Collana: I NOSTRI SOLDI, LE NOSTRE FATICHE

www.SIGNORAGGIO.com
Banca d’Italia,
Banca Centrale Europea,
Federal Reserve:
la
grande truffa
volume 2
di 3
release 0.6
Girovagando
su Internet e visitando i cosiddetti “Siti Alternativi di Informazione”, si
scoprono cose incredibili ! Provate quindi ad inserire, in un qualunque motore
di ricerca (www.yahoo.com, www.google.com, www.lycos.it, ecc…) le parole: “SIGNORAGGIO”,
“BCE”, “BANCONOTE” e scoprite su cosa camperebbero i Signori Banchieri…
Il diritto di
“signoraggio” è il potere del “signore” di emettere biglietti con un valore
nominale ampiamente superiore al valore intrinseco e quindi di ricavare un
guadagno dalla sovranità sulla moneta.
Perché debba farlo
una Banca PRIVATA è un mistero…
Coordinatore responsabile del progetto tecnico di
conversione del debito nella presidenza del Comitato Ecclesiale Italiano per la
riduzione del debito estero dei Paesi più poveri
Quando si deve parlare di un problema normalmente si inizia con le
definizioni ma, in qualche modo, le saltiamo, per entrare nel problema
attraverso una storia, perché, forse, attraverso il racconto le cose si
capiscono meglio e poi, alla fine, possiamo riprendere tutto, raccogliendo
effettivamente le definizioni del problema e provando a vedere quali sono gli
elementi che giocano oggi sul tavolo internazionale. Le saltiamo tutte tranne
una, vale a dire la definizione principale di questo problema; noi ci occupiamo
del debito estero dei Paesi poveri, è vero, ma non è vero allo stesso tempo:
noi, di fatto, ci occupiamo della povertà. La grande questione che abbiamo
davanti oggi, in questo momento, è la grande, eccessiva, provocante,
inaccettabile povertà che tocca troppe persone al giorno d’oggi nel pianeta,
soprattutto se confrontata alle condizioni di vita, al confronto
prodigiosamente agiate di cui in qualche modo godiamo noi. Tenendo conto che il
nostro obiettivo fondamentale è la lotta alla povertà, piuttosto che non quella
al debito, proviamo a ragionare su che cos’è questo debito. Qualcuno mi chiede:
“Debito cosa significa? Si dice ‘debito estero’, ‘debito pubblico’? Chi è il
debitore? Verso chi? ecc…”. Allora, anziché fare una dotta spiegazione dei vari
tipi di debito che esistono, dei vari tipi di credito che il governo italiano
ha, che le banche italiane possono avere, io credo che se spieghiamo un po’ la
storia di quello che è capitato, mettiamo dentro, forse un po’ più facilmente,
gli attori di questa vicenda e alla fine della storia abbiamo le idee chiare,
senza bisogno di fare un’analisi troppo arida e che non è tanto piacevole da
ascoltare.
La storia del debito comincia nel 1973; in realtà
comincia anche un paio d’anni prima, però qui partiamo da questa data. Cosa
capita in quell’anno? Per chi era abbastanza grande per ricordarlo, nel 1973
successe una cosa simpatica, almeno per chi aveva 13-15 anni a quell’epoca,
ovverosia che la domenica si andava in giro, in mezzo alle città, in
bicicletta, o con i pattini a rotelle. I prezzi del petrolio erano
prodigiosamente impazziti; aumentarono repentinamente di quattro volte. Perché?
Questa è una bella domanda che richiederebbe l’intera serata, ma
fondamentalmente aumentarono perché i produttori di petrolio erano pochi, erano
riuniti in un cartello, che esiste tutt’ora e che si chiama OPEC, in cui
fondamentalmente v’erano i Paesi arabi, ma non solo: v’era anche il Venezuela,
ad esempio. I Paesi arabi decisero per varie ragioni di far salire alle stelle
il prezzo del petrolio. Noi si andava in bicicletta proprio perché tutti i
Paesi del mondo erano (e sono) consumatori di petrolio, ma era così costoso e
comportava gravi conseguenze sull’economia di tutti i Paesi, che questi
cercavano di consumarne di meno. Nonostante, però, le riduzioni e i risparmi, i
Paesi produttori, gli Arabi in modo particolare, incassarono una quantità
enorme di valuta rispetto a quella che incassavano prima. Fu il cosiddetto
fenomeno dei petroldollari, perché il petrolio era valutato in dollari e la
moneta internazionale era il dollaro. I Paesi arabi si trovarono così a
incassare una quantità spropositata di denaro, la spesero per migliorare
l’aspetto delle loro capitali, per fare di tutto e di più, ma era stato così
repentino e così grande l’aumento che si trovarono comunque una liquidità tra
le mani che non erano in grado di spendere.
Quando uno avanza dei soldi, quando uno risparmia
dei soldi, non riesce o non vuole consumarli, cosa fa? Li porta in banca. I
Paesi arabi fecero esattamente questo: offrirono questo denaro alle grandi
banche internazionali. Queste ultime fecero il mestiere di una banca; ovverosia
presero il denaro da chi avanzava soldi, lo raccolsero promettendo in pagamento
un interesse applicando un tasso e lo offrirono a chi aveva bisogno di denaro,
per effettuare investimenti, per spenderlo in qualche modo (progetti e quant’altro).
Questo denaro venne offerto agli imprenditori del Nord e anche al Sud del
mondo, anzi venne offerto in modo particolare al Sud del mondo, perché nel Sud
del mondo v’era un fortissimo fabbisogno di infrastrutture. Da noi v’erano
ospedali, porti, linee elettriche e quant’altro uno desideri avere; nel Sud del
mondo queste infrastrutture erano molto più scarse. Questa grande quantità di
denaro poteva essere messa proprio a disposizione di grandi progetti di
investimento che realizzassero le infrastrutture mancanti nel Sud del mondo.
Qui lo sviluppo economico era tale per cui non v’era un pullulare di imprese e
gli interlocutori economici principali erano i governi. Non solo:
l’interlocutore che più correttamente avrebbe dovuto realizzare quelle
infrastrutture era il governo di ogni nazione. Per cui i banchieri di tutto il
mondo, con tutti questi petroldollari tra le mani, andarono dai governi del Sud
a dire: prendete questo denaro a prestito, perché con tutto questo denaro
potete finalmente finanziare i vostri progetti infrastrutturali e così i
governi del Sud presero questo denaro a prestito. Perché lo presero? Perché era
molto conveniente indebitarsi in quel periodo. Che cosa significa? Significa
che i tassi di interesse erano molto bassi. Perché? Proprio per questo fenomeno
dei petroldollari. Mi spiego: se noi vendiamo arance al mercato e abbiamo poche
arance e vi sono tanti compratori, tendenzialmente facciamo pagare abbastanza
care le arance; se, invece, di arance ne abbiamo tante ed è anche la fine della
giornata e rischiamo di tornare a casa con le nostre arance, abbassiamo i
prezzi, applichiamo un’offerta speciale e promuoviamo due cassette al prezzo di
una, pur di vendere le arance, che, altrimenti, il giorno dopo marcirebbero.
Con il denaro è un po’ la stessa cosa. Il prezzo del denaro è il tasso di
interesse, perché quando io vado in banca a chiedere del denaro, perché voglio,
ad esempio, cambiare l’automobile, o acquistare la casa, o fare qualsiasi altra
cosa, desidero, comunque disporre del denaro che la banca ha e io no, compro
quel denaro pagandolo con un tasso di interesse, ovverosia la banca me lo dà se
io le pago gli interessi. Gli interessi sono il prezzo della moneta. Quando in
un sistema economico v’è molta disponibilità di denaro, normalmente i prezzi di
questo denaro, ovverosia i tassi d’interesse, scendono; quando v’è scarsità di
liquidità i tassi d’interesse tendono a salire e questo è anche abbastanza
naturale, perché il mestiere della banca è quello di guadagnare sui prestiti
che concede. Per cui le banche, trovandosi tutto questo denaro tra le mani, che
gli veniva dato dai Paesi arabi produttori di petrolio, offrirono anche a tassi
d’interesse molto bassi il denaro pur di collocarlo comunque, pur di non
tenerlo infruttuoso, o infruttifero nelle proprie tasche. Allora, questa
immissione repentina di denaro sul mercato determinata dall’aumento del
petrolio, fece crollare i tassi di interesse.
Il crollo dei tassi di interesse rendeva
evidentemente poco costoso l’indebitamento, per cui tutti si fecero tentare e
presero a prestito grandi quantità di denaro. Non solo, un’altra cosa
abbastanza simpatica dal punto di vista numerico, in quel periodo, fu che ci si
trovò in situazioni in cui i tassi di interesse reali erano negativi. Cosa vuol
dire tasso di interesse reale negativo? Vuol dire che l’inflazione[1] è più
alta dei tassi d’interesse; questo accadde in quel periodo. L’inflazione, in
quegli anni, era determinata in modo particolare dal petrolio; il petrolio era
diventato più costoso, tutte le nostre industrie, ad esempio, avevano bisogno
di petrolio, perché o dovevano far muovere i furgoni con la benzina, che deriva
dal petrolio, e costa, o per far muovere le macchine - torni, frese, e
quant’altro negli stabilimenti - avevano bisogno di energia elettrica
(l’energia elettrica, in Italia, è fondamentalmente erogata attraverso centrali
termoelettriche, ovverosia centrali che producono energia elettrica consumando,
bruciando, attraverso caldaie, petrolio). Per cui il petrolio incide sui costi
di tutte le imprese, in modo particolare sui costi energetici. Quando
un’impresa ha i suoi costi che sono aumentati, se non vuole andare in perdita,
aumenta i prezzi. Questo meccanismo ha toccato un po’ tutti i settori. Tutti i
prezzi si sono alzati, ma alzandosi i prezzi, io che nella mia azienda devo
pagare la bolletta energetica (ENEL, benzina, ecc…), ma devo anche comperare
dei componenti, dei manufatti, dei pezzi da montare insieme, da assemblare per
fare il prodotto finale ho un aumento di costi dato anche da queste azioni,
perché, ad esempio, io, imprenditore di prodotti finiti, mi rivolgo ad altri
imprenditori–produttori di componenti per il prodotto finito, i quali a loro
volta si rivolgono ad altri imprenditori di materiali. Allora, io mi trovo ad avere
più costi per il petrolio, più costi per l’aumento dei diversi componenti nei
diversi passaggi; non posso che aumentare, e ancora di più, i miei prezzi del
prodotto finale.
È nata, allora, quella che si chiama “spirale
inflativa”: i prezzi aumentavano, in ragione dell’aumento si determinava un
aumento successivo, un aumento successivo ancora, ecc… Immaginate di essere in un’inflazione al 20%
e immaginate che i tassi d’interesse siano del 10%. In questa situazione
bisogna subito correre in banca a indebitarsi da morire, perché chi non si
indebitasse sarebbe un po’ addormentato… Se una persona va in banca il 2
gennaio e prende in prestito 100.000 lire, poi va al mercato e compra, per
esempio, un microfono da 100.000 lire, va a casa e lasciandolo imballato lo
pone sotto il letto, il 31 dicembre prende il suo microfono va al mercato e lo
vende. Al 2 gennaio aveva detto al direttore di banca: “Tu prestami 100.000
lire e io pago il 10% di interessi fra un anno”, però io so che l’inflazione è
intorno al 20%. Dopo un anno vendo il microfono; il prezzo, se l’inflazione è
del 20, è aumentato del 20%, vale a dire che adesso costerà 120.000 lire;
incasso questa somma, vado dal direttore di banca, il quale pensava che io
avrei fatto fatica a restituire i soldi; gli tiro i soldi sulla sua scrivania,
facendogli vedere che io, invece, sono capace di restituire i soldi. Dò il 10%,
ovverosia pago 10.000 lire per gli interessi, lo saluto e vado via, perché i
miei rapporti con lui sono terminati, perché il 10% sono gli interessi e mi
sono rimaste “magicamente” in tasca altre 10.000 lire, perché le ho incassate
vendendo il microfono a 120.000 lire, grazie all’inflazione. Quest’ultima
passa, quindi, sopra la testa dei singoli consumatori. Quando l’inflazione è
alta e i tassi d’interesse sono bassi è molto conveniente indebitarsi. Questa
condizione fu quella che esattamente si determinò nei primissimi anni dopo il
’73, tra il ’73 e il ’75. Per cui tutti fecero la gara a indebitarsi, ma anche
abbastanza giustamente, perché il petrolio aveva fatto salire i prezzi e la
grande quantità di petroldollari (dollari derivati dal ricavo del petrolio)
aveva fatto abbassare e crollare i tassi d’interesse. Tutti si indebitano e per
un certo periodo vivono piuttosto felici e contenti, quasi come nelle favole, e
le cose vanno avanti per circa cinque o sei anni. La seconda data che ci
interessa per la storia del debito è il biennio 1978–1979, perché nel ’79 si
determinò la seconda crisi dei prezzi del petrolio. Prima i prezzi del petrolio
erano aumentati di quattro volte in un anno; nel 1979 i prezzi del petrolio
aumentano di cinque volte in un anno. Questo significa che in totale i prezzi
sono aumentati non di nove, bensì di venti volte, perché se prima costava 100,
sono passati a 400, poi v’è un ulteriore aumento di 5 volte sui 400 (5 x 4 =
20) e si arriva a 2.000. Per cui nello spazio di 6 anni il petrolio aumenta di
20 volte il suo prezzo. Che cosa capita? In teoria potrebbe capitare quello che
è capitato nel ’73, ovverosia grande inflazione, crollo ulteriore dei tassi di
interesse, condizioni di indebitamento particolarmente vantaggiose; tutti vanno
di nuovo in banca e nelle grandi banche internazionali a farsi prestare del
denaro per effettuare nuovi progetti di investimento. Invece le cose non vanno
così e sono un po’ diverse, perché vi sono due personaggi con tratto molto
virile e volitivo che arrivano alla responsabilità di governo della Gran
Bretagna (anche se alcuni dicono dell’ Inghilterra, perché, dicono, non v’era
la prospettiva dell’attenzione anche ai bisogni sociali in Scozia, in Galles,
ecc… — ma non importa —) e degli Stati Uniti, che sono: Margaret Thatcher e
Ronald Reagan. Questi due individui, virili, avevano l’opinione che l’approccio
più efficace per combattere l’inflazione fosse quello monetarista. Loro, e
anche chi non condivideva le loro opinioni, ritenevano che l’inflazione fosse
diventata veramente troppo alta e che l’inflazione fosse un male piuttosto
perverso e pernicioso dell’economia; ed è abbastanza vero.
L’inflazione, nell’esempio che abbiamo citato
prima, può determinare dei guadagni che prescindono dai meriti degli operatori:
io ho guadagnato 10.000 lire, nell’esempio di prima, non perché ho aggiunto un
valore al microfono, ma solo perché le condizioni di mercato si sono
trasformate, mentre sarebbe corretto che io venissi premiato in ragione del
valore che so e che posso aggiungere (valore della mia fantasia, perché ho
eseguito un decoro, di un servizio che ho aggiunto, perché l’ho consegnato al
domicilio del consumatore, oppure perché l’ho migliorato, ecc…); in realtà, lì,
io non ho aggiunto alcunché. L’inflazione è una media. Quando si dice che v’è
un’inflazione del 2%, questo valore è una media di diversi settori. Questo
significa che vi sono alcuni settori in cui l’inflazione è cresciuta solo
dell’1,5%, altri in cui è cresciuta del 2,5%, ecc… Se noi abbiamo alcuni
settori in cui l’inflazione è cresciuta dell’1,5% e altri in cui è cresciuta
del 2,5%, vuol dire che a fine anno vi sarà qualcuno (quelli del 2,5%) che hanno
avuto un’opportunità di aumentare i loro ricavi dell’1% in più rispetto a
quelli del settore dell’1,5%, perché i primi prezzi potevano aumentare del
2,5%, mentre i secondi solo dell’1,5%. Se abbiamo che uno di noi guadagna l’1%
in più dell’altro, non in ragione della sua capacità, bensì in ragione
dell’inflazione che sta sopra le teste, chi se ne importa: è solo l’1%. Se
invece l’inflazione è del 20%, e noi in quegli anni l’abbiamo avuta anche
superiore, questo vuol dire che vi sono settori al 15% e altri al 25% e la
differenza tra un settore e l’altro può essere anche del 10%, che comincia a
essere abbastanza consistente.
Allora, avendo anche alcune attenzioni di
giustizia sociale, di equità, effettivamente un’inflazione molto elevata, a due
cifre, soprattutto superiore al 20%, è piuttosto imbarazzante all’interno della
propria comunità, perché può determinare degli scompensi di notevole rilevanza
tra i singoli operatori. Giustamente occorre combatterla. Reagan e la Thatcher
ritenevano che le ricette monetariste fossero le più efficaci. Cosa dicono
queste ricette? Si ispirano a quella corrente del pensiero economico che è il
monetarismo, il cui esponente più noto è tale Milton Friedman[2], e affermano
sostanzialmente che in un’economia l’inflazione dipende strettamente dalla
quantità di moneta circolante. Detto così magari non si capisce tanto. Io, di
solito, uso fare questo esempio, perché mi sembra che possa essere abbastanza
chiaro: a me la mattina piace acquistare diversi quotidiani (quando passo davanti
all’edicola ne compro dai 3 ai 5), però sono anche piuttosto sbadato e spesso
dimentico i soldi, che porto nei pantaloni e non nel portamonete, nei pantaloni
del giorno prima, per cui se non cambio i pantaloni compro i giornali, se li
cambio sono senza soldi. Comunque, mi capita di uscire con alcuni soldi in
tasca, con sole 10.000 lire, ovvero senza soldi e a seconda di quanti soldi ho
in tasca, compro 3 o 4 quotidiani, ne compro 1 solo, o non ne compro alcuno e
la mia decisione d’acquisto non dipende dal mio stipendio, dal mio reddito, da
quanto io guadagno, bensì solo da quanti soldi ho in tasca in quel momento.
Secondo i monetaristi, questo meccanismo vale per l’intera economia aggregata,
cioè a dire: tanto più denaro è presente in un’economia, che vuole dire in una
nazione, tanto più saranno finanziati acquisti, tanto più gli operatori
eserciteranno una domanda d’acquisto, di qualsiasi bene, dai giornali ai
microfoni, ecc… I monetaristi dicono, allora, che tanto più forte è la domanda,
tanto più la domanda si scaricherà sui prezzi, alzandoli. Voglio dire che se io
produttore vedo che v’è tanta gente che vuole comperare, come nell’esempio
delle arance, tendo ad alzare i prezzi; analogamente se vedo che la gente non
compra più tendo ad abbassare i prezzi per favorire gli acquisti. I monetaristi
dicono che se noi consentiamo che in un’economia vi sia in circolazione molta
moneta, noi consentiamo che la domanda di acquisti sia elevata e questo può
determinare un aumento dei prezzi. Viceversa se noi abbiamo già un’inflazione
alta, ovverosia i prezzi alti a causa del petrolio, e abbiamo come obiettivo
quello di abbassare l’inflazione e, se riusciamo, anche di abbassare in termini
assoluti i prezzi, dovremo fare il contrario: restringere la quantità di moneta
(per tornare all’esempio di partenza, togliere i soldi dalle tasche del
sottoscritto in modo tale che compri meno quotidiani). Ovverosia: togliere
denaro dal mercato in modo che la domanda di beni si abbassi. In ragione di
questa riduzione della domanda i produttori probabilmente tenderanno ad
abbassare i prezzi, per favorire un recupero della domanda e poter vendere,
collocare la loro offerta, la loro produzione e avremo, di conseguenza, una
riduzione di prezzi che compenserà l’aumento dei prezzi del petrolio e avremo
un’inflazione gestibile e che diminuisce. Questo modello dei monetaristi
dovrebbe ottenere la riduzione della domanda. In effetti loro proprio questo
desideravano; si parlava, a quel tempo, con estrema chiarezza, anche nelle
parole, di “raffreddamento della domanda”: noi dobbiamo invogliare la gente ad
acquistare di meno, perché raffreddando la domanda indurremo i produttori ad
abbassare i prezzi, che però poi significa anche a produrre di meno, perché se
vi sono meno acquisti abbasso sì i prezzi, ma a un certo punto produco anche di
meno, il che significa che mando a casa anche qualche operaio, perché non posso
tenermelo lì a pagarlo per fare niente.
Questo obiettivo venne perseguito con chiarezza e
puntuale precisione dai due governi di USA e UK e successivamente, di fatto, fu
anche imitato da tutti gli altri governi europei (penso che sia esperienza di
tutti noi la recessione degli anni ’80, che è durata per tutti gli anni ’90.
Con questa “intelligente” politica, composta con l’innovazione tecnologica che
v’è stata, che richiede meno persone per fare le stesse cose che si facevano
gli anni prima, grazie ai computer e quant’altro, noi abbiamo avuto tutti i
problemi di ristrutturazione, di ricollocazione delle persone, di
prepensionamenti, in Italia e in tutta l’Europa, ma anche negli Stati Uniti e
un po’ in tutto il mondo. Per cui la politica monetarista ha avuto come “costo
sociale” la disoccupazione, che noi tutt’ora scontiamo… Questo tipo di politica
doveva ridurre l’inflazione. Due tesi si scontravano a questo proposito e si
scontrano tutt’ora nel dibattito politico, anche se i nostri (tele)giornali ci
parlano dei “respiri” dell’una e dell’altra: vi sono coloro i quali dicono che
dobbiamo prestare attenzione a evitare surriscaldamenti inflazionistici e
dobbiamo avere politiche di strettezze creditizie, controlli stretti della
moneta e di controllo della domanda, mentre altri, invece, dicono di no e che
il prezzo di questa politica sarà sì il controllo dell’inflazione, ma, di
fatto, il prezzo del controllo dell’inflazione è la disoccupazione, la
recessione, ecc… ed è meglio adottare altra politica. Le due correnti di
pensiero sono, se pur semplificando in modo abbastanza violento, quella dei
monetaristi da una parte (che possiamo anche chiamare neo-liberisti,
neo-conservatori, ecc…) e quella dei neo o post-keynesiani[3].
I monetaristi dicevano, allora, che la politica
keynesiana che si è adottata dagli anni ’50 fino agli anni ’70 è andata bene
per un po’, ma in quel periodo si scontrava con l’inflazione del petrolio e, se
si fosse aumentata la domanda, si sarebbe prodotta solo nuova inflazione, e
dicevano che si doveva cambiare registro. Il registro fu cambiato, per diverse
ragioni, anche politiche; Reagan da una parte e la Thatcher dall’altra dissero:
noi dobbiamo avviare uno stretto controllo della moneta, per evitare
ripercussioni sull’inflazione, anzi per “addolcire” l’inflazione. Come si fa a
controllare la moneta? Vi sono tanti strumenti, ma alla fine si sintetizzano in
un risultato, che è sia strumento sia risultato di queste operazioni, che è
l’aumento dei tassi d’interesse. Se io per varie vie alzo i tassi d’interesse -
perché la Banca centrale alza il tasso di sconto, ovvero perché io, governo,
offro sul mercato i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT) e i Certificati di Credito
del Tesoro (CCT) - prometto un tasso d’interesse molto alto: se il BOT o il CCT
ha il 10% del tasso d’interesse e io, governo, decido che questa settimana li
vendo al 20% del tasso d’interesse, cosa succederà? Tutti gli altri che offrono
titoli a un tasso d’interesse, alzeranno anche loro il tasso d’interesse
promesso, perché altrimenti tutti comprano BOT e CCT e nessuno compera gli
altri. Per cui gli altri, pur di collocare la loro offerta, visto che anche
loro hanno bisogno e lavorano di questo, evidentemente promettono interessi più
alti -; quindi, una decisione del governo determina un innalzamento di tutta la
struttura dei tassi d’interesse di mercato. I governi inglese e americano
decisero di alzare i tassi d’interesse e questi balzarono da un giorno
all’altro, veramente, verso l’alto. Perché questo serve a raffreddare la
domanda e a ridurre la quantità di moneta? Se i tassi d’interesse diventano
improvvisamente più alti, io che ho denaro, prima probabilmente lo usavo per
comperare, per esercitare “domanda”; se adesso sono così alti, almeno una parte
di quel denaro lì, io la investo finanziariamente visto che si guadagna così
bene. Io che, invece, non ho denaro e desidero farmelo prestare per spenderlo
in progetti di investimento, in consumi, ecc… me ne farò prestare di meno visto
che è diventato così costoso. Per una via e per l’altra, con una tale
decisione, il governo riduce la quantità di denaro disponibile per finanziare
acquisti, per finanziare la domanda, che si riduce. La leva è alzare
violentemente il tasso d’interesse, per ridurre la quantità di moneta, per
combattere l’inflazione. Questo venne fatto e voi capite che se questo è fatto
in Inghilterra e negli Stati Uniti, poi Italia, Francia, Germania e Spagna lo
fanno a loro volta; perché? Pensate all’Italia di quel periodo, che aveva dei
deficit di bilancio abbastanza elevati; per finanziarli poteva alzare le tasse
(ma questo strumento è sempre piuttosto fastidioso), ovvero poteva chiedere
soldi a prestito ai cittadini italiani, con i BOT e i CCT. Se, però, il titolo
del tesoro americano promette il 15% e quello italiano promette il 10%, la
gente va ad acquistare quello americano e non quello italiano, visto che là si
guadagna di più; allora il governo italiano deve alzare il tasso d’interesse
del suo BOT allo stesso livello di quello americano e, probabilmente, ancora di
più, perché se io, che vivo nel periodo ’79-’80, guadagno la stessa cifra negli
Stati Uniti d’America e in Italia, probabilmente compero il titolo
statunitense, perché in America v’è una bella stabilità di governo, l’economia
più ricca del mondo e non v’è un presidente del partito di maggioranza, il
quale viene rapito e poi ammazzato dai terroristi, un governo che dura sei mesi
e poi è sostituito… L’instabilità politica in Italia, il fenomeno
Badermeinnhoff in Germania, ecc… in quel periodo determinavano un’incertezza
per cui i governi che non erano gli Stati Uniti e che non erano l’Inghilterra,
hanno dovuto imitare o addirittura superare i tassi di interesse di questi
Paesi, per poter collocare i loro titoli, che servivano per finanziare la spesa
pubblica, in ragione di queste decisioni anglo-americane.
Per cui la decisione di due Paesi è stata
trasmessa immediatamente a tutti gli altri. Tutti i tassi d’interesse volarono
verso l’alto. Perché ci interessa tutto questo? I Paesi del Sud dei quali noi
ci occupiamo si erano indebitati moltissimo dal ’73 in avanti, pagando tassi
d’interesse intorno al 5%. Con l’affermarsi delle politiche monetariste, i
tassi d’interesse volano oltre al 20%. Per i Paesi del Sud il tasso medio era
intorno al 25%, ma molto spesso ha toccato anche il 30%. Voi immaginate che
cosa vuol dire aver fatto dei programmi per finanziare un pagamento a degli
interessi al 5% su un debito che io ho assunto e che cosa significhi dovermi
trovare a pagare il 30%; v’è una certa differenza.Di più: v’è un fenomeno
importantissimo di quel periodo del ’79 ed è la scelta degli Stati Uniti di far
apprezzare il dollaro. L’apprezzamento di una moneta è il contrario di una
svalutazione, ovverosia è l’aumento di quella moneta rispetto alle altre
valute. Gli Stati Uniti erano e sono tutt’ora un Paese fortemente importatore:
importano molto più di quanto esportano. Il ragionamento dei governanti americani,
allora, era questo: noi abbiamo già l’inflazione che ci dà parecchio fastidio,
importiamo moltissimo, il costo delle importazioni è cresciuto in ragione
dell’aumento del prezzo del petrolio perché questo fa parte delle nostre
importazioni; tutto questo ci dà fastidio, per cui combattiamo l’inflazione coi
tassi d’interesse, ma vediamo se riusciamo a far crescere il valore del
dollaro, perché se il nostro dollaro cresce noi paghiamo meno le importazioni.
Mi spiego: un’auto italiana costa, per ipotesi, 200 milioni, oggi il dollaro
vale più o meno 2.000 lire, per comperare questa automobile occorrono 100.000
dollari.
Se io, Stati Uniti, riesco a far aumentare il
valore del dollaro, forse riesco a comprare l’auto con meno dollari. Se i miei
dollari li faccio passare a valere non più 2.000 lire, ma 4.000 lire, io cambio
i dollari in lire, perché l’auto italiana la pago sempre in lire, i 100.000
dollari che prima mi procuravano 200 milioni di lire ora mi fanno procurare 400
milioni di lire, per cui con gli stessi 100.000 dollari mi compro 2 automobili,
ovvero ne compro 1 con 50.000 dollari. Voi capite che per gli Stati Uniti,
avendo un forte fabbisogno di importazioni, avere un dollaro forte era
importante, perché si potevano comperare, a parità di dollari, più beni, ovvero
si compravano le stesse quantità, pagando meno dollari. Mai, purtroppo, venne
raggiunto un obiettivo di politica economica con così tanta efficacia; perché?
In realtà è sfuggita ai governanti americani questa situazione, nel senso che
loro volevano sì l’apprezzamento, ma non così virulento. Il dollaro passa, con
le lire italiane, da circa 600 lire fino a toccare le 2.200 lire, ovverosia
quadruplica il suo valore nel giro di un anno; nello stesso periodo, cioè
all’interno del periodo che va da fine ’78 a inizi ’80, raddoppia il suo valore
rispetto alla sterlina, al marco, al franco svizzero e alle valute più forti e
lo decuplica e più ancora rispetto alle valute del Sud. Con l’Italia, che non
aveva una valuta fortissima, il rapporto è stato di 1:4, con valute più deboli
di quella italiana è stato peggio ancora. Ora, voi immaginate che cosa questo
può essere costato ai Paesi del Sud. Perché? Perché la valuta internazionale
era il dollaro. I beni che venivano venduti sul mercato internazionale facevano
riferimento ai prezzi che avevano sul proprio mercato nazionale, ma il mercato
dei soldi, ovverosia il mercato finanziario (prestiti, debiti, crediti…) non è
che avesse un mercato nazionale di riferimento, era un mercato misurato
sostanzialmente in dollari. Questo significa che questi Paesi s’erano
indebitati in dollari, promettendo di pagare un certo tasso d’interesse, ma si
sono trovati dal 5% a dover pagare il 30%, inoltre si sono trovati ad avere lo
stesso debito misurato in dollari (non era cambiato il loro debito): un debito
che, misurato in valuta locale, era diventato enorme. Qui spiego sempre con
l’esempio della coppia che mette su casa. Se una delle nostre coppie prodigiose
ha questa intenzione, immaginiamo che voglia spendere 300 milioni. La zia di
uno dei due regala loro 100 milioni, per dar loro una mano e questi si recano
in banca a chiedere un prestito di 200 milioni. Guadagnano 2 milioni al mese a
testa, che vuol dire 48 milioni in due all’anno, il che può dare una certa
tranquillità. Dicono: prendiamo 200 milioni in prestito dalla banca, paghiamo
il 5% di tasso d’interesse, che vuol dire 10 milioni ogni anno, il mio reddito
serve a vivere, ecc…, mentre il tuo serve a pagare gli interessi e per
cominciare a restituire il capitale; facciamo l’operazione della nostra vita,
ringraziamo la zia, e ci siamo fatti la casa. Le cose magari vanno bene il
primo anno e poi immaginate che capiti quello che è capitato nel ’79, ovverosia
che i tassi d’interesse improvvisamente schizzino al 30%, la qual cosa non è
tanta piacevole, perché il 30% di 200 milioni è 60 milioni. Questo vuol dire
che lo stipendio di chi dei due doveva pagare gli interessi e restituire il
debito non è più sufficiente, ma non bastano neanche i due stipendi messi
insieme (48 milioni); è un gran pasticcio! È anche piuttosto perverso se uno
pensa che in realtà, in poco più di tre anni, con interessi di questo tipo,
loro pagano alla banca la stessa cifra che avevano contratto all’inizio come
capitale di debito, perché in un arco di tempo di tre anni, a colpi di 60
milioni all’anno, restituisco 180 milioni.
Noi, per “servire il debito”, come si dice,
abbiamo pagato i 180 milioni, ma abbiamo sempre questo debito di 200 milioni da
pagare ancora. Il servizio del debito sarebbero gli interessi più la rata di
restituzione periodica del capitale. Si dice “servire il debito” perché io per
poter mantenere in mano mia il capitale che ho ricevuto, devo fare il servizio
di pagare gli interessi e restituire una piccola quota ogni anno. Voi immaginate
se questa coppia avesse avuto la luminosa idea di prendere dollari anziché lire
(tante nostre famiglie hanno contratto un prestito in valuta diversa dalla lira
quando, prima del ’92, le nostre banche proponevano di fare i prestiti misurati
in ECU, l’attuale euro, che creò qualche imbarazzo. Perché? Immaginate che
capiti oggi quello che capitò 20 anni or sono, quando in un anno il dollaro
quadruplicò il suo valore rispetto alla lira…). Immaginate, quindi, che la
coppia sia andata in banca e abbia contratto un prestito di 200 milioni di
lire, ma con valuta in dollari, per cui sono stati dati loro 100.000 dollari.
Firmano e prendono i 100.000 dollari, li cambiano in lire, prendono 200
milioni, con i quali aggiunti a quelli della zia acquistano la casa e va tutto
bene. Arriva, poi, il 30% sui 100.000 dollari, la qual cosa è già sgradevole,
per cui la banca che prima chiedeva interessi per 5.000 dollari annui, ora
chiede il 30%, ovverosia 30.000 dollari e poiché ogni dollaro equivale a 2.000
lire, le dovevano essere corrisposti 60 milioni di lire, ovverosia 30 mila
dollari. L’anno dopo immaginate che capiti questa cosa “prodigiosa” per cui il
dollaro acquista 4 volte il valore che aveva prima e passa da 2.000 a 8.000
lire. Questo è piuttosto imbarazzante, perché non vi sono più soldi per pagare
alcunché.
Proviamo a effettuare i conti: il debito che noi
abbiamo è sempre di 100 mila dollari, però ognuno dei dollari che compongono
questo capitale va moltiplicato, ora, per 8.000 lire, quindi il prestito, ora,
corrisponde, misurato in lire, a 800 milioni. Quindi, questi hanno comprato una
casa da 300 milioni e si ritrovano con un debito di quasi 1 miliardo. Di più,
la cosa più “simpatica” di tutte è che gli interessi, che corrispondono, al
30%, sono sempre 30.000 dollari, perché sono il 30% di 100.000 dollari e la
banca non vuole un dollaro di più. Il problema è che le lire necessarie per
pagare quei 30.000 dollari adesso sono 8.000 per ognuno di quei 30.000,
ovverosia 240 milioni. Solo per pagare gli interessi, questa coppia deve pagare
una cifra più alta di tutto il capitale; deve vendere la casa per pagare gli
interessi di un anno, ma l’anno dopo hanno ancora 240 milioni da pagare. Questo
sembra un racconto di fantascienza, di fanta-politica, o di fanta-economia, ma
è esattamente quello che è successo tra il 1978 e il 1980 e dall’80 in avanti
ha continuato a succedere, perché i prezzi erano esposti in dollari. Non solo:
quando succedono questi avvenimenti nascono fenomeni di sfiducia delle valute
nazionali che si svalutano, per cui la svalutazione continua e diventa ancora
più veloce e più vigorosa; nascono fenomeni di iperinflazione all’interno del
Paese che subisce queste svalutazioni e queste creano ulteriori ingiustizie
sociali, fenomeni di mancanza di equità sul piano economico con conseguenti
grandi disastri. Per quanto ci interessa in relazione al debito, noi abbiamo
che questi governi si indebitarono con le banche internazionali, ossia con
soggetti privati, quando era conveniente indebitarsi, in teoria per effettuare
progetti interessanti per il proprio Paese: infrastrutture e altro. Dopodiché
si sono trovati con interessi aumentati violentemente, faticano, quindi, a
trovare le risorse per pagare gli interessi e, in aggiunta, si trovano con
l’esplosione del valore del debito in valuta locale, perché in termini di
dollari (valuta forte) il loro debito non è mutato, ma loro ricavano le risorse
per pagare il debito da quelle nazionali e queste non bastano più, perché,
espresso in valuta nazionale, il debito è letteralmente esploso. Per un po’ i
Paesi ce la fanno a pagare, svenandosi letteralmente, ma nell’estate del 1982
il Messico dichiara l’insolvenza. Il 1982 è la terza data importante nella
storia del debito, perché segna lo scoppio della crisi del debito internazionale.
I Paesi del Sud smettono di pagare, perché non ce la fanno più; non è
umanamente possibile pagare. Io dico sempre, un po’ scherzando, che quella
famiglia che si è indebitata e deve pagare 240 milioni di interesse non scappa
nemmeno, perché uno scappa quando prende i soldi e poi ha da guadagnare. Non
scappi perché è chiaro che nessuno di noi può pagare 240 milioni solo
d’interessi solo per essersi comprato un alloggio. Allora questi Paesi si
comportano nello stesso modo e dicono: noi non siamo più nelle condizioni di
pagare. Cosa succede a questo punto? V’è una grande preoccupazione nella
comunità internazionale, perché la grande comunità del Nord dice: se le grandi
banche internazionali si trovano in questa situazione, per noi diventa
sgradevole perché se a loro mancano gli afflussi di denaro che arrivano dai
pagamenti periodici che i debitori devono versare, vuol dire che non avranno il
denaro per pagare i pagamenti che noi chiediamo loro di fare da noi. Le grandi
banche internazionali erano quelle in cui qualunque azienda del Nord, ma anche
noi e le nostre famiglie, avevamo i nostri conti. Se noi diciamo alla nostra
banca di pagare una bolletta e la nostra banca non esegue l’ordine, a noi dà
fastidio, perché il servizio per cui paghiamo la bolletta dopo un po’ ci viene
tolto e noi ci chiediamo il motivo, visto che al pagamento avrebbe dovuto
pensarci la banca.
Se continuasse a succedere su cifre più grandi e
noi fossimo correntisti di una banca piccolina, cominceremmo a pensare che
quella banca non ha i soldi, allora ritireremmo tutti quello che abbiamo da
quella banca per andare a metterlo da un’altra parte, perché non avremmo più
fiducia nella capacità di questa banca di sostenere i pagamenti che deve
effettuare. Il timore era che si creasse un fenomeno analogo nel Nord del
mondo. Ovverosia: le banche internazionali non avevano le rimesse che avrebbero
dovuto arrivare dal Sud (gli incassi) e così si trovavano a non aver denaro per
finanziare i pagamenti che noi al Nord chiedevamo di effettuare; un’impresa
chiedeva alla banca di pagare le commesse a un’altra impresa, ecc…, ma se la
banca non pagava, l’impresa intermedia non forniva più la prima, che non poteva
più produrre fisicamente quello che produceva, non poteva venderlo, non aveva i
soldi per pagare gli operai e succede un gran pasticcio. La crisi del ’29 fu di
questo tipo, vale a dire una crisi di fiducia nel sistema bancario: la gente
cominciò a temere che le banche non fossero più in grado di onorare i pagamenti
e si formarono proprio delle file fuori dagli sportelli, lungo le strade, di
persone e di famiglie che andavano a ritirare tutti i propri risparmi per paura
di perderli, per paura che le banche non avessero più capacità di pagamento, di
solvenza. Se v’era rischio che si determinasse la crisi, essa, con questo
sistema, si determinò con certezza, perché le banche, a quel punto,
effettivamente non ebbero più una lira, perché tutti ritirarono i capitali e
scoppiò la grandissima e gravissima crisi del ’29, che determinò conseguenze in
tutto il mondo, anche di natura politica piuttosto grave, come è capitato in
Germania con l’ascesa al potere di Hitler.
Il timore fu quello che capitasse qualcosa di
simile anche con questa situazione di crisi per il debito internazionale. I
governi del Nord, allora – così vediamo che entra in scena un attore
importantissimo e fondamentale -, dissero: noi non possiamo permetterci una
situazione rischiosa di questo tipo, interveniamo; tutti insieme andiamo dai
debitori, convocandoli uno a uno, e si dice a ciascuno: tu sei un bambino un
po’ discolo perché non hai pagato, questa situazione del dollaro che si è
ipervalutato non centra niente, conta che tu non hai pagato e […] vogliamo
darti una nuova opportunità. Questa è che noi ti diamo delle nuove scadenze,
così ti diamo più tempo e ti diamo anche dei denari, perché tu non ce la fai.
Ti diamo, così, dei nuovi prestiti, tu, però, devi dimostrare di avere buona
volontà e devi mettere in pratica le politiche che noi ti suggeriamo, che si
chiamano politiche di aggiustamento strutturale (che sono state la calamità del
Sud del mondo negli ultimi 20 anni e a proposito delle quali vi sono persone
che hanno gravissime responsabilità personali, etiche, morali), cosicché se tu
le metti in pratica, allora noi ti diamo dei soldi, diciamo al Fondo Monetario
Internazionale (FMI) e alla Banca Mondiale (BM)[4], che vi diano dei soldi. Con
questi voi potete sanare la vostra situazione, potete risolvere la vostra
situazione di liquidità. Cosa capitò? Capitò che questo afflusso di denaro da
creditori pubblici (perché erano i governi e FMI e BM, che pubblici creditori
sono) misero i Paesi del Sud nelle condizioni di sanare il loro conto con le
banche. Il debito originariamente s’era creato verso creditori privati: i
governi dei Paesi del Sud erano debitori verso soggetti privati (le grandi
banche internazionali); con questo processo per affrontare e risolvere la crisi
dell’82 - che non fu risolta – i denari dovuti alle banche private vennero
pagati, perché arrivarono nuovi finanziamenti generati dai soggetti pubblici,
per cui il debito dei governi del Sud, da debito verso soggetti privati è
diventato debito verso soggetti pubblici, verso i governi del Nord, verso di
noi (noi siamo azionisti del nostro governo, siamo cittadini di questo Paese).
Oggi i Paesi a medio reddito, quelli che non hanno un debito così terribile,
magari forte ma non impagabile, hanno debiti verso governi e verso FMI e BM e
verso banche private; i Paesi che hanno un debito letteralmente impagabile, che
hanno condizioni economiche e sociali più gravose al loro interno, hanno debiti
esclusivamente verso i governi e le banche pubbliche. Esemplifichiamo con due
Paesi con i quali acquisiremo un po’ di dimestichezza e che sono la Guinea e lo
Zambia. Questi hanno rispettivamente il 97% e il 98% del loro debito estero
verso soggetti pubblici, più o meno 50% verso FMI e BM e 50% verso governi del
Nord. Per cui per i Paesi dove la situazione è più grave, oggi il debito è
verso governi, o verso BM e FMI. Una piccola parentesi prima di concludere e
dare spazio alle domande bisogna dedicarla alle politiche di aggiustamento
strutturale, altrimenti non si capisce il motivo per cui ho usato un giudizio
così severo. Prima, però, un’ulteriore parentesi: le colpe di questa
esposizione. Dal racconto che ho fatto emerge in modo abbastanza trasparente
che, almeno secondo la mia opinione, la responsabilità grave della situazione
in cui oggi ci troviamo sta in decisioni che sono state prese al Nord e per via
politica. Io non sono convinto che Reagan e la Thatcher desiderassero con ferma
e fredda volontà la morte dei Paesi del Sud; io penso, più serenamente e
semplicemente, che non vi pensassero nemmeno: non v’era la minima
considerazione del fatto che questa decisione avrebbe potuto determinare conseguenze
così gravi al Sud del mondo, però quando uno compie un’azione così importante e
così grave, anche nel senso latino del termine, così pesante senza rendersi
conto delle conseguenze che ha, non è che solo per questo può non essere
considerato responsabile delle conseguenze che sono nate, in termini oggettivi.
Io penso che la responsabilità stia al Nord e in
modo clamoroso, se non altro perché nessuno al Nord, nella comunità politica,
anche nel nostro Paese, ha alzato il dito per dire: guardate che se facciamo
questo al Sud potrebbe capitare qualcosa di piuttosto grave; nessuno l’ha detto
e questo è un fatto purtroppo indubitabile, ma del quale bisogna tenere conto.
Vi sono state, certo, anche altre cause che hanno aggravato il fenomeno: per
esempio il cattivo uso del denaro preso in prestito dai Paesi del Sud; sappiamo
tutti che alcune, non tutte, elites del Sud del mondo lo hanno usato male.
Mobutu, il quale era un uomo di una certa disinvoltura, ha abbellito la Costa
Azzurra di bellissime ville, meravigliose, prodigiose, costruite a suo nome, di
sua proprietà, con i soldi che ha preso in prestito dalle banche del Nord
firmando, però, a nome dei cittadini del suo Paese (l’ex-Zaire, l’attuale
Repubblica Democratica del Congo), i quali, oggi, pagano il debito, gli
interessi sul debito, soldi, che non hanno mai visto e che sono stati usati dal
loro dittatore per farsi i fatti suoi, al Nord del mondo. Spesso questi soldi
sono stati usati per comperare armi, ad esempio, anziché per realizzare
progetti utili alla gente; di esempi così ve ne sono tanti. Io dico sempre che
vi sono stati dei governi corrotti al Sud del mondo e che occorre punirli, però
è altresì vero che la corruzione si compie in due: il corrotto e il corruttore.
Non vi sono fabbriche di armi al Sud del mondo, nemmeno una, mentre sono,
invece, al Nord del mondo.
Noi, allora, possiamo anche scandalizzarci che vi
siano presidenti del consiglio del Sud che hanno acquistato armi con soldi, che
viceversa avrebbero dovuto utilizzare a fin di bene per la propria popolazione,
però v’è qualcuno che le ha vendute, siamo stati noi a vendere quelle armi a
loro e visto che noi sappiamo bene che se uno ci ordina un carro armato
difficilmente lo usa per fare panini o per costruire autostrade, ecc… tutto questo
scandalo nei confronti del Sud del mondo va composto ed equilibrato con un po’
di perplessità nei confronti dell’atteggiamento complessivo che il Nord del
mondo ha avuto, non solo per via politica delle decisioni neo-liberiste, ma
anche per queste scelte di, diciamo così, “politica industriale”. Veniamo alla
parentesi sull’aggiustamento strutturale, che è, sostanzialmente, un complesso
di interventi, di ricette politiche, di politiche economiche, in particolare,
improntate al liberismo di una certa consistenza, se non sfrenato. L’idea è che
qualunque intervento che alteri i normali meccanismi, le normali dinamiche di
mercato, di fatto altera l’efficienza che il mercato stesso nella sua autonomia
determina. Se noi consentiamo che lo stato entri nella dinamica di mercato, noi
abbiamo una distribuzione, allocazione delle risorse, un livellamento dei
prezzi, un livellamento dei redditi degli operatori del mercato che non è il
migliore, anzi facciamo delle cose che a lungo andare si pagano, mentre noi
dobbiamo lasciare che sia il mercato a giocare nella sua completa libertà,
perché solo così si determina sviluppo. Noi possiamo, forse, sostenere che
abbiamo una struttura statale molto pesante e che possa tendere a non essere
molto efficiente. Il dipendente pubblico, per definizione meridionale, se siamo
in Italia, pigro, sta alla sua scrivania per telefonare al coniuge, agli amici,
ecc… e non certo per lavorare ed è tranquillo e sicuro, perché nessuno lo
licenzierà mai. È anche possibile che lavori e produca meno, a parità di
stipendio o reddito, del sano popolo delle partite I.V.A. del nord, della
Brianza, piuttosto che del nord-est o del basso Piemonte, che, invece, dovendo
lavorare sul proprio, corre come un disperato e produce, produce, produce,
dimenticandosi forse anche della moglie, ma produce e produce ancora. Non v’è
dubbio che il secondo produce più del primo, anche se non è detto che sia la
regola; penso che ciascuno di noi conosca diversi dipendenti pubblici italiani,
che lavorano come dei matti, che sono pagati anche molto poco e che fanno un
servizio prezioso, dai carabinieri ai poliziotti e ai giudici, che hanno
lasciato la pelle sulle strade per tutelare la nostra sicurezza e la nostra
democrazia (bisogna anche dirle queste cose a coloro i quali dicono che il
“pubblico” è una cosa che fa male e che altera la vita civile), agli
insegnanti, ecc…; quando, poi, dal punto di vista etico non è che il mondo
dell’imprenditoria privata, viceversa, abbia prodotto sempre dei modelli. Se
noi, quindi, esprimiamo la considerazione che forse noi abbiamo una struttura
pubblica pesante e sarebbe bene alleggerirla, possiamo dire una cosa che in
Italia è anche sostenibile e, allora, magari cerchiamo di liberalizzare un po’
di più l’impianto generale. Se noi mandiamo a casa qualche dipendente pubblico,
o diamo loro qualche protezione in meno, in Italia colui il quale è mandato a
casa tendenzialmente la sera e per un po’ di giorni mangia, anche da qualche
parente, perché una casa la trova e poi troverà anche un lavoro, magari in nero
ma lo trova. Se, viceversa, noi andiamo in Guinea e andiamo al Ministero delle
Finanze a parlare con i responsabili per capire a quanto ammonta il debito, per
esempio, v’è tutta una pletora di fattorini, di custodi, di bidelli, di persone
che stanno nell’atrio, povero in apparenza e struttura, tecnicamente a non fare
molto. Non v’è dubbio che gli stipendi pagati a queste persone, forse,
potrebbero essere spesi meglio, secondo un approccio più liberista.
Queste persone, invero, fanno un servizio
bellissimo, perché vi sono tre o quattro che ti chiedono subito cosa vuoi, ecc…
dopodiché passano la giornata con te, accompagnandoti negli uffici così che tu
non devi cercare e chiedere, come in Italia che chiedi dov’è l’ufficio
informazioni e ti rispondono: non so, si rivolga all’ufficio informazioni. Non
v’è dubbio, allora, che forse si potrebbero fare delle cose più produttive, che
creerebbero a loro volta altre cose, però se noi mandiamo a casa una di quelle
persone, bisogna pensare che quel ragazzo mantiene, a un livello di
sussistenza, qualche volta al di sotto del reale fabbisogno alimentare, la sua
famiglia, composta non da 2, 3, o 4 persone, ma da 30 persone, anche perché
spesso arrivano i cugini dal villaggio, perché finalmente v’è uno stipendio,
v’è qualcuno che si è “sistemato” e vivono con lui. Io non dico che questo sia
un modello bellissimo, perché certo bisognerebbe migliorarlo, però se noi
mandiamo a casa quella persona condanniamo ad andare immediatamente sotto la
soglia di sussistenza 30 persone. Allora, mandare a casa centinaia di persone
da un giorno all’altro come è stato imposto di fare ai governi del Sud ha
significato in qualche Paese condannare alla soglia della fame migliaia di
persone. V’è poi la politica dei dazi: se noi abbiamo un’industria nazionale
che non è molto efficiente e che produce, per esempio, microfoni a 100 lire
l’uno, quando l’industria straniera li produce a 70 lire l’uno, se lasciamo le
cose come stanno avremo che noi nostri mercati arriveranno i microfoni stranieri
e tutti li compreranno (togliete l’esempio dei microfoni e sostituitelo con il
grano, o con altro bene che serva per vivere e avrete una cosa più concreta).
Il nostro governo, attento, dice: mettiamo un
dazio, ossia una tassa sulle importazioni. Nell’esempio del microfono straniero
applichiamo un dazio di 40 lire. Nel nostro mercato avremo, allora, il nostro
microfono a 100 lire e quello straniero a 110 lire (70+40). Quale comprerà la
gente? Un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, perché 10 lire di differenza non
sono molte. Arrivano i soloni del Fondo Monetario Internazionale e dicono: devi
effettuare l’aggiustamento strutturale, devi liberalizzare la tua economia,
devi licenziare i dipendenti pubblici, devi togliere tutti i dazi, da un giorno
all’altro. Io per primo dico che se il nostro microfono costa 100 lire, noi non
riusciremo mai venderlo fuori dai confini nazionali e non è nemmeno
intelligente far pagare ai nostri cittadini 100 lire, quando è possibile farli
pagare solo 70 lire, visto che v’è qualcuno che è capace a produrlo a questo
prezzo; dunque cerchiamo di imparare anche noi la maniera di produrre i
microfoni a 70 lire. Come si fa? Forse la ragione per cui i nostri microfoni
costano 100 lire è che costa trasportarli dal luogo in cui sono prodotti alla
capitale, perché non abbiamo una buona strada, né un buon sistema di trasporti.
Allora, io governo, eseguo un bell’impianto di trasporti, una bella strada,
cosicché il trasporto costi meno e i nostri microfoni possono cominciare ad
avere come prezzo finale non più 100, ma 90 lire; poi cerchiamo di studiare
altre migliorie e pian piano il loro prezzo potrebbe anche scendere.
Gradualmente posso togliere il dazio in modo che nel mio mercato vi sia la
libera concorrenza tra i prodotti nazionali a 70 lire e quelli esteri a 70
lire. Questo va benissimo, ma occorre un attimo di gradualità. Arrivano,
invece, quelli del FMI e dicono: no, la cosa deve essere fatta immediatamente,
perché se non lo fai io smetto di comprare. Qual era la leva che aveva la comunità
del Nord e che ha tutt’ora nei confronti dei Paesi del Sud? I Paesi del Sud
hanno un disperato fabbisogno di quella poca valuta straniera, che arriva loro
da quelle poche esportazioni che riescono a vendere al Nord. Questi sono di
fatto diktat politici che la comunità del Nord impone a quella del Sud: ti dò
un nuovo finanziamento se fai i lavori di aggiustamenti strutturali, ma allo
stesso tempo continuo a comprare i tuoi beni solo se fai la politica di
aggiustamento strutturale. Questi Paesi, pur di riuscire a collocare la loro
esportazione dicono di sì e fanno qualunque cosa. Dicono: abrogate il dazio,
allora abroghiamo il dazio da un giorno all’altro. Cosa succede? È semplice: il
nostro microfono sul nostro mercato costa 100 lire, ma adesso sul nostro mercato
è presente anche il microfono straniero, che costa 70 lire; voi cosa comprate
quando la differenza è di 30 lire? Comperate quello da 70, è ovvio. Per un po’
di anni il microfono da 70 lire sbanca il mercato e dopo un poco la nostra
azienda nazionale che produce microfoni chiude, perché non vende più alcunché e
non riuscendo più a vendere chiude e manda a casa gli operai, ma a questo punto
che cosa capita? Che cosa non hanno previsto quei soloni del FMI? Una cosa
assolutamente naturale, ovverosia che dopo due o tre anni l’industria straniera
che veniva da noi a venderci i microfoni se ne va, perché non v’è più qualcuno
che compra, nemmeno i microfoni a 70, perché non vi sono più i redditi per
comperare, perché, sostituite ai microfoni i prodotti di consumo, quel poco di
industria nazionale che noi avevamo nel nostro Paese del Sud è morta, è stata
uccisa da questi interventi drastici che dovevano renderla più efficiente (ma
di fatto era troppo vulnerabile per poter avere una cura così violenta) ed essendo
morta non distribuisce redditi, perché non distribuisce stipendi ai suoi ex
occupati, dipendenti.
Allora, non vi sono redditi disponibili per
acquistare alcunché e il mercato, laddove cominciava a esserci nei Paesi del
Sud, è morto. È la storia di diverse aziende del Nord, anche italiane, che sono
entrate per quattro, cinque, sei, dieci anni nei Paesi del Sud, in Africa in
modo particolare, negli anni recenti e poi se ne sono andate, perché non v’era
più alcunché da vendere. Sempre per stare nei due Paesi Guinea e Zambia, v’era
una filiale della FIAT in Zambia e ora non più, l’hanno tolta quattro anni fa,
perché non v’è più alcunché da vendere. Questo tipo di politica, allora,
anziché migliorare le condizioni economiche le ha peggiorate. È stata imposta in
modo assolutamente ideologico, cioè a dire che la verità è questa: non può che
esserci successo se è presente una liberalizzazione estrema del mercato, non è
questa politica che dev’essere adattata, ma siete voi che dovete adattarvi a
questa politica. Chiunque abbia una qualche dimestichezza con quello che è la
politica capisce che questa è una sciocchezza colossale; il problema è che
veniva detto dalla BM e FMI e quindi “bisogna levarsi il cappello, inchinarsi,
perché è il tempio della cultura economica”. Dal 1978 a oggi le condizioni
sociali dei Paesi del Sud sono di fatto peggiorate. Se guardiamo i numeri
totali, le medie nazionali, spesso vediamo dei miglioramenti, ma le medie
nazionali nascondono il fatto che v’è un’élite che sta sempre meglio e una maggioranza
di popolazione che sta sempre drammaticamente peggio, a causa dell’imposizione
di queste politiche di aggiustamento strutturale, che hanno letteralmente
ucciso ciò che di positivo stava verificandosi. Di fronte a questa situazione,
noi abbiamo Paesi, come capita nella fascia sub-sahariana dell’Africa, che ogni
anno pagano, per il servizio del debito, di interessi cifre, più o meno, 4 – 5
volte superiori alle cifre che riescono a destinare per la spesa sociale
(scuole, ospedali).
Non riescono a pagare la restituzione del debito
perché è troppo grande, perché anche qui è la stessa cosa delle esportazioni e
delle politiche di aggiustamento strutturale: se non paghi gli interessi, io
non ti dò più una mano e non ti compero più alcunché e allora questi, come
orologi svizzeri, pagano almeno gli interessi. In modo particolare l’esempio
clamoroso è quello della fascia sub-sahariana. Stiamo parlando di Paesi in cui
il tasso di analfabetismo adulto può essere superiore al 50%, di Paesi in cui
la frequenza scolastica, dai 6 ai 10 anni, può essere “tranquillamente”
inferiore al 50%, stiamo parlando di Paesi in cui la mortalità infantile entro
il quinto anno d’età può essere “tranquillamente” superiore al 20%, ovverosia
dove un bambino su cinque non raggiunge i 5 anni. In Zambia l’età media è 40
anni, per cui noi tutti che abbiamo più di 40 anni siamo vivi, perché siamo in
Italia, fossimo in Zambia no! In Paesi con condizioni sociali come quelle qui
descritte, questi signori pagano a noi gli interessi, anziché fare presidi
sanitari, scuole, ecc… Ora, badate bene, non è che si muoia di tumori, di morbi
incurabili, bensì di infezioni che con un po’ di pellicilina si curano, si
muore perché non v’è l’antibiotico, l’aspirina, perché mancano quelle cose che
noi non chiediamo nemmeno più al medico di prescriverci perché andiamo in
farmacia direttamente sapendo già quello di cui abbiamo bisogno. Qualcuno di
voi avrà visto una bel reportage, trasmesso un mercoledì sera tarda su Rai 3,
dove un giornalista era andato a verificare le condizioni in Tanzania e aveva
visitato l’interno di un ospedale, in condizioni un po’ impressionanti. Vide un
bambino sotto una sorta di tenda e chiese di cosa si trattasse. La risposta fu:
lì v’è un bambino, il quale ha tutta la pelle del corpo ustionata, perché gli
si è rovesciata la pentola d’acqua bollente addosso, per cui è tutto ustionato,
gravemente, e non abbiamo le medicine per curarlo, perché non abbiamo i soldi;
allora, l’unica cosa che possiamo fare è l’aver fatto con alcuni rametti di
legno un piccolo telaio, dove abbiamo messo degli stracci e degli asciugamani
sopra, un lenzuolo, in modo tale che almeno non vadano le mosche, attirate
dalla pelle in quelle condizioni, a toccargli la pelle, la qual cosa lo farebbe
stare ancora peggio di quello che è già. Il ragazzo è abbastanza forte e forse
si salva, se è robusto supera la crisi, altrimenti non ce la farà. Il
giornalista è stato un po’ impressionato da questo, perché evidentemente i casi
umani ti toccano e quando raggiunse la capitale andò in farmacia e comprò le
medicine che si era fatto prescrivere dal medico di quel presidio sanitario e
verificò che costavano 28.000 lire (voi sapete quanto costa andare a mangiare
una pizza), le affidò a un corriere di fortuna, che a volte, nei Paesi del Sud
sono anche “simpatici” nei mezzi di trasporto che hanno e qualche tempo dopo,
tornato in Europa, ha ricevuto la lettera dal medico, il quale gli scriveva che
le medicine erano arrivate, per fortuna, in tempo e che il bambino s’era
salvato e che stava bene. Sono Paesi nei quali una vita si salva o si perde per
28.000 lire. Io faccio sempre questo esempio: da noi, se vediamo uno per
strada, un barbone, un marocchino, non importa chi, non sappiamo come si chiama
e da dove arrivi, e vediamo che sta male, chiamiamo l’ambulanza e viene portato
al pronto soccorso;
se il medico al pronto soccorso valuta che ha
bisogno di una T.A.C., gliela fa, anche se in ospedale costa parecchio, intorno
ai 2 – 3 milioni, ma la esegue e nessuno gli chiede come si chiama: se v’è
bisogno si fa e io, personalmente, sono fiero di vivere in un Paese, dove si fa
così, mentre negli Stati Uniti, viceversa, di fronte ai quali io riverisco ogni
mattina per il Piano Marshall e un po’ meno per le cose che capitano adesso, se
uno non ha la carta della previdenza privata che si è pagato lo lasciano lì,
perché non hanno l’obbligo di raccoglierlo, a meno che non sia un ospedale
pubblico, che, però, copre solo il 10% del fabbisogno della popolazione, per
cui ti può capitare di rimanere per strada. Là si trattava di 28.000 lire, non
una T.A.C., sono proprio poche per noi. Se vi sono, allora, dei Paesi in questa
condizione, che pagano gli interessi a noi e per pagare gli interessi a noi,
non hanno le 28.000 lire per salvare delle vite umane, io credo che noi non
possiamo non rimanere provocati da questa situazione, non solo come cristiani,
ma come uomini, come cittadini di questo Paese che ogni anno si incassa 1.000
miliardi di lire per gli interessi. Quali sono le vie? Che cosa capita? In ragione
di questa situazione, è da tempo esistente una rete internazionale che fa
pressione, che denuncia, che fa i calcoli del debito e quant’altro. Questa rete
ha avuto una visibilità molto più consistente da quando il Papa, nel lanciare
il Giubileo, ha proposto nella “Tertio millennio adveniente” il tema del debito
estero dei Paesi poveri, come uno dei temi che provocano l’umanità nell’entrare
nel nuovo millennio, in sintonia con quanto afferma il Levitico: dare una nuova
opportunità, dare partenza nuova a queste popolazioni che una nuova opportunità
non hanno, non solo cancellare i debiti. Quando uno ha un tale debito è in
condizioni di schiavitù, perché nessuno può svilupparsi se non ha la cultura
per costruire qualcosa, se non ha l’istruzione minima, se non ha una formazione
professionale e, soprattutto, se non ha la vita, perché se muore prima…
La comunità internazionale sta rispondendo con
grande lentezza, ma finalmente con attenzione a questo discorso. Pensate che la
Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, nell’ultima riunione di
Washington, di qualche mese fa, hanno finalmente e clamorosamente deciso di
concludere l’esperienza dell’aggiustamento strutturale e di chiamare
l’approccio che verrà proposto d’ora in poi ai Paesi del Sud: approccio della
crescita (economica) e della riduzione della povertà. Per ora sono parole,
ancora, bisogna vedere se alle parole corrisponderanno i fatti, ma in politica
le parole sono fatti importanti, per cui è importantissimo questo cambiamento
di linguaggio. Vi sono altri segnali da parte dei governi e anche di una certa
consistenza; piano piano si sta andando avanti. Le proposte che il mondo della
solidarietà internazionale propone a tale riguardo sono fondamentalmente quelle
che per altro sono contenute anche nella Campagna che la Chiesa italiana ha
lanciato qui da noi, ovverosia quella di chiedere senz’altro ai governi le
cancellazioni, ma di chiedere anche che ad ogni azione di cancellazione si
unisca un’azione di riduzione della povertà. Se noi cancelliamo il debito e poi
il governo si compra tre carri armati in più, o i diamanti per la moglie del
presidente del consiglio, che si tenessero pure il debito, perché la questione
è di cambiare le condizioni sociali ed economiche. Quindi: usare i soldi che
non si pagano più per gli interessi, per progetti di sviluppo. Si richiede in
modo anche abbastanza esigente il coinvolgimento della società civile locale
della popolazione dei Paesi debitori a decidere di come usare questo denaro. Il
governo, se v’è la cancellazione, non deve pagare più gli interessi, quei soldi
li deve usare per finanziare la lotta contro la povertà: decidiamo con la
popolazione, con la società civile come utilizzare effettivamente questo
denaro. Non v’è reale riduzione della povertà, se non v’è, insieme, crescita
della democrazia, intendendo per democrazia la partecipazione alle decisioni
delle cose che mi riguardano. Piccoli passi si stanno facendo in questa
direzione. Nella proposta della C.E.I. (avrete sentito parlare dell’operazione
di conversione del debito, quella di cui io sono il responsabile) v’è un
modello di questo tipo: noi chiediamo al governo italiano di cancellare il
debito; se non si cancella il debito gli si dice che non siamo più disponibili
a vestire questa giacca di cittadini di un Paese che incassa soldi per
interessi da popolazioni nelle condizioni descritte, allora, piuttosto, lo
paghiamo noi, a un prezzo più basso del valore nominale e vogliamo, però, la
cancellazione totale. In cambio di questo chiediamo al governo locale che metta
in un fondo di contropartita, su un conto, più o meno lo stesso ammontare che
noi abbiamo pagato in Italia, però lo metta nella propria valuta e creiamo un
comitato che gestisce questo fondo di contropartita, costituito da alcuni di
noi (per un evidente dovere di rendiconto, tanto più anche in ragione delle
notizie che ogni tanto si sentono al telegiornale, vere o non vere, ma che
danno immagini sempre piuttosto imbarazzanti), ma soprattutto dalle persone
della società civile locale, dalla Chiesa locale, ma non solo, visto che questa
non è un’operazione per far Chiesa, bensì per fare cose per la gente (strade,
scuole, ospedali e quant’altro…). Il comitato, così costituito, decide come
utilizzare questo denaro. In tal modo noi dovremmo riuscire a determinare un
modello che ottenga le tre domande che si fanno: la cancellazione, il portare a
beneficio della lotta contro la povertà le risorse che si liberano dalla
cancellazione e far partecipare la società civile, controllando anche come
vengono utilizzati i soldi, nel senso che è questo comitato che decide e,
quindi, non è che sia destinato a non si sa chi, o a governi che potrebbero
essere tentati di utilizzarli in altro modo.
La storia del debito è stata descritta, le
categorie sono emerse, penso che adesso sia chiaro chi deve soldi a chi. I
meccanismi d’uscita possono essere quelli della cancellazione, nuda e cruda,
possono essere quelli della conversione, soprattutto per i Paesi che hanno
qualche mezzo in più, come quello che vi ho descritto prima. Il dibattito è in
corso. Penso che la scommessa davanti a noi sia non solo, o non tanto quella di
restituire dignità ai nostri fratelli e amici del Sud, perché vivere nelle
condizioni che ho descritto prima, forse non è tanto dignitoso, ma anche di chiedere
a loro di darci una mano a che sia restituita a noi un po’ di dignità, perché
vivere nei panni di cittadini che incassano tutti questi soldi, vivendo noi
nelle condizioni in cui noi sappiamo e nelle condizioni in cui sappiamo vivere
loro, credo francamente che sia una vita piuttosto priva di dignità.
Greenspann[5] quanto incide? In questo momento poco. Dipende da quali Paesi
prendiamo in considerazione; se parliamo di Paesi, e sono la maggioranza, più
poveri, prendendo l’accezione “povero” nel senso tecnico economico, ovverosia
con minor reddito, come sono fondamentalmente i Paesi dell’Africa, alcuni Paesi
dell’America, in modo particolare di quella centrale, come Haiti, Nicaragua,
Honduras, Guatemala, ecc… e alcuni Paesi del sud-est asiatico, come il Vietnam
e qualche altro, la decisione di Greensmann incide relativamente poco, perché
di fatto il debito di cui stiamo parlando è antico, non vi sono state grosse
erogazioni recenti e viene amministrato, soprattutto oggi, per via politica,
cioè con decisioni politiche: cancelliamo, non cancelliamo, per cui l’influenza
è più contenuta.
Un certo rilievo, viceversa ha, sui Paesi,
cosiddetti, a medio reddito, cioè Paesi come il Perù, l’Argentina, il Cile, il
Brasile, che ha un debito molto pesante in proporzione a Paesi come la
Thailandia, l’Indonesia, ecc…, che hanno un potenziale economico di molta
maggiore consistenza, soprattutto un potenziale industriale, e che hanno una
componente di debito anche verso le banche, verso il mondo privato, proprio per
questa maggior capacità di pagamento. Allora. Qui sì che v’è uno stock di
debito che risente degli andamenti internazionali. Infatti, una preoccupazione
che oggi esiste è che non si avvii oggi nuovamente un percorso analogo a quello
del ’79, con questo leggero ma continuo riapprezzamento, che il dollaro ha
sull’euro e sulle altre valute, con questi interventi, per quanto abbastanza
cauti della Federal Reserve, il cui approccio risente un po’ della cultura
monetarista, ma è estremamente più cauto in ogni caso oggi rispetto a quello
che fu vent’anni fa. È un problema aperto. Comunque, ripeto, sui più
indebitati, sui più poveri anche oggi si ragiona soprattutto per via politica,
per cui l’influenza è relativamente poco rilevante. È rilevante sui nuovi
prestiti, perché non v’è dubbio alcuno che nel momento in cui noi cancelliamo
questo debito, se riusciamo a cancellarlo, poi a questi Paesi bisogna elargire
nuovo denaro, perché nessuno riesce a investire, a creare se non dispone di
risorse finanziarie. Il mercato finanziario, anzi, è uno strumento per rendere
più democratica l’economia. Se non esistesse il mercato finanziario, uno riesce
ad avviare un’attività economica solo se è già ricco di famiglia, perché per
comprare un trattore, se uno decide di fare il contadino domattina, se non v’è
mercato finanziario lo può fare solo se ha già i soldi, invece il mercato
finanziario consente, a chi i soldi non li ha e non è ricco di famiglia, di
andare in banca e dire: io penso di prendere quella terra lì, di comprarmi un
trattore, ecc… e di guadagnare vendendo il prodotto che ho coltivato; mi dai
una mano? Tu, banca, se ti piace la mia idea scommetti con me sulla mia idea
(questo è esattamente il mestiere delle banche) per cui mi dai i finanziamenti,
li uso per comprare il trattore, affittare la terra, dopodiché dai proventi che
ho con il mio lavoro, dalla vendita dei prodotti che produco, realizzo,
coltivo, pago i costi di gestione, pago me e restituisco il debito e impiego,
ovviamente, uno, tre, dieci, vent’anni per la restituzione dello stesso, però i
soldi per comprare il trattore li ho bisogno subito, non posso acquistarlo a
rate e in questo caso è come se avessi esattamente acceso un debito con la
banca e pago il valore poco per volta. Per cui il mercato finanziario serve a questo.
Anche con i Paesi del Sud: se noi riusciamo a ottenere la sanatoria della
situazione attuale, soprattutto per via politica, perché si riconosca che
questo debito è già stato pagato, come diremo in seguito, però, poi, se
dobbiamo costruire strade, avviare iniziative, ecc… ci vogliono soldi, perché
queste costano. Il problema è, tuttavia, prestare soldi, accendere dei prestiti
da parte di questi Paesi sulla base di progetti credibili, dati in modo che i
progetti siano sostenibili non solo perché hanno una buona idea economica alla
base, ma anche perché le condizioni di prestito evitino rischi, esplosioni, e
cose come quelle che si sono determinate. Vi sono delle soluzioni per gestire
la parte dei tassi di interesse, ma soprattutto, oggi non succede più, normalmente,
di prestare dollari; si prestano panieri di monete, ovverosia si prestano delle
cifre che sono misurate attraverso medie di valute, cioè non si dice: tu prendi
100.000 dollari, ma 100.000 x, che sono il frutto della media di dollaro, yen,
euro, o addirittura dollaro e valuta locale in qualche caso, in modo tale che
così si evita che l’andamento perverso di una sola valuta possa pesare sul
valore del debito.
Seattle. La partita di Seattle è molto grossa. Lì
non è questione di politica di aggiustamento strutturale, che è una cosa
tecnicamente distinta dalla questione delle discussioni a Seattle, dove non si
desiderava imporre ai Paesi poveri certe ricette, quanto si poneva il problema
della regolamentazione del mercato internazionale. Alcune posizioni in campo
nel dibattito di Seattle, come l’accordo multilaterale sugli investimenti
dell’anno scorso, sono figlie della stessa cultura che ha creato le politiche
di aggiustamento strutturale. Esse dicono che è assolutamente necessario che il
mercato non abbia regole, perché ogni regola, ogni intervento dello Stato, non
solo come presenza a gestire attività ma anche proprio come regole (tant’è che
le chiamano lacci e lacciuoli), altera la naturale efficiente allocazione delle
risorse: qualunque regola altera questa libertà. Il mercato dev’essere libero,
perché questo è anche più coerente alla libertà di cui l’uomo dispone, dunque
lasciamo che il mercato sia libero. Dietro questa cultura v’è una sorta di
attribuzione di un valore etico al mercato, per cui il mercato è l’unica vera
forma di democrazia, perché nel mercato non v’è il proporzionale, o il
maggioritario, o il recupero del 25%, o il collegio uninominale, tutte queste
cretinate che la politica ci richiede, no! Il mercato, secondo questa corrente,
è perfettamente libero e io, quando vado al mercato, quando io entro nel
mercato, io voto i beni che preferisco, liberamente, nessuno mi impone di
comprare una cosa o l’altra e nessuno mi impedisce di acquistare la quantità
che voglio io, senza alcun recupero proporzionale, sottoproporzionale, no, io
vado lì e compero quello che voglio nella massima libertà; esercito un voto e
scelgo i prodotti che preferisco.
Questa eticità del mercato si traduce anche
politicamente, perché in realtà chi vince nel mercato, come produttore, ha una
sorta di legittimazione sociale, dunque finanche una legittimazione politica.
V’è questa identificazione che da qualche tempo è proposta anche in Italia tra
buona performance economica e automatica legittimazione politica, buona performance
politica. Da noi è nuovo tale fenomeno, ma nella cultura anglosassone è molto
più frequente. Io faccio sempre l’esempio di Jimmy Carter, che è stato uno dei
presidenti americani, forse tra i meno sgangherati, dell’ultima parte del
secolo e forse in ragione di una maggior sincerità è quello che ha avuto meno
successo nel fare operazioni, perché si faceva fregare, perché era un po’
troppo ingenuo. Al di là di questo, era un democratico, più vicino alla nostra
tradizionale e naturale sensibilità, rispetto a uomini come Reagan, Bush. Jimmy
Carter non sarebbe mai diventato presidente americano se non fosse stato il più
grande produttore di noccioline americane, cioè uno dei più grandi imprenditori
(agricoli) degli Stati Uniti. Quello è un Paese in cui il mercato ti dà una
legittimazione che può essere spesa anche politicamente: se tu vieni votato dal
mercato vuol dire che vali e che, allora, ti puoi proporre anche politicamente,
la qual cosa è una sgangheratezza assoluta, perché la politica è altro, è l’interpretazione
sulla base della propria cultura, cioè dei propri valori, delle risposte più
utili per risolvere i problemi della gente e non altro; a mio giudizio e senza
che questo sia legato a singole persone che oggi sono in politica in Italia.
Questo modello, però, a mio giudizio, falsa la vera funzione del mercato; i
liberisti che dicono che il mercato dev’essere libero in modo assoluto, che
bisogna togliere ogni laccio e consentire a ogni multinazionale di investire
dove vuole, facendo lavorare chi vuole, perché se riesce ad abbassare i costi,
facendo lavorare dei bambini che costano di meno, può vendere a prezzi più
bassi e quindi fare un servizio al consumatore, il quale così paga meno i
prodotti (perché tutto questo è costruito poi come servizio al consumatore),
secondo me falsa letteralmente quella che è, proprio da un’ottica liberale, la
funzione del mercato. L’economia è lo studio dell’organizzazione degli scambi;
perché le persone scambiano prodotti fra di loro? Per vivere meglio, perché se io
produco grano e un altro produce latte, io mangio solo grano e l’altro solo
latte, dopo un po’ stiamo male, allora è meglio che lui mi dia un po’ del suo
latte e io un po’ del mio grano; quindi le persone cominciano a scambiare per
migliorare di fatto la propria vita, ma, forse, addirittura di più per
tutelarla, per garantirla, per rispondere meglio ai bisogni fondamentali. La
maniera migliore per organizzare questi scambi è probabilmente il libero
mercato, ovverosia che non a qualcuno sia imposto di fare una cosa, ma che
nella libertà ognuno scelga cosa produrre e cosa scambiare. Questo, per altro,
è anche coerente con quella sete di libertà, che da un punto di vista
culturale, artistico, noi abbiamo. Se andiamo a leggere la nostra Costituzione,
che, bontà divina, nella sua prima parte non è stata ancora toccata, vi sono
questi diritti riconosciuti sacri della persona con la libertà di questo, di
quello e di quell’altro, ma anche di espressione. È coerente con la libertà di
espressione il fatto che se uno vuole costruire, coltivare e vendere patate, lo
possa fare; se, poi, vi sono troppe patate, si renderà conto da solo che oltre
alle patate è meglio coltivare altre verdure, però non vedo il motivo per cui
io centralmente debba decidere che cosa lui deve fare.
L’esperienza storica, peraltro, ha dimostrato che
tutte le economie centralizzate hanno fallito clamorosamente, ma non tanto per
ragioni politiche, filosofiche, o ideologiche; Gorbaciov ha fatto il passaggio
che ha fatto, perché in alcune province, in alcune repubbliche dell’Unione
Sovietica v’erano problemi di fame, nel Paese, nella nazione che aveva la più
grande capacità di produzione agricola e alimentare del mondo, largamente
superiore al proprio fabbisogno, ma la centralizzazione non è in grado di
determinare un’efficiente distribuzione. Il problema è che se l’obiettivo è
migliorare la vita, se la centralità del mercato è la vita delle persone,
coniugata a questa libertà, il modello neo-liberista che nega ogni
regolamentazione del mercato, che cosa fa? Garantisce a me, consumatore, di
comprare quello che voglio, forse, se sono al Nord, ma non garantisce affatto a
me, persona, di produrre quello che voglio. In una concorrenza completamente
sfrenata, infatti, soprattutto quando parte da un momento in cui la linea di
partenza non determina uguali capacità, nel senso che v’è qualcuno che è più
forte e qualcun altro che è più debole, se non vi sono regole il più forte
diventerà sempre più forte, perché io, che sono più forte, a un certo punto
decido di abbassare i prezzi brutalmente, fino a che non costringo quelli
piccoli a uscire dal mercato, perché non ce la fanno più e saltano; quando sono
rimasto da solo posso rialzare i prezzi. La libertà di mercato è la libertà di
comprare, ma anche la libertà di vendere. Oggi, ad esempio, uno di noi può
mettersi lì a costruire, a produrre automobili, televisioni? Si possono fare
tante altre cose, ma non queste due cose qui.
Sul piano mondiale, secondo voi, uno può mettersi
nel settore alimentare? Il mercato alimentare è nelle mani di due o tre grandi
potenze, il mercato alimentare, dei tabacchi e dei prodotti di consumo, come
detersivi e cosmetica sono in mano di Philip Morris, Procter & Gamble e
Nestlè e qualche altra, e basta ed è tutto in quelle mani lì. Abbiamo, quindi,
se non una situazione di monopolio, una situazione di oligopolio, in cui di
fatto, proprio per usare il linguaggio di questa cultura, è mortificata la
libertà di produrre, la libertà di entrare nel mercato […] un mercato
assolutamente senza regole. Peraltro, è proprio della cultura anglosassone,
quella da cui viene la scuola neo-liberista più estrema, che ci ha insegnato e
noi l’abbiamo fatto nostro nella comunità europea, avere un ministero, che a
livello europeo si chiama commissario, per la concorrenza. È presente un
commissario per la concorrenza, che oggi nell’Unione Europea, ma questo capita
anche negli Stati Uniti, controlla che la posizione di un’azienda rispetto ad
altre non sia dominante, perché se la posizione diventa troppo dominante tu
puoi ostacolare tutti gli altri e arrivare a una situazione di monopolio, per
cui certi accordi non si possono fare e se sono effettuati vengono fatti
sciogliere (la vicenda di Bill Gates negli Stati Uniti è una cosa di cui
sappiamo tutti, recentissima: gli stanno dicendo di vendere alcune sue
proprietà; ma è capitato molto recentemente anche per molti accorpamenti e
fusioni in Europa). Il problema è che a livello internazionale una
regolamentazione di questo tipo non esiste, perché non esiste un’istituzione di
questo tipo; è presente a livello nazionale, o a livello di U.E., che sta
diventando sempre più un corpus nazionale dal punto di vista istituzionale, non
è presente a livello internazionale. A Seattle, nei dibattiti in cui si parla
su questi temi, v’è la componente neo-liberista più forte che lavora per
eliminare tutti i lacci, v’è la componente, che secondo me, è più
autenticamente liberale e nella quale io mi riconosco assolutamente, la quale
afferma che ci vogliono delle regole per tutelare la centralità della persona,
i minori affinché non siano sfruttati, per consentire a tutti di entrare nel
mercato, ecc… La difficoltà è la debolezza delle istituzioni internazionali:
l’ONU, ad esempio, ha difficoltà a intervenire in Albania, nei Grandi Laghi, in
Sierra Leone. Come si fa ad apprezzare il dollaro? Si alzano i tassi
d’interesse. Ovverosia io alzo i tassi di interesse per vincere l’inflazione,
però alzo i tassi d’interesse anche per apprezzare il dollaro. Come sarebbe? Se
io sono il governo americano dico: per combattere l’inflazione mi basterebbe
mettere come tasso di interesse sui miei titoli pubblici il 15%, per esempio, e
metto il 15%, voglio apprezzare il dollaro? Allora metto il tasso di interesse
al 20%; perché? Se io fisso il 20% non solo otterrò di togliere dal mercato
beni, finanze e soldi, che prima sarebbero stati spesi per domanda e che adesso
vanno nel mercato finanziario, come ho descritto prima, ma avrò anche dei
tedeschi, degli italiani, dei francesi… che vedendo che il titolo americano è
così conveniente, nel senso che dà una remunerazione così alta, anziché
investire a casa loro, verranno a investire da me, venderanno le loro lire, ad
es., per acquistare dollari, con i quali acquistare il titolo americano, ecc…
tutta questa domanda di dollari, evidentemente fa salire il prezzo del dollaro.
Il meccanismo è stato questo. Ovviamente se il Ghana, o il Senegal, per dirne
due, cercassero di apprezzare la propria valuta non succederebbe alcunché.
Quand’è che si sono creati i tassi reali negativi? È molto raro che si creino.
Tasso reale negativo, cioè inferiore all’inflazione, è molto raro, anche perché
la banca ci perde, però la dinamica internazionale a quell’epoca fu così
virulenta, perché virulento fu l’aumento del petrolio e così grande la quantità
di proventi, di petroldollari, di dollari che da quell’aumento derivò, che
determinò questa differenza.
In qualche caso magari capita quando vi sono
aumenti repentini dell’inflazione, ma è comunque piuttosto raro. Come si fa a
fare sviluppo dopo la cancellazione? Questa è una questione piuttosto grossa.
Direi due considerazioni. Certamente il problema è anche di politica, cioè come
si propone sul piano politico la questione del commercio internazionale, delle
regole. Noi abbiamo imposto, nel senso che la cultura del Nord ha imposto a
questi Paesi l’aggiustamento strutturale, il togliere i dazi, liberalizzare
tutto e, soprattutto, esportare, esportare, esportare… pensate che nelle
politiche di aggiustamento strutturale in qualche caso ai Paesi è stato detto
di smettere di coltivare i cereali che coltivavano, per mettersi a coltivare
prodotti che si potevano vendere al Nord e, tipicamente, la barbabietola, per
fare lo zucchero, perché al Nord si consuma la barbabietola, salvo poi fare la
dieta, o andare in palestra, perché si hanno due chili in più; questi Paesi
hanno smesso di coltivare cereali e hanno fatto le barbabietole, dopodiché
siccome tutti facevano le barbabietole, il prezzo dello zucchero da
barbabietola è crollato, per cui questi hanno guadagnato meno di quello che
guadagnavano prima, dal punto di vista delle esportazioni, e non avevano più
grano in casa propria. Voi mangiate sempre barbabietole e poi mi dite come
state; si sono creati problemi di insufficienza alimentare nella produzione interna
laddove non ve n’erano mai stati. La comunità internazionale, ma quella del
Nord, cosa ha fatto? Quando cominciarono ad arrivare in quantità i prodotti del
Sud, quando arrivò il riso egiziano, o quello cinese, thailandese, cantonese,
vietnamita, ecc… a dare un po’ di fastidio al nostro buon riso di Vercelli,
della omellina, di tutte queste belle zone, che cosa abbiamo fatto noi europei?
Un bel dazio! Per cui noi abbiamo imposto a loro di togliere i loro dazi, ma
noi, i nostri, li abbiamo messi e li abbiamo messi anche forti per proteggere i
nostri beni.
Nella politica interna europea abbiamo fatto la
politica delle quote, che è anche intelligente, ma questa è stata fatta per
evitare che ci arrivassero arance dal Sud, beni e prodotti fuori dalla Comunità
Europea. Per cui noi abbiamo la forza politica ed economica di agire in questo
modo e di imporre al Sud i nostri bisogni, facendo qui ciò che chiediamo a loro
di non fare a casa loro. Non è che automaticamente se adesso cancelliamo tutto,
va tutto bene a rose e fiori. V’è un forte lavoro di pressione politica, di
costruzione di mentalità, anche presso i decisori, i governi, perché agiscano
con azioni e atteggiamenti che incidano sul mercato internazionale, sulla
politica commerciale internazionale. Noi abbiamo, infatti, lo strumento dei
governi e non è che possiamo rivolgerci alle multinazionali affinché facciano
qualche cosa, lo possiamo chiedere per via legislativa, ovverosia se mettiamo
delle regole. Occorre fare tutta questa azione di pressione, perché il
risultato sia un sistema di regole e di stile, che consenta effettivamente
sviluppo. Credo che questa sia una cosa da costruire. Vi sarebbe da dire di
più, ma mi limito a quanto ho detto qui. Veniamo ora a quelle tre questioni che
riguardavano più la Campagna italiana, o quello che possiamo fare noi. Che cosa
sta facendo il governo italiano? Il governo italiano ha promesso il 25 aprile
1999 che ci sarebbe stata questa cancellazione per tutti i Paesi che hanno meno
di 300 dollari di reddito pro-capite annuo; questi sono grosso modo una
quindicina, mentre sono un centinaio quelli che devono soldi all’Italia. Che
cosa è capitato? È capitato che finalmente un disegno di legge è stato scritto
e consegnato da parte del governo alla Camera il 30 dicembre. Per cui oggi
abbiamo un disegno di legge in parlamento che si occupa del tema in esame e che
dovrebbe arrivare a produrre questa cancellazione. Giudizio su questa legge? Da
una parte positivo, se non addirittura molto positivo, perché è la prima volta
che, finalmente, si agisce in tal modo, è un atto di importante discontinuità
rispetto al passato. È stato anche importante sul piano internazionale, perché
di fatto ha favorito l’analoga decisione della Gran Bretagna, che mai si sogna
di riconoscere che ha agito conseguentemente rispetto all’Italia, e un analogo
orientamento, se non ancora decisione, della Francia, che in cinque mesi ha
cambiato la sua posizione quasi di 180°. Negli Stati Uniti ha favorito anche un
po’ l’irrobustirsi della tesi della cancellazione dei debiti, tesi che
purtroppo al Congresso (sta meglio) e al senato (sta peggio) è ancora
minoritaria. Il congresso degli Stati Uniti a dicembre ha votato un ordine del
giorno in cui si chiede la cancellazione di tutto il credito che loro vantano
ed è un atto politico molto rilevante; purtroppo è solo una mozione e non una
legge e ora che diventi legge… Purtroppo penso che non vi siano i numeri, ma si
sta lavorando… L’altra parte del giudizio è ovviamente negativa, nel senso che
è insufficiente: noi non possiamo non dire, mentre ci complimentiamo con il
governo perché finalmente ha fatto un atto politico importante, che chi ha i
debiti verso l’Italia sono un centinaio di Paesi e quegli 85 che non sono
compresi in questo disegno di legge non è che stiano bene. Di conseguenza, ogni
tanto scherzando, a funzionari del Tesoro e degli Esteri che mi dicevano che li
stavo minacciando, rispondo che non è quello il punto, che non li sto
minacciando, ma fino a che sappiamo che v’è una persona nel Sud del mondo che,
a causa del debito, non può curar suo figlio, noi veniamo qui tutti i giorni a
ricordarlo continuamente, come Abramo che insiste con il Signore, perché penso
che sia assolutamente nostro diritto da una parte, ma anche nostro dovere
dall’altra.
Allora questo atto è molto bello, ma, molto
semplicemente, non basta! Non è escluso che il dibattito in parlamento possa
innalzare questo tetto. Con questo veniamo al rapporto tra noi, Chiesa
italiana, e il governo italiano. Questa conversione dei debiti, di cui ho detto
velocemente prima; la Campagna C.E.I. ha tre obiettivi. Il primo è l’azione
pastorale ed educativa, e su questo spendo qualche parola come conclusione, ma
l’obiettivo è suscitare tra la “nostra” gente la consapevolezza che su questo
pianeta non si vive alla stessa maniera e che noi viviamo in una maniera
prodigiosamente più comoda, almeno dal punto di vista dei bisogni primari
fondamentali, rispetto a quanto vivono molte più persone di noi e che questo ha
a che vedere anche con i nostri comportamenti, nel senso che noi da una parte
beneficiamo di tale condizione, dall’altra parte i nostri gesti possono
continuarla, mantenerla (questa condizione), o possono concorrere a
modificarla. Il secondo obiettivo è la pressione politica, che va un po’ in
sintonia con le cose che dicevo prima: legale cancellazione e lotta alla
povertà, coinvolgere la società civile per decidere come combattere la povertà;
poi vi sono altre cose che chiediamo al governo, ovverosia maggiore
trasparenza, una procedura di insolvenza internazionale, che oggi non c’è,
restituzioni internazionali, da parte dell’ONU, più che del Fondo Monetario, su
queste cose, perché è una questione politica prima che economica.
Terzo obiettivo è questo che noi abbiamo chiamato: un gesto di responsabilità, cioè a dire, alla luce della consapevolezza che vorremmo aver suscitato, che vorremmo anche metterci a disposizione, perché a parlare è anche abbastanza facile, per riempirsi la bocca, con toni più o meno esorbitanti, dicendo contro il Fondo Monetario, poi però si va a casa e non è cambiato alcunché; invece fare un gesto concreto, che possa in parte realizzare qualche cosa e in parte essere uno strumento politico che concorra a cambiare il panorama, questo può essere effettivamente interessante e abbiamo immaginato questa operazione di conversione di credito. Vi ho detto più o meno com’è il meccanismo: paghiamo noi il debito di questi Paesi, non al suo valore nominale: il valore nominale è 100, questo debito ha un valore reale, nel senso che, poiché questi Paesi non ce la fanno, è passato tanto tempo, il valore reale è intorno al 10%. Come se uno mi prestasse 100.000 lire, dopo tre, o quattro anni io non gliele restituisco, questi mi dice: Riccardo, io ho capito che tu non ne hai più, ti vergogni a farti vedere e quando mi vedi scappi, io sono stufo di chiederteli, perché sono imbarazzato anch’io, vediamo di risolvere la questione, quanto mi puoi dare? E ci mettiamo d’accordo, ad esempio, per 39.750 lire, perché di più non ho e lui le prende, il debito è chiuso, e basta. Quelle 39.750 lire sono il valore reale del debito. Il valore reale dei Paesi del Sud (Africa, in particolare), oggi non è superiore al 10%. Allora, noi vogliamo andare dal governo e dire: guarda, noi ti chiediamo di cancellarlo, ma, se tu non lo cancelli, per due Paesi, perché per più non ce la facciamo mentre per due sì (forse ce la facciamo anche per tre… vedremo), piuttosto paghiamo noi il debito al suo valore reale, per cui mettiamo qua il valore reale del debito e tu cancelli l’intero ammontare, anche nominale. Non facciamo, però, solo questo; noi facciamo questa operazione a condizione che il governo locale metta su un fondo di contropartita un ammontare commisurato a quello che noi abbiamo pagato in Italia e poi lo amministriamo con il comitato che costituiamo con i rappresentanti della società civile locale. Stiamo già facendo tutto un lavoro di preparazione. Ogni tanto vado giù in Africa, perché là è già partito il lavoro e vado per mettere le cose insieme, per vedere a che punto siamo e a decidere i passi successivi, per fare l’analisi dei bisogni. I due Paesi che abbiamo scelto sono lo Zambia e la Guinea. Noi vogliamo fare proprio una carta dei bisogni, delle necessità che oggi vi sono e delle risposte che a questi bisogni sono presenti oggi in Zambia e in Guinea e, alla luce di questi bisogni, individuare delle priorità, perché con i soldi che avremo potremo fare molto, ma non tutto, all’interno di quelle priorità, quindi, scegliere una lista di progetti da realizzare con questo denaro. A Natale vorremmo arrivare a fare l’accordo con questi due governi, avendo già chiara la lista di tali progetti da realizzare, in modo tale da forzare anche il governo locale a sottoscrivere la lista che noi gli proponiamo, perché il rischio, poi, è anche che quando si fanno queste cose il governo locale dica: sì, sì, va bene; però, poi, trovi mille maniere per ostacolare la scelta dei progetti. Noi vogliamo, così