca non può convertire in oro i titoli
monetari, essa è autorizzata ad emettere questa cambiale (che è una falsa
cambiale in quanto senza scadenza né responsabilità) con la
"garanzia" di non pagarla. La banca realizza così un doppio lucro
pari alla differenza tra valore nominale e costo tipografico della moneta - a
cui aggiunge poi gli interessi sul "prestato" - e trasforma un
proprio debito apparente in un arricchimento sostanziale mediante un
macroscopico rovesciamento contabile di cui nessuno si scandalizza - forse
perché troppo evidente - e che le consente di appropriarsi di un valore che non
ha nulla a che vedere col credito. Perché il credito si estingue col pagamento
e la moneta invece continua a circolare. Queste sono le vere ragioni che
determinano ogni guerra, compresa quella futura all'Iraq, probabilmente per
sostituire all'oro che manca, l'oro nero, il petrolio. È tempo, dunque, che
l'opinione pubblica si renda conto che chi crea il valore della moneta non è
chi la stampa o la emette, ma chi l'accetta come mezzo di pagamento, cioè la
collettività dei cittadini. La mancanza di questa consapevolezza fa sì che ad
appropriarsi del valore monetario non siano i popoli, ma il sistema bancario
internazionale, in virtù del monopolio culturale della categoria dei valori
convenzionali.
Su
queste premesse si può comprendere l'esatta portata della lettera spedita da
uno dei Rothschild alla Ditta Kleimer, Morton e Vandergould di New York il 26
giugno 1863:
"...
Pochi comprenderanno questo sistema, coloro che lo comprenderanno saranno
occupati nello sfruttarlo, il pubblico forse non capirà mai che il sistema è
contrario ai suoi interessi".
Dai
tempi di Copernico la concezione del mondo è mutata solo in senso eliocentrico,
non riguardo al sistema monetario ed alle conseguenti imposizioni fiscali, che
sono rimaste ancora quelle precedenti al copernicanesimo ed al cristianesimo.
(Da questo punto di vista infatti la frase fatta "sono un onesto cittadino
che paga le tasse" risulta conforme al cristianesimo solo se si stabiliscono
chiaramente i concetti di "causa" e di "effetto",
altrimenti è un'affermazione assurda, in cui l'onestà non è altro che
schiavitù, e significa in realtà "sono uno schiavo". Infatti solo se
fosse stabilito chi è il padrone del denaro si potrebbe "dare a Cesare ciò
che è di Cesare". Oggi invece non si sa assolutamente chi sia il
proprietario del denaro in circolazione, in grado di prestarlo ai cittadini
tramite emissioni monetarie e formazione di debito pubblico). Il sistema, in
quanto basato sulla violazione dei più elementari diritti umani, sta assistendo
al suo inevitabile crollo. D'altra parte va ricordato che la concezione
copernicana fu considerata permessa dalla chiesa cattolica romana solo nel 1822
(Santo Uffizio dell'11 settembre 1822)! Forse che per la socializzazione della
moneta (reddito di cittadinanza, proprietà del portatore della moneta, e
triarticolazione dell'organismo sociale) si dovranno attendere tempi
altrettanto lunghi, cioè fino a quando tutto ciò non sia riconosciuto non dalla
chiesa ma dai partiti, dalla scienza ufficiale e dai massmedia? In ogni caso,
se pensi che la gestione della moneta sia roba da banchieri, è proprio per
questo pensiero che ti hanno sempre gabbato. L'unica risposta a Bin Laden è il
Prete Gianni in te stesso. (Ho parlato di questo argomento nel '95 nel mio
libro "Il sacro simbolo dell'arcobaleno" e oggi molte bandiere
arcobaleno vengono esposte in tutta Italia. La pace però va costruita
culturalmente, non artificialmente).
Giacinto Auriti, 77 anni il prossimo mese d'ottobre,
ex docente di quattro cattedre di Giurisprudenza. Cofondatore dell'Università
di Teramo. Diverse pubblicazioni in materia giuridica. In questa lunga
intervista ci parla del suo progetto monetario "alternativo". La
Guardia di Finanza ha eseguito degli accertamenti a scopo cautelativo. Ma non
c'è dubbio, fa intendere il "vecchio" professore, che questo progetto
se reso operativo, potrebbe mettere in discussione l'intero sistema economico mondiale.
E' stato lo scopo unico di un'intera vita di studi, sacrifici ed
incomprensioni. Un progetto al quale, partendo dalla dottrina sociale della
chiesa, ha lavorato ininterrottamente per oltre trent'anni. Adesso Auriti, con
una nomination al Nobel per l'Economia, lo ha trasformato in un fatto concreto
ed operativo. Come laboratorio di partenza il professore ha scelto il suo
paese, Guardiagrele, quindicimila anime ai piedi di un'imponente massiccio
roccioso proprio nel cuore dell'Abbruzzo.
Perché
c'è un provvedimento della procura della repubblica che ha ordinato il
sequestro dei simec, e hanno portato come giustificazione la violazione delle
norme bancarie, che sono norme ridicole, un provvedimento assolutamente
infondato perché noi abbiamo dimostrato che è valore indotto e non valore
creditizio. Abbiamo esercitato un diritto come ha detto Bruno Tarquini,
procuratore generale di Cassazione scrivendo la sua relazione sulla materia ad
un congresso tenutosi all'università. Il titolo è questo, "I simec:
legittimità costituzionale e legislativa dell'induzione giuridica". Quindi
si può fare.
Questo è
un sequestro preventivo direi cautelativo, perché non c'è un'imputazione di
reato. Dovranno dimostrare che noi nel pieno rispetto dall'articolo 42 della
Costituzione e delle leggi italiane abbiamo commesso qualche reato. Sarebbe
veramente assurdo tutto ciò. Anche perché noi abbiamo fatto tutto alla luce del
sole.
E come
se ci avessero tirato il sangue. La liquidità sul mercato è come il sangue.
Questo blocco improvviso della nostra liquidità è un fatto grave, i miei
concittadini, i commercianti, si troveranno presto sull'orlo del fallimento,
quindi dal paradiso sono precipitati nell'inferno per il provvedimento di un
magistrato che, cosi facendo, sta di fatto uccidendo un paese. Un paese che era
chiamato la piccola Svizzera, che era rinato perché tutti entusiasti
dell'iniziativa. Ora è precipitato nell'impossibilità di pagare, perché se tu
hai la moneta e te la tolgono e come se togliessero il sangue dal mercato. Io
sono indignato per questo.
Non crede che tutto ciò abbia
dei risvolti positivi, cio è una maggiore legittimazione e attendibilità per il
suo progetto?
Certo.
Comunque noi gli risponderemo per le rime, perché noi abbiamo ragione da
vendere. Noi abbiamo avuto un magistrato che non è informato sul valore
giuridico del Simec.
Dopo anni di teoria e di studio
Lei era riuscito a rendere operativo un progetto che lo stesso sindaco di
Guardiagrele l'aveva definito una Rivoluzione copernicana. Ci sarà da parte sua
un nuovo tentativo?
Questa è
una rivoluzione che non si ferma più per una ragione molto semplice: perché è
vera. E poi perché è scientificamente inconfutabile. La moneta deve essere di
proprietà del popolo non della banca, oggi la banca emette la moneta
prestandola ai cittadini; siccome prestare è una prerogativa del proprietario,
si appropria il valore monetario creato dai cittadini, quindi deve accreditare;
e allora questo principio è talmente forte è talmente valido che nessuno lo può
contestare. Sembra utopia ma non è utopia. Sul piano scientifico l'utopia non
esiste. Se ti avessero detto un secolo fa che si andava sulla luna l'avresti
preso per matto. La stessa cosa il principio della proprietà popolare della
moneta. Dunque, noi da questo punto di vista siamo tranquilli, superata questa
fase del sequestro, che noi consideriamo un episodio meramente marginale
rispetto alla logica della scuola che noi stiamo portando avanti sul piano
della moneta. Be superato questo, si affermerà in tutto il mondo perché i
popoli preferiranno essere proprietari piuttosto che debitori dei loro soldi.
Oggi tutti i popoli sono poveri perché hanno un debito pari a tutto il loro
denaro, perché all'atto dell'emissione la banca centrale emette moneta solo
prestandola, mentre dovrebbe accreditarla e non addebitare. Ecco, questo è
quello che noi sosteniamo.
Il comune di Guadiagrele è stato
reso famoso grazie a Lei per questo motivo, anche se l'amministrazione non ha
preso parte all'iniziativa. I comuni di tutta Italia possono entrare nel merito
di un "sistema monetario autonomo"?
Eccome!
Lo abbiamo scritto sulla moneta simec, ossia Simbolo Econometrico
convenzionalmente accettato nei comuni collegati e collegabili a norma della
legge che collega i comuni per scopi sociali. Non solo, lo abbiamo detto anche
nella scritturazione apposta sul simec, noi abbiamo affermato che questo è
emessa in attuazione del secondo comma dell'articolo 42 della costituzione che
sancisce l'accesso alla proprietà per tutti. Quindi è la costituzione che dice
di creare un diritto della persona con contenuto patrimoniale, e il contenuto
patrimoniale noi lo creiamo con i simec, quindi non diamo come contenuto
economico beni di consumo o beni programmati dai vertici politico economici
come nei paesi socialisti, ma diamo ai cittadini il denaro per comprarli, in
modo che il cittadino quando spende sceglie i beni che vuole consumare. Ecco il
principio della proprietà popolare della moneta che è il reddito di
cittadinanza. E questo significa anche rispettare le linee della dottrina
sociale della chiesa; ad esempio la "Renum Novarum" essenzialmente si
basa su due parole: tutti proprietari. E noi lo facciamo con i simec perché
sono diventati moneta locale, quindi hanno valore indotto, e allora diamo al
cittadino il denaro per comprare quello che vuole.
Cosi fosse, il progetto monetario
da Lei concepito è destinato ad estendersi a macchia d'olio non solo in Italia
ma in tutta Europa?
Infatti!
Anche in America ne parlano. Mi ha telefonato un'Agenzia giornalistica
americana, perché anche loro vogliono essere proprietari dei dollari che oggi
appartengo alla Federal Reserve Bank, come il popolo inglese vorrà la proprietà
della Sterlina che appartiene alla Banca d'Inghilterra fino ad arrivare ad un
principio universale: ogni popolo proprietario della sua moneta, per rispondere
cos“ alla globalizzazione.
Bè
questo è lo stesso linguaggio che uno può avere col cane che non vuole mollare
l'osso. Hanno senza averne il diritto la proprietà della moneta che hanno
usurpato con l'avvento dello Stato costituzionale. La cosa più grave che è
successa con la rivoluzione francese è stata la moneta nominale, e la Banca di
Francia, che è stata la malattia che ha poi invaso tutto il mondo perché hanno
tolto la sovranità monetaria al potere politico, per darla al vertice delle
alte logge che noi ben conosciamo. E allora, in questa situazione noi vogliamo
contrapporre alla proprietà di banca la proprietà di popolo. Ecco perché tutti
i popoli sono con noi; noi gli facciamo una domanda elementare: volete essere
proprietari o debitori dei vostri soldi? All'atto dell'emissione la banca
d'Italia stampa e presta mentre deve stampare e accreditare. Quando stampa e
presta carica il costo del denaro del 200 per cento, quindi fa usura.
Lo
abbiamo chiamato "Democrazia Integrale" perché la parola democrazia
vuol dire sovranità al popolo. Questo a noi sta bene, però il popolo deve avere
la sovranità monetaria, cioè la proprietà della moneta all'atto dell'emissione,
altrimenti il popolo sarà costituito solo di camerieri dei Banchieri.
No, devo
dire di no, l'unica cosa che sto costatando e che prendono questi provvedimenti
cosi, senza alcuna logica. Questo di per se è molto strano. Però sa una cosa?
Ho avuto
una soddisfazione morale, quando è andata via da casa mia la Guardia di
Finanza, ho notato che c'era tutto il popolo in piazza. C'è stato uno scroscio
d'applausi che mi ha veramente commosso, E questo sa perché? Perché coi simec
gli ho raddoppiato la pensione. E' venuto anche un giornalista a vedere com'è
la realtà. Be, uno gli ha detto, "guardi io prendo settecento mila lire di
pensione il mese, prima non campavo, ora invece campo bene. Capisce? La gente
ha toccato con mano, tutto qui. Noi vogliamo solo attuare l'articolo 42 della
costituzione che avrebbero dovuto attuarla i governi che si sono succeduti e la
Banca d'Italia. E quelli non l'hanno fatto, perché a chi ha la pancia piena
poco importa di chi ha la pancia vuota.
Il
cittadino viene e cambia il simec alla pari con la lira. Poniamolo cosi: uno
deposita centomila lire e prende in cambio centomila simec. I centomila simec
in mano alla persona che effettua il cambio diventano duecentomila cioè il
doppio, perché il simec per convenzione vale il doppio della lira, e siccome
lui l'accetta e accetta anche di partecipare alla convenzione nasce un valore
convenzionale che non ha riserva. Il simec è senza riserva: come il francobollo
d'antiquariato.
Il
cittadino va dal commerciante a fare la spesa e quest'ultimo accetta i simec
per il doppio perché vale il doppio. Quando vengono da me a fare il cambio, io
li cambio per il doppio, perché tutti quanti lo accettano per il doppio.
Qualcuno
afferma che non ho i soldi per fare fronte poi al pagamento della differenza.
Ma il simec non è una cambiale con la quale si estingue un pagamento. La
cambiale si paga e poi si strappa, il simec invece resta in circolazione perché
ha già un valore. Se io non pago la cambiale sono inadempiente. Invece io le
monete le cambio, ma non è l'obbligo di un debitore, è solo l'obbligo di chi
cura una convertibilità punto e basta. La stessa cosa potrebbe essere con i
dollari: supponiamo un cheque, se io non ho le lire sufficienti, effettuo il
cambio per metà in lire e per metà in dollari e la stessa cosa vale per i
simec, perché i simec sono già un valore indotto, cioè ho in mano il valore
monetario, cambio la parte che gradualmente posso cambiare. E allora cosa
avviene, che per effetto della velocità di circolazione, che potremmo definire
come una dinamo, arrivo a cambiare rapidamente al doppio. Cioè quanta è la
velocità tanta e l'energia (valore) prodotta. Le banche funzionano cosi, solo
che lo fanno col 10 e anche col 15 per cento. Io lo faccio al 50%.
Significa
che la banca con il 10% 15% tiene fronte ad un'esposizione debitoria del cento
per cento. A me quello che interessa è la convertibilità, cioè quello che è
avvenuto qui a Guardiagrele.
Il
valore indotto è creato dalla convenzione, il valore creditizio è commisurato
al valore del bene oggetto del credito.
No, chi
viene da noi lascia le lire e prende i simec, lascia i simec e ritira i soldi,
e questo avviene continuamente, tutti i giorni.
La gente
è entusiasta perché qui è rinata Guardigrele. Quando è entrato sul mercato il
valore indotto del simec è ritornato il sangue nell'economia.
I
piccoli commercianti sono rinati. La gente invece di andare negli Ipermercati
va dai piccoli negozianti a comprare. Tanto che la grande distribuzione se ne
accorta subito, eccome, perchè hanno visto calare le vendite.
Visto lo spirito con il quale
nasce, l'iniziativa è rivolta solo ai piccoli commercianti, o all'intero organismo
produttivo?
Solo per
piccola e media impresa, perché per la grande distribuzione e le
multinazionali, noi non siamo disponibili, e l'ho detto subito. Io voglio
salvare la piccola e media impresa che è strozzata da questo mondo di grande
capitale che basa, come noi sappiamo, sulla moneta-debito emessa dalle banche
centrali. Questo noi l'abbiamo dimostrato nelle Università.
Aspettiamo
fiduciosi perché noi abbiamo dalla nostra la legge. Per adesso l'importante è
stato rompere il ghiaccio, e abbiamo dimostrato che senza avere riserva
possiamo creare convenzionalmente valore indotto. E come un francobollo
d'antiquariato. Inoltre il simec può essere abbinato alla lira. Quindi non c'è
incompatibilità tra la lira e il simec. Anzi aumenta il potere d'acquisto
nostra moneta. E siccome e valore convenzionale, e prodotto interno lordo.
Si, ci
sarà presto una riunione con tutti i sindaci d'Italia.
Il
reddito di cittadinanza.
Dino
Granata
Per chi
volesse approfondire l'argomento, Dino Granata mette a disposizione ulteriori
informazioni sul sito:
http://utenti.tripod.it/dinogranata/index-5.html
L'induzione giuridica con particolare riguardo al valore indotto della moneta. (di Giacinto Auriti)
Considerazioni
preliminari di teoria generale del diritto.
Per
spiegare la natura e le caratteristiche dell'induzione giuridica, occorre
muovere dalle seguenti premesse di teoria generale:
a) il
diritto e' uno strumento perche' e' il risultato di una attivita' creatrice
dello spirito;
b)
poiche' ogni strumento e' un oggetto che ha valore, non si puo' definire il
diritto se non si definisce il valore;
c) il
valore e' un rapporto tra fasi di tempo. Cosi', ad esempio, posso dire che una
penna ha valore perche' prevedo lo scrivere. Dunque il valore e' il rapporto
tra il momento della previsione ed il momento previsto;
d) nella
prima fase il valore e' il giudizio di strumentalita', che attiene all'oggetto;
nella seconda fase e' il momento edonistico, che attiene al soggetto. In questo
senso, la realta' spirituale del diritto - in cui risiede la strumentalita' -
e' tempo intersoggettivo. Cosi' ad es. il credito e' il rapporto tra il momento
"ricordato" della sua instaurazione e quello "previsto" del
suo adempimento che lega creditore e debitore. In questo senso si spiega il
diritto come rapporto necessario e funzionale tra fasi di tempo e quindi il
diritto nella sua forza cogente come "dover essere";
e) da queste premesse emerge che il diritto ha un
valore in se', diverso da quello del bene oggetto del diritto perche' soddisfa
il bisogno della certezza del diritto. Cosi' ad es. se consideriamo due atti
reciproci di donazione tra due soggetti, si ha ex post, un effetto uguale a
quello di un contratto di permuta. Ma se le parti, invece di due atti di
donazione instaurano un contratto, vuol dire che c'e' il motivo, in quanto
ognuno da' la sua prestazione per la certezza giuridica della controprestazione
altrui.
Dunque
nell'elemento convenzionale del contratto risiede un'utilita' e quindi un
valore autonomo diverso da quello della prestazione e della controprestazione.
Su tale premessa balza evidente la distinzione tra valore creditizio e valore
convenzionale: mentre il valore del credito e commisurato al valore dell'oggetto
del credito, il valore convenzionale e' creato dalla stessa convenzione e la
sua entita' e struttura sono liberamente concepite e realizzate dall'accordo
tra le parti. Nasce cosi' un valore che non ha altro costo che attivita'
mentale delle parti e' l'elemento materiale necessario alla sua manifestazione
formale.
La
moneta come fattispecie giuridica.
Solo su
queste premesse e' possibile dare una definizione scientifica della moneta,
colmando una lacuna culturale millenaria non pi'u' tollerabile. La moneta ha
valore perche' e' misura del valore. Poich‚ ogni unita di misura ha la qualita'
corrispondente a cio' che deve misurare, come il metro ha la qualita' della
lunghezza perche' misura la lunghezza, cosi' la moneta ha la qualita' del
valore perche' misura il valore. Qui l'attivita' convenzionale non e'
produttiva solamente della misura del valore, ma anche del valore della misura:
quello che noi chiamiamo "potere d'acquisto". Nella moneta si
verifica un fenomeno analogo a quello dell'induzione fisica. Come nella dinamo
l'energia meccanica causa energia elettrica, cosi' nella moneta, la convenzione
causa il valore indotto nel simbolo. Pertanto la moneta e' un bene collettivo
in quanto creato dalla convenzione sociale, ma di proprieta' privata individuale,
attribuita, a titolo originario, al portatore del simbolo, in virt'u'
dell'induzione giuridica. L'ostacolo di fronte al quale tutti gli economisti si
sono fermati si basa sull'errore iniziale di non aver definito la moneta come
fattispecie giuridica e lo stesso diritto come strumento o bene esso stesso e
cioe' come espressione di un valore proprio, diverso da quello del bene oggetto
del diritto. Su questo equivoco iniziale, si e' preteso di giustificare il
valore monetario sulla base della riserva d'oro confondendo e spacciando sotto
la parvenza di valore creditizio, il valore indotto, ossia configurando la
moneta, non come misura del valore, ma come titolo di credito rappresentativo
della riserva. La moneta non e' credito ma oggetto di credito. Del resto se
fosse vero che la riserva serve a conferire alla moneta il potere di acquisto,
dopo la cessazione degli Accordi di Bretton Woods, e con l'abolizione della
riserva d'oro, il dollaro avrebbe dovuto perdere totalmente il suo valore:
mentre non solo non ha perso valore, ma ha sostituito l'oro come moneta base
del sistema monetario mondiale. La tesi che pretende di giustificare il valore
della moneta sulla base della riserva e' clamorosamente errata oltretutto
perche' fondata su una concezione materialistica del valore. Di solito si
considera il valore dell'oro come una proprieta' del metallo ed in questo senso
si parla impropriamente di "valore intrinseco". Anche l'oro ha valore
perche' ci si e messi d'accordo che lo abbia. Siccome questo metallo e' stato
considerato tradizionalmente come simbolo monetario, per consuetudine gli e'
stato attribuito il valore indotto. Poich‚ la convenzione e' una fattispecie
giuridica, ed ogni unita' di misura e' convenzionalmente stabilita, la materia
prima per creare moneta, e' esattamente la medesima che serve a creare
fattispecie giuridiche e cioe' spazio e tempo: spazio, che e' la materia con
cui il simbolo monetario si manifesta; tempo che e' la previsione convenzionale
della possibilita' di comprare. L'elemento formale della fattispecie monetaria
pu• essere l'oro o qualsiasi altro simbolo di costo nullo come carta ed
inchiostro. Questo aspetto della irrilevanza del valore della merce con cui il
simbolo monetario si manifesta, e acutamente rilevato dal Nussbaum, il quale analizzando
la storia monetaria delle colonie americane, rileva che, quando le merci
venivano accettate come moneta, si verificavano contestualmente due fenomeni:
aumentavano di valore e la merce di cattiva qualita' acquistava lo stesso
valore di quella di buona qualita'. Cio' avveniva perche' la merce incorporando
valore indotto, assumeva, come simbolo monetario, la mera funzione di elemento
formale di una fattispecie giuridica. Ci si puo' spiegare, questo secondo
aspetto del fenomeno monetario rilevato dal Nussbaum, con l'ovvia
considerazione che, anche per noi, avere in tasca banconote nuove di zecca o
logore, e' del tutto indifferente. E cio' avveniva anche, ad esempio, per le
pelli di castoro quando venivano usate come moneta. Questo prova che anche l'oro
altro non e' che una fattispecie giuridica e che il suo cosiddetto valore
intrinseco altro non e' che valore indotto. Tanto e' vero cio' che, se compro
una sterlina d'oro al prezzo di duecentomila lire, scambio il simbolo aureo con
due pezzi di carta del valore di pochi centesimi.
Valore
creditizio e valore monetario: caratteristiche differenziali.
E' gran
tempo ormai che si esca definitivamente dall'equivoco di spacciare sotto la
parvenza di valore creditizio il valore monetario. Per comprendere le differenze
fondamentali tra moneta e credito, basta muovere dalle seguenti considerazioni:
a) il
credito si estingue col pagamento, la moneta, invece, continua a circolare dopo
ogni transazione indefinitamente, perche', come ogni unita' di misura, e' un
bene ad utilita' ripetuta;
b) il valore del credito e' sottoposto al rischio
dell'inadempimento, il valore monetario e' attuale e certo, perche', per
l'induzione giuridica, la moneta e' bene reale, oggetto di diritto di
proprieta';
c) nel
credito, prima si vuole il precetto normativo e poi lo si manifesta; nella
moneta, prima si crea la manifestazione formale, cioe' i simboli monetari, e
poi gli si attribuisce il valore all'atto dell'emissione. Chi crea il valore
della moneta non e' chi la emette, ma chi l'accetta. Come nell'induzione fisica
nasce l'energia elettrica con la rotazione degli elementi della dinamo, cosi'
nell'induzione giuridica, nasce il valore della moneta all'atto della sua
emissione, cioe' quando inizia la fase dinamica della sua circolazione nella
collettivita' che, accettandola convenzionalmente, ne crea il valore;
d) il valore del credito e'
causato dalla promessa del debitore, come avviene nella cambiale, in cui
l'emittente e' il debitore. Il valore della moneta e' causato dall'accettazione
del primo prenditore. Oggi la moneta e' emessa sotto forma di una falsa
cambiale, perche' firmando come debitore, il governatore delle banca centrale
induce la collettivita' nel falso convincimento che sia lui stesso a creare il
valore della moneta.
In analogo
errore cadono le teorie che pretendono di configurare la moneta come titolo
rappresentativo dei beni disponibili sul mercato, in quanto conferirebbero alla
moneta il suo potere di acquisto. (In questo senso ricordo la dichiarazione di
Nixon a Camp David del 15 agosto 1971 con cui fu abolita la convertibilita' del
dollaro in oro ed abrogati gli accordi di Bretton Woods). Come ogni unita di
misura, anche la moneta ha una sua utilita' condizionata dalla esistenza degli
oggetti da misurare. Se non vi fossero oggetti da misurare nella lunghezza, il
metro sarebbe inutile, ed inutile la moneta se non vi fossero beni da misurare
nel valore, ma cio' non significa che l'unita di misura rappresenta gli oggetti
misurati. Ma la prova dell'insufficienza di questa tesi sta nel fatto, che
mentre il portatore di un titolo rappresentativo puo' pretendere la consegna
dell'oggetto del credito su consegna del documento, il portatore della moneta
pu• solo proporre l'acquisto dei beni al proprietario. A parte il fatto che,
mentre il titolo di credito si estingue con il pagamento, la moneta no. Nella
relazione al disegno di legge sul conto intrattenuto dal Ministero del Tesoro
presso la Banca d'Italia, approvato dal Consiglio dei Ministri il 10/2/93, e'
contenuta una preziosa dichiarazione, rara per la sua impudente sincerita':
"La ratio di queste disposizioni", recita testualmente la relazione,
" e' evidente: garantire la piena indipendenza delle Banche Centrali e
della Banca Centrale Europea, nella gestione della politica monetaria....... In
conseguenza non e' consentito agli esecutivi degli Stati firmatari del
Trattato, di esercitare signoraggio in senso stretto: ovvero di appropriarsi di
risorse (sic!) attraverso l'emissione di quella forma di debito inesigibile che
e' la moneta inconvertibile di corso legale". Dunque:
a) esistono risorse che,
ovviamente, non sono di chi se ne appropria, altrimenti sarebbe impossibile
appropriarsene;
b)
normalmente non dovrebbe essere consentito a nessuno di appropriarsi di
"risorse" altrui e non solamente agli Stati firmatari del Trattato,
mentre cio' e' consentito alle Banche Centrali e alla Banca Centrale Europea
che come si sa - emettono "debito inesigibile" cioe' moneta
inconvertibile di corso legale". Le "risorse" (altrui) di cui
parla la relazione alla legge, altro non e' che il valore indotto della moneta
creato dalla collettivita'. Le banche centrali hanno raggiunto un tale grado di
professionalita' nell'appropriarsi di risorse altrui, da aver consolidato in se
stesse, e nei governi, il convincimento di avere il diritto di farlo, mediante
una vera e propria forma di furto legalizzato, clamorosamente incostituzionale.
Caratteristiche
di una "nuova moneta".
Solo
dopo aver definito il valore monetario come valore indotto, e' possibile
indicare le caratteristiche essenziali di una nuova moneta. Essa dovra' avere
la qualita' positiva della moneta d'oro e non quella negativa: la qualita'
positiva della moneta nominale e non quella negativa. La qualita' positiva
dell'oro e' che il portatore ne e' il proprietario; la qualita' negativa e' che
la sua rarita' non e' controllabile perche' causata dalla rarita' stessa
dell'oro. La qualita' negativa della moneta nominale sta nel fatto che il
portatore ne e' il debitore, perche' la banca centrale la emette solo
prestandola; la qualita' positiva e' che non pone problemi di rarita'. Come e'
noto, la storia della moneta insegna che il maggior difetto del sistema aureo
sta nelle gravi congiunture economiche per rarita' monetaria, causate dalla
impossibilita di adeguare gli incrementi monetari agli incrementi produttivi.
Poich‚ ogni unita' di misura deve avere la qualita' corrispondente a cio' che
deve misurare, la rarita' e' una qualita' essenziale della moneta, perche' e'
la misura del valore dei beni economici che sono appunto, tali, perche'
limitati nella quantita', cioe' rari. Per sostituire al limite naturale della
rarita' aurea quello discrezionale della moneta nominale, sara' sufficiente
tenere conto delle normali oscillazioni dei valori di mercato. Posto infatti
che il prezzo non e' solamente l'indice del valore dei beni, ma anche del punto
di saturazione del mercato, per cui il mercato e' saturo quando i prezzi
tendono a coincide con i costi di produzione, quando questa tendenza si
verifica, si dovra' desistere sia dall'emissione di moneta, sia dalla
produzione di nuovi beni. L'Uomo potra' tornare ad assaporare il gusto della
vita e disporre finalmente del suo tempo che la logica della grande usura gli
ha sottratto. I vuoti monetari causati dalla monetizzazione del debito,
costringono l'uomo del nostro tempo a correre per tentare di colmarli
aumentando la velocita' di circolazione della moneta in un clima di angosciosa
ed ansiosa incertezza. Una volta l'uomo lavorava per conseguire un profitto.
Oggi lavora per pagare debiti in una situazione di cronica insolvenza.
Pretendere infatti, nell'attuale sistema, di pagare un debito di denaro con
altro denaro, e' come pretendere di pagare un debito con un altro debito.
Infatti, tutto il denaro in circolazione e' gravato di debito verso la banca
centrale che lo emette in un solo modo: prestandolo. In questo sistema chi
pi'u' produce pi'u' si indebita e potra' pagare i debiti solo con i beni reali
ed il prodotto del suo lavoro. Alle nuove generazioni, se non si sostituisce
alla moneta-debito la moneta-prorieta', non rimarra' altra alternativa che
quella tra il suicidio o la disperazione. Non a caso Mos‚ disponeva con l'anno
sabbatico (Deuteronomio 15,1) la remissione dei debiti per sostituire alla
moneta-debito, la moneta-proprieta'.
Una
verità che scotta (di Augusto Ferrara)
Nella silenziosa calura del
post-ferragosto di questo anno giubilare, il titolo potrebbe dare adito a varie
interpretazioni: il caldo, conseguenza del solleone, i piromani nei boschi, i
drammi quotidiani dei giovani e meno giovani sulle strade che amareggiano il
più; intenso e lungo periodo vacanziero dell'anno.
Niente di tutto questo: si tratta di una rivoluzione
monetaria che parte verso la metàdel luglio 2000 da Guardiagrele, in Provincia
di Chieti, una delle cittàpiù; interessanti d'Abruzzo, abitata da circa 10.000
guardiesi, ricca di storia, arte ed artigianato, distesa su un colle ai piedi
della Maiella e sede dell'omonimo Parco Nazionale.
La
piazza centrale è dominata dal più; importante monumento cittadino, il Duomo di
S. Maria Maggiore, e delimitata dall'antico palazzo della illustre famiglia
degli Auriti, oggi rappresentata dal settantasettenne prof. Giacinto, che, pur
autodefinendosi "contadino"è stato docente di ben quattro cattedre di
Giurisprudenza ed autore di pubblicazioni scientifiche di contenuto giuridico e
sociale.
Presidente
del Comitato locale antitrust, il prof. Auriti è stato promotore nel 1993 di
una proposta di legge "Per ripartire tra i cittadini il reddito monetario
del capitale amministrato dallo Stato in attuazione del secondo comma dell'art.
42 della Costituzione".
Quale
Segretario del Sindacato Pro Loco Comitato Antiusura Auriti fa presente che l'8
marzo 1993 denunciò per truffa, falso in bilancio, associazione a delinquere ed
usura l'allora Governatore e firmatario dei biglietti di banca d'Italia, Carlo
Azelio Ciampi e, successivamente, il Governatore Fazio.
Oggi,
venerdì diciotto agosto, alle ore 11 circa, godiamo della ospitalità del prof.
Auriti, al primo piano dell'omonimo palazzo, così pieno di ricordi e
testimonianze di varie generazioni. Ci viene ricordato un evento storico,
quando, nel 1897, suo nonno cedette la carica di Onorevole al Parlamento del
Regno d'Italia al giàcelebre Poeta pescarese Gabriele D'Annunzio.
Il prof.
Auriti, deus ex machina, ideatore e realizzatore della "moneta del
popolo", mostra pagine di giornali in varie lingue sul significato del
"valore indotto" e sulla recente esperienza monetaria del Simec,
attualmente sospesa per il blitz della Magistratura davanti alla quale è sub
iudice (28 agosto 2000).
L'interesse
della stampa inglese, statunitense, svizzera, giapponese, è dimostrato da
corrispondenti delle più; importanti agenzie giornalistiche in lista d'attesa,
tanto che, trattandosi di varie ore di laboriosi colloqui, il professore ha in
animo di quantificare ogni appuntamento, stavolta in lire e non in Simec.
Al fine
di diffondere la veritàsulla ultima possibilitàdi difesa dell'Italia e dei
Paesi interessati alla imminente circolazione-capestro dell'Euro, don Giacinto
(come amorevolmente viene chiamato dai concittadini), ha giàaperto un sito di
più; pagine su Internet; tutti comprenderanno la differenza base tra un
biglietto di banca e un Simec: il primo è addebitato al portatore, mentre il Simec
viene accreditato al cittadino.
Prima
del commiato con l'autorevole interlocutore, poniamo due domande al prof.
Auriti:
1 - Qual
è il Suo parere sull'Euro, a pochi mesi dalla entrata in circolazione?
Nessuna
norma del Trattato di Maastricht stabilisce di chiéla proprietàdell' Euro;
questa lacuna normativa deve essere colmata nel senso che la proprietàva
attribuita ai singoli popoli europei. Diversamente, ogni cittadino dell' Euro,
compresa la nostra generazione, si troveràindebitato nei confronti del dollaro,
fino alle estreme conseguenze del suicidio.
2 -
Quale potrebbe essere la soluzione?
Ogni
Nazione e popolo europeo dovràessere accreditato, e quindi responsabilizzato
con precise leggi finanziarie a difesa del cittadino; il Simec potrebbe
costituire la moneta provvisoria per tamponare l' emergenza.
suggerita
dal prof. Giacinto Auriti
1694 -
Viene costituita a Londra la Banca d'Inghilterra, che diviene proprietaria di
circa tre quarti del pianeta Terra.
1795 -
La Rivoluzione francese trasferisce al popolo la gerarchia politica ma non
quella finanziaria.
1865 -
Guerra di Secessione: Abramo Lincoln, primo Presidente degli Stati Uniti
d'America, abolisce la schiavitù. Viene creato il dollaro della Secessione, e
quindi la Federal Reserve di Forte Knox.